Un'Odissea grandiosa ma superficiale. La stroncatura di Emily Wilson
Emily Wilson è una grecista britannica naturalizzata americana e una delle traduttrici contemporanee più autorevoli di Omero. La sua versione inglese dell’Odissea è stata molto celebrata per la lingua accessibile e moderna; lo stesso Christopher Nolan l’aveva indicata tra i riferimenti utilizzati per realizzare il film. Proprio per questo la sua stroncatura ha avuto un peso particolare: non è la reazione di una purista ostile al cinema, ma il giudizio di una studiosa che conosce profondamente il testo da cui Nolan è partito. La tesi di Wilson è che il problema non siano le libertà dell’adattamento, ma l’impoverimento dell’originale. Nolan avrebbe trasformato un poema complesso, ambiguo e vitale in uno spettacolo rapido e imponente ma emotivamente arido. Il film intrattiene, ma non riesce a dire molto sul tempo, sulla memoria, sulla guerra, sulla colpa e sul ritorno. I personaggi sono ridotti a figure prevedibili, senza profondità psicologica o motivazioni convincenti. Il caso più evidente è Ulisse: in Omero è bugiardo, manipolatore, inventore e seduttore; nel film perde quasi del tutto l’astuzia creativa che lo rende unico. Anche i personaggi femminili vengono svuotati: Calipso diventa una consolatrice e Penelope esiste soprattutto per desiderare il protagonista. Wilson riconosce però a Nolan un merito: aver trasformato l’Odissea in un grande evento popolare, riportando il pubblico al cinema e forse anche alla lettura di Omero. Qui di seguito la traduzione dell’articolo che ha pubblicato sulla London Review of Book. All’interno del Foglio, invece, troverete come ogni giorno per tutto agosto un capitolo dell’Odissea.
La versione cinematografica d’azione da 250 milioni di dollari che Christopher Nolan ha tratto dall’antico poema greco di Omero è un modo divertente per ripararsi per qualche ora dalle alte temperature. I caratteristici salti e colpi di scena di Nolan nella struttura narrativa sono relativamente facili da seguire e si adattano bene all’Odissea, un racconto fatto di storie incastonate dentro altre storie. I miei figli adolescenti si sono divertiti. A differenza di altri film di Nolan, The Odyssey non è noioso, grazie al materiale di partenza, che è impossibile rovinare del tutto. E’ uno spettacolo audiovisivo per tutta la famiglia, simile a un’elaborata esibizione di fuochi d’artificio del 4 luglio, e dotato più o meno dello stesso livello di profondità narrativa ed emotiva.
Come nei suoi film precedenti, Nolan è interessato alle discontinuità dello spazio e del tempo, alla magia, ai trucchi, all’abilità manuale, alla tecnologia, alla rivalità, alla sostituzione, alle maschere, alle incomprensioni, a ciò che ricordiamo e a ciò che scegliamo di dimenticare. Ancora una volta, la sopravvivenza viene rappresentata come una sorta di trionfo. Ancora una volta, ci sono lunghe scene claustrofobiche di annegamento e quasi annegamento, ed episodi tecnicamente impressionanti in cui gli edifici vengono avvolti dalle fiamme e i veicoli esplodono. Ancora una volta, assistiamo alla disperata impresa di un personaggio maschile che cerca di riconquistare e/o vendicare un oggetto d’amore femminile. Speravo che l’affinità di Nolan con questi temi omerici potesse spingerlo verso nuove vette creative e consentirgli di evocare personaggi più credibili. Ma The Odyssey presenta la sua consueta combinazione di grandiosità e superficialità.
