Tumore della vescica: con nuova strategia terapeutica quasi 9 pazienti su 10 vivi a cinque anni
Lo studio di fase III Potomac, presentato al congresso ASCO di Chicago, evidenzia che l’aggiunta di durvalumab alla terapia standard con BCG nei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva porta la sopravvivenza a cinque anni all’87,6%. Fondamentale la prevenzione: il 50% dei tumori della vescica è infatti correlato al fumo di sigaretta
Una nuova strategia terapeutica apre prospettive incoraggianti per i pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva. I risultati dello studio di fase III Potomac, presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago, mostrano che l’aggiunta di durvalumab alla terapia standard con Bacillus Calmette-Guérin (BCG) consente di raggiungere una sopravvivenza complessiva a cinque anni dell’87,6%, senza compromettere in modo significativo la qualità di vita.
«Da oltre dieci anni non si registravano progressi significativi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo», spiega Patrizia Giannatempo, dirigente medico della Struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
L’attuale standard terapeutico prevede la resezione transuretrale del tumore (TURBT), seguita dall’instillazione di BCG direttamente nella vescica. Tuttavia, una quota elevata di pazienti va incontro a recidive o progressione della malattia, con la necessità di sottoporsi a procedure invasive ripetute fino alla cistectomia, cioè l’asportazione chirurgica della vescica.
L’obiettivo: evitare la cistectomia
Secondo Giannatempo, nelle forme non muscolo-infiltranti ad alto rischio l’obiettivo principale è preservare la vescica ed evitare interventi chirurgici radicali che possono compromettere in modo rilevante la qualità di vita. L’associazione di durvalumab per 12 mesi alla terapia di induzione e mantenimento con BCG ha dimostrato di aumentare le probabilità di sopravvivenza a lungo termine, offrendo al tempo stesso un migliore controllo della malattia.
Qualità di vita preservata durante il trattamento
Lo studio Potomac ha valutato l’impatto del trattamento anche attraverso tre questionari compilati direttamente dai pazienti: PRO, QLQ-C30 e QLQ-NMIBC24. Il questionario QLQ-C30 ha analizzato aspetti quali funzionalità fisica, sintomi e benessere psicologico, mentre il QLQ-NMIBC24 è specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e misura sintomi urinari, effetti delle terapie intravescicali, percezione della malattia e preoccupazioni per il futuro.
Come prevedibile in presenza di un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato aumento della fatigue riferita dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sugli indicatori di qualità di vita è risultato limitato e sostanzialmente sovrapponibile a quello registrato con il solo BCG. Si tratta di un dato particolarmente importante in una patologia caratterizzata da terapie di lunga durata e dalla necessità di mantenere non solo il controllo della malattia, ma anche la funzionalità vescicale e l’autonomia quotidiana.
Meno recidive e meno interventi chirurgici
I nuovi risultati si aggiungono ai dati già presentati nel 2025 al congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) e pubblicati sulla rivista The Lancet. In quell’occasione, il regime terapeutico basato su durvalumab aveva dimostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva, o di morte in assenza di recidiva, rispetto alla sola terapia con BCG. Un’ulteriore analisi esplorativa presentata al congresso dell’American Urological Association (AUA) ha evidenziato che, durante il primo anno di trattamento, gli eventi ad alto rischio e le recidive non sensibili al BCG sono risultati quasi dimezzati nel gruppo trattato con durvalumab più BCG rispetto al gruppo che aveva ricevuto soltanto il BCG. L’associazione terapeutica ha inoltre migliorato il tempo alla cistectomia e la sopravvivenza libera da cistectomia, riducendo il numero di pazienti sottoposti all’intervento chirurgico.
In Italia oltre 29 mila nuovi casi di tumore alla vescica nel 2025
«Nel 2025 in Italia sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica», ricorda Rossana Berardi, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche.
Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, identificate nelle fasi iniziali della malattia. In questo contesto, le nuove opzioni terapeutiche possono aumentare significativamente le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Berardi sottolinea inoltre l’importanza di un approccio multidisciplinare che coinvolga oncologi, urologi, radiologi e anatomo-patologi, al fine di garantire percorsi di cura sempre più efficaci e personalizzati.
Prevenzione e diagnosi precoce restano fondamentali
Accanto ai progressi terapeutici, gli esperti richiamano l’attenzione sul ruolo cruciale della prevenzione. Circa il 50% dei tumori della vescica è infatti correlato al fumo di sigaretta, che aumenta fino a cinque volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. Particolarmente preoccupante è l’aumento del tabagismo tra le donne, fenomeno che si accompagna a una crescita delle diagnosi. Sebbene il tumore della vescica sia più frequente negli uomini, nelle donne si registra un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria, principale segnale d’allarme della malattia, viene spesso inizialmente attribuita ad altre patologie urologiche o ginecologiche, ritardando gli accertamenti diagnostici. Secondo Berardi è quindi necessario promuovere una maggiore consapevolezza anche nell’ambito della medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori opportunità di cura.
Il rischio legato all’esposizione professionale
Un ulteriore fattore di rischio riguarda l’ambiente di lavoro. Circa il 10% dei casi di tumore della vescica è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Per questo motivo, le categorie professionali maggiormente esposte dovrebbero essere inserite in programmi specifici di monitoraggio e sorveglianza sanitaria, con l’obiettivo di individuare precocemente eventuali segnali della malattia.
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