Il settore dell'autotrasporto italiano è entrato in una fase di emergenza. Una fase dove i conti semplicemente non tornano più. La fotografia scattata dalla
Cgia di Mestre non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche.
Se il prezzo del gasolio rimarrà stabilmente
sopra i due euro al
litro fino alla fine del
2026, il collasso finanziario travolgerà
oltre 13.000 imprese. L'incidenza? Si parla di una realtà su cinque (67.350 imprese presenti in Italia) che, schiacciata da una crisi di liquidità senza precedenti, potrebbe abbassare la serranda entro pochi mesi.
Conti alla mano

Il carburante pesa per quasi un terzo sui costi operativi di un tir e, insieme agli stipendi, rappresenta la spesa fissa più pesante per ogni titolare. Con un aumento del
30,6% rispetto alla
fine dell'anno scorso, ogni pieno da 500 litri oggi richiede un esborso di 1.067 euro, ovvero 250 euro in più rispetto a soli quattro mesi fa.
Le difficoltà del settore vengono da lontano
L'attuale crisi energetica ha accelerato un declino strutturale iniziato però già dieci anni fa. Sempre secondo la Cgia di Mestre dal 2015 a oggi, l'Italia ha perso
oltre 19.000 imprese di
autotrasporto, con punte drammatiche in Valle d'Aosta e nelle Marche, dove il numero di attività è calato di un terzo. Mentre il Nord Italia subisce la concorrenza aggressiva dei vettori dell'Europa dell'Est, che operano con regimi fiscali e costi del lavoro ridotti, la geografia del settore si concentra in pochi poli come Napoli, Milano e Roma.

Tuttavia, anche nelle grandi province il saldo è spesso negativo: Roma e Imperia ad esempio
hanno perso quasi il 40% delle proprie realtà nell'ultimo decennio. Gli unici segnali in controtendenza arrivano da Bolzano, Palermo e Caserta, ma queste eccezioni non bastano a nascondere un dato di fatto. Ovvero che senza un riequilibrio dei costi energetici, la logistica su ruote rischia un ridimensionamento drastico e irreversibile. E sarebbe un autentico disastro.