Senza un secchio di cera per le orecchie – quella che Euriloco, interpretato da Himesh Patel, l’eternamente ansioso braccio destro di Ulisse destinato alla rovina, usa per superare indenne le Sirene – sono stata esposta all’intero frastuono di bastoni, mazze e spade che percuotono, armature che cozzano, fulmini, onde che si infrangono, grugniti, urla, palazzi che crollano e templi in fiamme. Ma, a differenza di Matt Damon, l’Ulisse senza cera legato all’albero maestro mentre viene trasportato davanti alle Sirene – donne nude adagiate su rocce dall’aria piuttosto scomoda –, ho contemplato naufragi e carneficine senza provare alcuna sofferenza emotiva. I miei occhi sono rimasti asciutti persino davanti al cane Argo, la cui adorabilità da cucciolo viene prevedibilmente esaltata per adattarsi alla sensibilità animalista dei nostri tempi. Magari i personaggi umani fossero stati trattati con altrettanta seria attenzione.
L’epica omerica era già un adattamento. Il poema utilizzava una tecnologia relativamente nuova – l’alfabeto scritto – per rielaborare tradizioni mitiche preesistenti, rimodellando la storia del ritorno a casa di un reduce di guerra affinché entrasse in risonanza con le complesse preoccupazioni delle popolazioni di lingua greca del periodo arcaico, un’epoca di migrazioni, colonizzazione e urbanizzazione. Alcune comunità greche del VII secolo a.C. erano governate da un’oligarchia, altre da un solo uomo. Il poema segue la tensione tra i bisogni e i desideri di gruppi di uomini – i compagni di Ulisse o i pretendenti di sua moglie Penelope – e quelli di un singolo uomo potente e astuto, che vuole governarli tutti e conquistare per sé una fama eterna.
Gli dèi non esistono, e tuttavia i naufragi e la morte vengono presentati come l’inevitabile conseguenza dell’accecamento del figlio di Poseidone e dell’aver divorato le Vacche del Sole. La legge di Zeus viene descritta come di importanza cruciale, eppure Zeus non c’è. La visione del mondo di Nolan non è abbastanza ampia da contenere né dèi reali né persone reali che potrebbero essere diverse da noi.
Ci sono i giganti, tra cui Polifemo – qui un Ciclope solitario – e alcuni Lestrigoni eccessivamente agghindati. Circe, interpretata con energia terragna da Samantha Morton, è una Baba Jaga dentro una casetta di Hansel e Gretel; ricorre a una laboriosa forma di chirurgia plastica per trasformare gli avidi uomini di Ulisse nei maiali che già sono. C’è un solo mangiatore di loto, anche se il tema dell’amnesia assume un nuovo significato, come ci si potrebbe aspettare.
Scene famose scorrono rapidamente: Scilla e Cariddi minacciano la nave, Euriclea riconosce la cicatrice sulla gamba di Ulisse, Antinoo lancia uno sgabello contro il nostro eroe travestito. Mancano alcune sequenze importanti dell’epica: il film salta l’isola di Scheria, patria della premurosa principessa Nausicaa, dove l’Ulisse di Omero racconta le sue mirabolanti avventure agli ospitali Feaci. In questo film massimalista non c’è spazio per qualcosa di tanto piacevolmente quotidiano e su piccola scala quanto il bucato di Nausicaa e le sue fantasie da ragazzina su un futuro marito. L’Ulisse brizzolato di Damon non è né un grande narratore né un seduttore. Più sostanzialmente, l’inclusione di un luogo straniero amichevole, ricco e culturalmente evoluto avrebbe aggiunto ulteriore confusione alla premessa già confusa del film: che questa versione hollywoodiana della Grecia micenea sia l’unica “civiltà” esistente al mondo, l’unico luogo che ricordi ancora, almeno vagamente, che gli estranei e i mendicanti devono essere accolti secondo la legge di Zeus.
I costumi, le armature, le imbarcazioni e l’architettura sono un’accozzaglia, in linea con il poema di Omero, che a sua volta proviene da molte generazioni di narrazione e incorpora frammenti di epoche, dialetti e tradizioni differenti. Anche linguisticamente il greco omerico è una lingua composita, sebbene sia sempre poesia metrica e non una lingua che qualcuno abbia mai realmente parlato.
