Trent’anni fa l’alluvione in Versilia, dalla quale nacque il Lamma

Il 19 giugno 1996, mentre a Firenze splendeva il sole e a Viareggio cadevano meno di 8 millimetri di pioggia, una supercella temporalesca stazionaria sulle Alpi Apuane scaricava in poche ore l'equivalente di sei mesi di precipitazioni su un'area di sessanta chilometri quadrati. A Pomezzana, 478 millimetri di pioggia tra le 2:30 e le 15:00 — con intensità orarie che superarono ampiamente i 100 millimetri. Il nubifragio si sviluppò in due fasi: la prima tra le 4 e le 7 del mattino, quando a Pomezzana furono registrati oltre 300 millimetri; la seconda, dalle 11 circa fino al primo pomeriggio, colpì invece la zona di Palagnana, Fornovolasco e Retignano. A Fornovolasco la stazione pluviometrica fu distrutta dall'ondata di piena prima che potesse registrare il dato finale.
Il torrente Vezza e il torrente Turrite di Gallicano travolsero Cardoso e Fornovolasco. Alla forza della corrente si aggiunse l'azione di una massa enorme di vegetazione sradicata — le piante di castagno, nel pieno del fogliame di giugno, furono strappate dai versanti e trasportate dalla piena, aumentando enormemente il potere distruttivo del flusso. Il bilancio fu di quattordici vittime, tre milioni di metri cubi di fango e detriti, interi paesi distrutti. La particolarità che rese quell'evento così devastante era anche la sua natura paradossale: un fenomeno concentrato su 60 chilometri quadrati, con le massime intensità entro 5 chilometri dal Monte Forato, mentre a pochi chilometri di distanza la giornata era serena.
Nel 1996 non esisteva in Toscana un sistema regionale di monitoraggio e previsione meteorologica capace di intercettare fenomeni così localizzati e così estremi. Non esisteva ancora nemmeno il sistema attuale di sorveglianza e allerta meteo che abbiamo oggi. Le reti di osservazione erano frammentate, i modelli previsionali disponibili operavano su scale spaziali troppo ampie per cogliere la concentrazione di un evento come quello della Versilia, e non esisteva una struttura tecnica dedicata alla traduzione delle previsioni in allerte operative per la protezione civile.
Il 12 aprile 1997, a partire da un progetto finanziato con fondi europei, Regione Toscana e CNR danno vita al "Laboratorio di Meteorologia e Modellistica Ambientale", denominazione che negli anni si è evoluta nell'attuale Consorzio LaMMA - Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale per lo sviluppo sostenibile. Vedi anche la pagina La storia del LaMMA
Un ruolo determinante in questo percorso fu quello del professor Giampiero Maracchi, senza la cui lungimiranza e impegno il LaMMA probabilmente non sarebbe mai nato: già negli anni Novanta, tra i primi scienziati a portare il tema del cambiamento climatico nel discorso pubblico, Maracchi sosteneva quanto fosse fondamentale per i territori e le comunità locali dotarsi di piani specifici basati sulle competenze della ricerca. L'idea fondativa del consorzio era precisa: mettere insieme la parte istituzionale, che deve dare servizi al cittadino, con il principale ente di ricerca nazionale, per produrre servizi ad alto valore aggiunto e studiare se fenomeni come quello della Versilia potessero diventare prevedibili — e con quanto anticipo. Quello che nacque come progetto di ricerca divenne nel tempo un consorzio strutturato, con ricercatori, tecnici e personale operativo proveniente dal CNR e poi con dipendenti dello stesso Consorzio, come accade oggi.
Negli anni successivi il sistema cresce progressivamente. Nel 2004, con la direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri che istituisce i Centri Funzionali operativi, LaMMA assume il ruolo di componente meteorologica del Centro Funzionale della Regione Toscana, integrandosi nella catena nazionale della protezione civile. Oggi il Consorzio è il servizio meteorologico operativo della Regione Toscana: una rete di stazioni di osservazione, modelli numerici che girano ogni giorno, e un sistema di allertamento attivo ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni dell'anno, Natale e Capodanno compresi.
L'evento del 19 giugno 1996 non fu previsto da nessun servizio meteorologico — né nazionale né internazionale. Nessuno aveva anticipato né la possibilità di uno sviluppo di quel tipo né, tantomeno, i cumulati di precipitazione che si sarebbero verificati. Oggi, trent'anni dopo, la situazione è profondamente diversa. I modelli meteorologici locali hanno aumentato progressivamente la loro risoluzione: dai 15-20 chilometri di griglia degli anni Novanta si è scesi a 1,5 chilometri attuali, con previsioni punto per punto su tutto il territorio. È proprio la risoluzione la differenza decisiva: eventi come quello della Versilia, concentrati su aree di pochi chilometri quadrati, erano semplicemente invisibili ai modelli dell'epoca — cadevano tra un punto griglia e l'altro.
A questo si aggiunge il miglioramento dei modelli globali, le nuove tecniche di assimilazione dei dati radar e delle stazioni meteorologiche, e la disponibilità di una rete di radar nazionali che permette di seguire in tempo reale l'intensità delle precipitazioni in atto. Se quell'evento accadesse oggi, lo vedremmo arrivare con anticipo sufficiente per attivare le procedure di emergenza e allertare la popolazione. Questo però non significa che il problema sia risolto: i fenomeni convettivi localizzati restano tra i più difficili da prevedere, l'incertezza rimane elevata, e succede ancora che sistemi di questo tipo vengano inizialmente sottostimati dai modelli. La previsione è migliorata, ma il monitoraggio in tempo reale resta fondamentale quanto la previsione stessa.
Nel frattempo, gli eventi estremi non si sono fermati — si sono moltiplicati e intensificati. Lunigiana 2011, Livorno 2017, Campi Bisenzio 2023, Castagneto Carducci 2024: ogni volta intensità straordinarie, ogni volta la conferma che il clima sta cambiando e che la finestra temporale e geografica degli eventi pericolosi si sta allargando. L'alluvione del Versilia del 1996 non fu solo una tragedia: fu il primo segnale chiaro, in Toscana, di un cambiamento in atto.
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