Tornare sulla “Ragazza di Palermo” per smascherare i pregiudizi della giustizia

01 Agosto 2026 - 08:10
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La verità giudiziaria, scrivevo in un articolo sul Foglio del 22 luglio 2025, ha una irriducibile problematicità. E’ per questo che il teatro penale, specie nei casi complicati, inscena un dramma che ha anche il giudice come protagonista non secondario: il dramma appunto del giudizio, essendo sempre incombente la possibilità dell’errore. Proprio il tema del giudicare costituisce uno dei filoni centrali di un ottimo saggio recente di giornalismo d’inchiesta: alludo a La ragazza di Palermo (Ponte alle Grazie, 2026) della giornalista Eugenia Nicolosi, libro incentrato sul caso famoso quanto controverso del cosiddetto stupro del Foro Italico di Palermo, che ha non a caso suscitato un grande interesse mediatico ma al tempo stesso reazioni molto contrastanti nel pubblico (in sintesi: una giovane diciannovenne di nome Asia avrebbe subito, nella notte tra il 6 e il 7 luglio 2023, una violenza sessuale da parte di sette ragazzi più o meno coetanei all’interno di un buio cantiere abbandonato; ritenuto il fatto provato, il tribunale competente ha condannato i giovani con pene detentive tra i sette e i quattro anni). Caso controverso e divisivo per l’esistenza e persistenza di dubbi, anche dopo la sentenza di condanna, che si sia davvero trattato di violenza di gruppo, e non invece di una esperienza sessuale parecchio trasgressiva ma in qualche modo e misura consentita dalla ragazza in questione. Peraltro, a dare ulteriore sostegno a una lettura della vicenda in chiave consensuale ha più di recente contribuito la stessa protagonista, grazie alla diffusione attraverso il programma televisivo “Le Iene” di parte di una conversazione telefonica dell’estate 2025 tra lei e un podcaster palermitano: dal tenore complessivo del dialogo l’ipotesi della volontarietà dei rapporti sessuali plurimi sembra in effetti avvalorata, ancorché in termini non espliciti e netti, per cui i difensori dei ragazzi hanno presentato una richiesta di revisione della condanna che sarà presa in esame tra qualche mese.

Esporre e analizzare le ragioni che continuano a far dubitare è l’obiettivo del saggio, a mio giudizio pienamente raggiunto. L’autrice sviluppa un’analisi perspicace e particolareggiata della vicenda, supportata da significative testimonianze extraprocessuali raccolte nell’ambito della sua autonoma inchiesta giornalistica; e solleva, nel contempo, interrogativi stimolanti sia su diversi aspetti tuttora poco chiariti sul piano della ricostruzione fattuale, sia sulla logica motivazionale della sentenza di condanna. E’ verosimile che Nicolosi abbia ragione nel rilevare che i giudici hanno adottato un metodo di accertamento pregiudizialmente selettivo nell’escludere la rilevanza probatoria delle discrepanze e contraddizioni rilevabili nelle molteplici dichiarazioni rese dalla stessa Asia, come pure delle circostanze riferite e delle esperienze vissute da alcune persone venute a vario titolo a contatto con quest’ultima. Ma, oltre che da questi molteplici elementi (tra cui presunte violenze sessuali subite in precedenza in realtà mai provate), la credibilità della ragazza poteva essere incrinata dalla natura molto complessa, ambigua e sfuggente della sua personalità: resa ancora più problematica e singolare – come rilevato anche da psicologi nel ruolo di periti o consulenti giudiziari – da un insieme di tratti e comportamenti del tutto fuori dall’ordinario (dalla iper-sessualità compulsiva e dall’abituale promiscuità al continuo esibizionismo erotico sui social e alla accentuata seduttività, dalla dipendenza da droghe e dalla conflittualità con la famiglia al contemporaneo bisogno di riconciliazione, approvazione e affetto ecc.), beninteso non da censurare sotto l’aspetto morale, ma di potenziale rilevanza psicologica per una verifica di attendibilità.

Perché, nonostante tutto questo, il collegio giudicante non ha preso sul serio l’ipotesi che i rapporti sessuali con i sette ragazzi si inscrivessero in un orizzonte di senso diverso da quello tipico dello stupro? L’interrogativo ripropone un tema di fondo di portata più generale, quello dei pregiudizi e dei fattori culturali che influenzano – ne siano o meno i giudici coscienti – la ricostruzione giudiziale di fatti suscettibili di più letture. E’ questo un punto decisivo sul quale il saggio si sofferma esplicitamente, proponendo rispetto al caso del Foro Italico una spiegazione che sembra abbastanza plausibile. Cioè i membri del collegio giudicante si sono probabilmente lasciati condizionare da questo pregiudizio: che una giovane poco più che maggiorenne non possa liberamente consentire a fare sesso con più partner in un contesto degradato come un cantiere edile abbandonato. Senonché, tale idea preconcetta – viene ancora da sospettare – può avere, per altro verso, precluso ai giudici di comprendere adeguatamente i vissuti psicologici dei giovani imputati: i quali potrebbero aver agito senza un vero dolo di stupro, ma interpretando in buona fede le precedenti provocazioni sessuali e i connessi atteggiamenti apparentemente invitanti della ragazza come una disponibilità volontaria a intrattenersi con loro (d’altra parte, il livello culturale, la giovane età e l’ambiente di provenienza non erano condizioni atte a sollecitare in loro un particolare scrupolo di approfondire fino a che punto quella disponibilità fosse sincera).

In verità, anche questa vicenda giudiziaria sembra confermare un’esigenza che non andrebbe forse trascurata: non sono il solo a pensare che la formazione professionale impartita dalla Scuola della magistratura dovrebbe includere corsi di psicologia, tenuti da esperti, finalizzati a promuovere nei magistrati la capacità di prendere coscienza – così da essere in grado essi stessi di sottoporli a controllo critico – dei pregiudizi (sociali e personali) e dei meccanismi psicologici suscettibili di incidere sul processo decisionale. Eccessivo pretendere dai giudici questa capacità introspettiva?

Ci sono altre ragioni per apprezzare il saggio. Pur tutt’altro che priva di sensibilità femminista, l’autrice tende a problematizzare, senza chiusure ideologiche e ipocrisie intellettuali, il concetto di libero consenso da parte della donna: riconoscendo la oggettiva difficoltà di cogliere, soprattutto nei tribunali, le complesse e ambigue dinamiche interpersonali che rendono non di rado fluidi e incerti i confini tra consenso spontaneo, consenso indotto e autentico dissenso. Un altro motivo per nulla secondario di apprezzamento: Nicolosi, da giornalista, ha l’onestà di criticare, facendo per di più autocritica, la prevalente propensione dei media odierni ad appiattirsi sulle ricostruzioni giudiziali e, più in generale, ad assecondare troppo le convenzioni e convinzioni sociali dominanti. Senza scavare, con autonomo spirito d’inchiesta, sotto la superficie degli stereotipi rassicuranti e delle verità ufficiali. Cosa che mi pare questo libro abbia invece fatto con successo.

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