Nonostante l’indignazione artificiosamente alimentata online, non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel tentativo del film di avvicinarsi all’americano contemporaneo. Quando non si intende comporre una sceneggiatura in greco omerico, o neppure in versi metrici inglesi, tanto vale usare qualcosa di simile all’inglese americano colloquiale. Ma scrivere dialoghi non è uno dei talenti di Nolan. Il linguaggio è implacabilmente didascalico, privo di umorismo e piatto. Tentativi di parlare in modo energico – “Mio padre sta tornando” o “Andiamocene da questa cazzo di spiaggia” – convivono a disagio con meditazioni grandiose: “Sì, mia regina. La violazione della legge di Zeus si diffonde come una pestilenza. La nostra età del bronzo sta crollando, e forse lui non riusciva a sopportare la vista delle rovine di ciò che aveva fatto. Da nessuna parte. Meno che mai a casa sua”.
Come si dice durante le cerimonie di premiazione, ho appreso con umiltà che Nolan ha letto almeno il primo verso della mia traduzione dell’Odissea in pentametri giambici. In almeno un’intervista ha citato la mia versione del primo verso del poema: “Raccontami di un uomo complicato”. Ma mi vergognerei di aver scritto una qualsiasi parte di questa sceneggiatura. Purtroppo, l’Ulisse di Damon non è complicato, né scaltro, né ingegnoso.
Uno dei trucchi più divertenti – e famosi – dell’Ulisse di Omero consiste nel dire a Polifemo che il suo nome è “Nessuno”. Quando il gigante accecato grida ai vicini chiedendo aiuto, gli altri Ciclopi si tranquillizzano sentendo che “Nessuno” gli sta facendo del male. Nel film Ulisse non ha bisogno di battere Polifemo in astuzia, perché il Ciclope è un fantoccio privo di cervello. Il gigante monocolo e grugnente di Nolan viene definito “esso”, parla a malapena, non si ubriaca e non ha né vicini né una pecora preferita.
Forse ancora più sorprendentemente, considerando che viene dal regista di Oppenheimer, il goffo Ulisse di Damon sembra privo anche di intelligenza tecnologica, la polymēchania. Non costruisce un letto matrimoniale utilizzando un albero che cresce dentro casa sua – sarebbe uno spreco di fatica, dal momento che sembra dormire o fare sesso così raramente. La zattera con la quale fugge da Calipso è assemblata alla meglio con qualche pezzo di legno trasportato dal mare, in contrasto con l’elaborato lavoro di taglio e costruzione navale descritto da Omero. Non assistiamo alla progettazione o alla costruzione del Cavallo di Troia: al contrario, un cavallo kitsch e mal progettato, privo di ruote, compare sulla spiaggia battuta dal vento come se fosse stato scaricato lì da un drone. Le difficoltà del trasporto di oggetti grandi e ingombranti su terreni accidentati dovevano essere ben presenti nella mente del regista mentre trascinava le sue cineprese IMAX attraverso le numerose e impegnative location del film.
La novità più evidente introdotta da Nolan rispetto al materiale originale è una sottotrama basata su una storia dell’Eneide, che descrive il modo in cui i Troiani furono ingannati e indotti a portare il Cavallo di Troia – un’invenzione del “crudele Ulisse” – dentro la città, grazie alle macchinazioni di un agente doppio greco di nome Sinone, il cui nome significa “nocivo”. In contrasto con la rappresentazione relativamente positiva dell’intelligenza astuta nell’Odissea di Omero, Virgilio rende Ulisse crudele e predatorio; Sinone è il suo complice ingannatore. Nel film di Nolan, Sinone è interpretato da Elliot Page e, ben lungi dall’essere un cattivo, è il centro morale del film. Viene reclutato per la guerra di Troia quando è ancora un giovane coraggioso, a causa delle perfide macchinazioni di Antinoo, un adolescente renitente alla leva, interpretato da adulto da un Robert Pattinson carismaticamente viscido.
