“Traviata” iperaccessoriata all’Arena di Verona. L’ironia fa breccia nella tradizione

06 Luglio 2026 - 18:27
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Ma allora il climate change esiste davvero! Domenica, all’Arena di Verona, agli abituali disturbi come gli echi di remoti temporali sul Garda o la tedesca precipitata dalle scale accanto a me si è aggiunta una cicala micidiale ed evidentemente amplificata per tutto il primo atto di Traviata. Al bestiario della serata va aggiunto un elefante, purtroppo finto ma in scala 1:1. A differenza di quel che si pensa, quella degli elefanti all’Arena in generale e in Aida in particolare è una leggenda: secondo la sovrintendente, Cecilia Gasdia, che ha fatto ricerche in materia, a parte un eventuale passaggio di Annibale l’ultimo precedente risale al 1960. Ma questa nuova e iperaccessoriata produzione ambienta Traviata al Moulin Rouge della belle époque: e qui dunque filologia, perché nella prima sede del cabaret, bruciata nel 1915, una delle attrazioni era appunto un enorme elefante. Per la verità, la scelta del regista Paul Curran e della sua squadra (Juan Guillermo Nova scenografo, Stefano Ciammitti costumista, Kyle Lang coreografo) di mettere Violetta al music hall non ha delle particolari ragioni drammaturgiche, visto che alla fine si vede, più o meno, la consueta Traviata. Però tutto questo can can di luci, piume, lustrini, drag queen, ballerini di tutti e tre i sessi, borghesi in tuba e sciantose in giarrettiera alla fine risulta piuttosto divertente, che forse non è il primo aggettivo che viene in mente per Traviata, ma per l’Arena, sì. Gli applausi più entusiasti sono andati a uno “sparo” di coriandoli.

E’ uno dei casi, non rari, in cui questo spettacolo dà l’impressione di accumulare degli effetti senza cause. Però funziona, ed è interessante che l’Arena inizi a misurarsi con il problema di declinare la spettacolarità in una chiave un po’ più contemporanea. Per carità, gli allestimenti “all inclusive” di Zeffirelli continuano forse a funzionare e sicuramente a piacere. Anche Ben Hur lo si rivede con soddisfazione: però nel frattempo Hollywood ha sviluppato un’altra idea di kolossal. Poiché la fuffa hi-tech di Poda sperimentata nelle ultime stagioni non sembra la soluzione al problema, ben venga allora questa Traviata che rinnova senza scandalizzare e soprattutto è dotata di una caratteristica pochissimo frequentata in loco: l’ironia.

Musicalmente, poi, è anche un buon Verdi. Dal podio, Michele Spotti dà la dimostrazione che perfino all’Arena è possibile dirigere davvero, cioè non limitarsi a tenere tutti insieme (che comunque, date le difficoltà ambientali, è già un successo) ma anche interpretare. E’ una direzione in crescita: secondo atto meglio del primo e terzo del secondo; in generale, molto accurata, autorevole e interessante. Interessante, e molto, anche la protagonista, la giovane Martina Russomanno. Le manca ancora la nevrastenia sovreccitata delle vere grandi Violette, le agilità sono talvolta un po’ sporche (però l’idea di attaccare piano il daccapo di “Sempre libera” è buona) e gli acuti non abbastanza perentori. Ma la voce, benché non enorme, “corre” e i piani a tutte le altezze hanno una bellezza eterea e commovente. Ovvio che il meglio arrivi con il duettone del secondo atto, così bellinianamente grondante lagrime e sagrifizi, e con l’“Addio del passato”, davvero toccante. I due Germont sono Francesco Meli in forma, quindi ottimo, e Youngjun Park che canta tutto bene e tutto con la stessa appassionata partecipazione di uno che legge le istruzioni della nuova lavastoviglie. Arena piena, molti applausi, poi esci a ore proibitive e sei abbracciato da un Listòn affollato, festoso, animatissimo e, direi, felice. L’estate può davvero cominciare.

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