Il principale arco emotivo del film riguarda la tardiva presa di coscienza di Ulisse: egli comprende di essere complice dello sfruttamento di Sinone perché non gli ha detto la verità sul piano del Cavallo di Troia. Una volta recuperata la memoria, Ulisse è tormentato dal senso di colpa. Il film non affronta i dilemmi morali sollevati dalla propria invenzione narrativa: per esempio, perché sia tanto importante che Batman abbia detto tutta la verità al valoroso Robin, dato che quest’ultimo sarebbe stato comunque ucciso all’istante, o perché l’innocente Sinone voglia partecipare al piano, se il saccheggio di Troia è stato così terribile come il film vuole suggerire.
La menzogna di Ulisse a Sinone non dà inizio alla guerra di Troia, e presumibilmente i Troiani avrebbero comunque portato il cavallo dentro la città, come fanno nell’Odissea di Omero. Questa sottotrama confusa viene imposta al film per consentire a Nolan di esprimere un messaggio implacabilmente didascalico sul mondo anglofono contemporaneo: le menzogne e la xenofobia della guerra al terrorismo e della Brexit avrebbero avviato un declino culturale che ora sta distruggendo i valori ai quali “noi” teniamo di più.
L’altra grande aggiunta di Nolan alla narrazione omerica consiste nei ripetuti riferimenti alle minacce contro “la nostra civiltà” provenienti dai “popoli del mare”: una teoria ottocentesca oggi screditata su tribù marittime che si pensava avessero attaccato l’Egitto intorno al 1200 a.C. e fossero state responsabili anche del crollo, avvenuto più o meno nello stesso periodo, della cultura greca micenea.
“La nostra civiltà è sotto attacco”, si lamenta Penelope. Ulisse la conforta dicendole che la “civiltà dell’età del bronzo”, compresa la scrittura, risorgerà dalle proprie ceneri. Il consenso attuale, come Nolan evidentemente sa, è che non sia mai esistito un fenomeno unitario chiamato “popoli del mare” e che il passaggio del mondo di lingua greca dalla cultura palaziale micenea, più centralizzata e alfabetizzata, alle formazioni sociali frammentate della prima età del ferro greca nell’XI secolo a.C. sia stato causato da una serie di fattori, tra cui il cambiamento climatico, i terremoti e i disordini interni. Nolan utilizza queste teorie storiche concorrenti per costruire un caratteristico colpo di scena sull’identità dei popoli del mare, che non rivelerò, anche se probabilmente è possibile indovinarlo.
La legge di Zeus è una versione dell’antica xenia greca: l’insieme idealizzato dei rapporti tra estranei, ospiti e padroni di casa, chiamati a trattarsi con rispetto reciproco e a creare in questo modo legami plurigenerazionali tra famiglie non imparentate. Nel film la xenia viene filtrata attraverso le idee americane contemporanee sull’importanza della beneficenza filantropica: le persone ricche dovrebbero mostrarsi gentili con i poveri e gli affamati che vivono in mezzo a loro, senza necessariamente fare nulla per attenuarne la povertà.
Molti dei valori impliciti del film contraddicono direttamente quelli del poema di Omero. L’inganno, la guerra, il sesso extraconiugale, la crudeltà verso gli animali, gli abusi sulle donne e il desiderio d’onore – tutte cose perfettamente accettabili nel mondo di Omero – sono, in questa versione, molto negative. Questo di per sé non è un problema; lo diventa, però, quando i valori e la visione del film non stanno insieme e le motivazioni dei personaggi non hanno senso neppure secondo i criteri interni della storia.
Nell’Odissea di Nolan, massacrare persone con l’aiuto dell’inganno, della tecnologia e delle armi è sbagliato quando i Greci uccidono i Troiani, che hanno violato la xenia, ma è giusto quando Ulisse uccide i pretendenti, che hanno violato la xenia. Impossessarsi di qualcosa che Ulisse e i suoi compagni hanno apparentemente abbandonato è naturale e perdonabile quando i Troiani rivendicano il cavallo, ma innaturale e imperdonabile quando i pretendenti rivendicano il palazzo, il cibo, il vino e la moglie di Ulisse.
Gli estranei che giungono a Itaca devono essere trattati con benevola cortesia, perché potrebbero essere dèi travestiti; gli estranei nelle terre straniere, invece, sono solitamente mostri da accecare, derubare e massacrare.
Sfidare gli dèi è nobile e coraggioso quando Ulisse acceca Polifemo, figlio di Poseidone; è stupido e avido quando Euriloco mangia le Vacche del Sole. L’inganno è cattivo quando Ulisse inganna Sinone o quando i pretendenti ingannano Telemaco, ma è buono quando Telemaco e Ulisse ingannano i pretendenti.
Condividere è una cosa buona, e vediamo Ulisse prendere posto a un remo accanto ai suoi uomini; ma anche il governo di un solo uomo è inequivocabilmente una cosa buona, e coloro che contestano la monarchia o l’autocrazia, oppure cercano di mangiare più della porzione loro assegnata, sono malvagi – i pretendenti – o sciocchi – Euriloco. In entrambi i casi, devono morire. Combattere e uccidere per accumulare ricchezze, come fa Agamennone, è male; combattere e uccidere per conservare ricchezze già acquisite, anche attraverso la guerra, è bene.
Ognuna di queste contraddizioni morali potrebbe diventare un tema interessante e fecondo per un film, ma Nolan lascia che i frammenti di una serie incompleta di grandi idee girino nel vortice epico, senza offrirci alcuna tavola di esperienza umana solida e specifica alla quale aggrapparci.
L’Odissea di Omero fornisce un resoconto chiaro e commovente dei sentimenti, delle storie e delle prospettive di molti compagni e subordinati di Ulisse, tra cui Euriloco e il porcaro schiavo Eumeo. Rapito, trafficato e venduto come schiavo da bambino, Eumeo fantastica che il suo schiavista perduto da tempo, Ulisse, possa un giorno tornare e dargli una casa tutta sua. Nel film nessuno di questi personaggi subordinati possiede una personalità autonoma. Mentore, interpretato da Ryan Hurst, che aiuta Telemaco, interpretato da Tom Holland, non è una dea travestita, ma soltanto un premuroso tizio con la barba; Euriloco non è un rivale amareggiato di Ulisse, ma un altro premuroso tizio con la barba. John Leguizamo fa del proprio meglio nel ruolo di Eumeo, ora colpito dalla maledizione della cataratta per assicurarsi che non riconosca Ulisse prima del momento giusto, ma la sceneggiatura di Nolan non gli offre nulla su cui lavorare. L’unico desiderio di questo “servitore” – il termine preferito dal film al posto di “schiavo” – consiste nel rendere più confortevole la vita di Ulisse. Ma l’Ulisse di Damon rimane infelice mentre avanza ostinatamente verso la macchina da presa, attraversando l’ennesimo paesaggio meraviglioso.
La guerra di Troia viene presentata come un’aberrazione, colpa di un Agamennone mostruoso e senza volto – quello con lo strano costume da Darth Vader – che ha fallito come padre di famiglia americano uccidendo la propria figlia. Ulisse è un capo idealizzato che non metterebbe mai volontariamente in pericolo il proprio popolo: sono i suoi sciocchi uomini a insistere per andare a curiosare nella capanna di Circe, e lui va gentilmente a recuperarli, senza fermarsi a fare sesso con la dea neppure per un’ora, figurarsi per un intero anno magico. L’Ulisse di Damon è motivato soprattutto dall’ansia e dal senso di colpa, benché sia anche ansioso di proteggere il figlio. Holland è bravo a interpretare un giovanotto svampito di vent’anni che ne dimostra dodici.
Ma la rappresentazione di Ulisse come signore della guerra riluttante rende insensato il mondo immaginato dal film. Non ci viene mostrato che la guerra o l’uccisione sono sbagliate, ma soltanto che gli uomini buoni talvolta si sentono in colpa per averle praticate: un concetto molto diverso. Qualunque seria rappresentazione della violenza, antica o moderna, deve mostrare la prospettiva delle vittime oltre a quella degli autori, e i poemi omerici superano facilmente questa prova; Nolan no.
I Troiani sono disumanizzati dalle loro maschere: non conosciamo il nome o il volto di nessuno di loro. Le mani di Ulisse e Telemaco si sporcano di sangue soltanto attraverso le forme di uccisione più giuste e più simili a un videogioco, e non proviamo né pietà né orrore per la morte delle loro vittime, siano esse Troiani, giganti, pretendenti o schiavi. Durante il saccheggio di Troia – che si suppone abbia organizzato lui stesso – Ulisse si guarda intorno smarrito e inorridito, come se non avesse mai visto prima un massacro.
Allo stesso tempo veniamo invitati a disprezzare Antinoo – “mente contraria” –, il principale pretendente di Penelope, perché è un codardo, un bugiardo e un intrigante. Il film ci chiede sia di essere inorriditi dalla guerra sia di celebrare le sequenze d’azione in cui il guerriero riluttante riesce finalmente a mettere le mani sul proprio arco e il sangue comincia a scorrere. Il massacro dei pretendenti è probabilmente la sequenza più divertente del film. Il gioiosamente malvagio Antinoo – Pattinson è l’unica persona sul set che sembri divertirsi – merita chiaramente di essere pugnalato a morte con il pugnale di Sinone, ma merita anche uno degli Oscar che pioveranno su questo film come la pioggia d’oro di Zeus.
All’Odissea di Nolan mancano molti degli elementi che rendono grande il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, sulla memoria, sulla storia, sulla guerra o sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e le vite della sua famiglia, dei suoi avversari, dei suoi compagni, dei suoi amici e dei suoi vicini. E’ priva di profondità psicologica, emotiva, politica ed etica. La sua struttura narrativa è artificiosa. La scrittura è orrenda. Nessuno dei personaggi possiede motivazioni credibili per le proprie azioni o parole. Non ci sono scene di sesso e tutto il cibo ha un aspetto orribile.
Il problema etico più inquietante dell’Odissea di Nolan riguarda la decisione di girare parte del film nel territorio occupato del Sahara occidentale, normalizzando così la violenza tuttora in corso contro il popolo indigeno sahrawi. È particolarmente irritante che Nolan abbia usato quella terra semplicemente come sfondo visivamente suggestivo per un film che mette al centro, magnifica e redime l’eroe di una guerra territoriale in virtù del suo tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa.
Nonostante tutto questo, l’uscita di The Odyssey resta un evento da festeggiare. In quella che ci viene descritta come l’epoca dello streaming, quest’epica sta riportando il pubblico nelle sale. In quella che ci viene descritta come un’epoca di diminuzione dell’alfabetizzazione e di “morte delle discipline umanistiche”, le traduzioni dell’Odissea, compresa la mia, stanno andando a ruba.
Alcuni di coloro che comprano il libro o vanno al cinema per vedere Tom Holland potrebbero poi mettersi a studiare il greco antico. Forse il film convincerà qualche amministratore universitario a non tagliare i dipartimenti di letteratura, lingue e storia. Nolan, che ha studiato letteratura inglese allo University College di Londra – dove gli studenti continuano ad affrontare l’Odissea al primo anno come “testo fondativo” – sta facendo del proprio meglio per riportare il grande pubblico alla lettura, e gliene sono grata.
Emily Wilson, Copyright London Review of Books, 2026
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