Vertice Salvini-Piantedosi sulla sicurezza stradale. Ma il pensiero va al Viminale
Oggi pomeriggio Matteo Salvini e Matteo Piantedosi si vedono per parlare di sicurezza stradale, e la cosa, sulla carta, è limpida come un codice della strada: troppi ragazzi muoiono sull'asfalto, bisogna fare qualcosa, i due ministri competenti si incontrano. Punto. Se non fosse che in Italia un incontro fra due ministri non è mai solo un incontro fra due ministri, è anche un referto, una radiografia dei rapporti di forza, un piccolo bollettino di guerra travestito da agenda di governo. Il pretesto, va detto, è serio e non merita ironia. Un fine settimana di stragi silenziose, l'auto finita nel canale a Senago, tre ragazzi che non sono tornati a casa, e prima ancora la Versilia, la Liguria, una bambina di pochi mesi sulla Pontina. Salvini, che di queste cose si occupa da ministro dei Trasporti e da padre di famiglia mediatico, ha già detto la sua, vuole girare i licei, parlare ai neopatentati, lamentarsi dei monopattini in due senza casco e contromano, gesto nobile e probabilmente inutile come tutte le crociate contro l'andazzo dei minorenni in motorino.
Ma chi segue la cronaca di Palazzo sa che l'argomento vero, quello che nessuno scrive sull'ordine del giorno, prende un'altra strada, e va dritto al Viminale. Da settimane Vannacci rosicchia consensi alla Lega, e non si tratta più di un fastidio statistico. Gli ultimi sondaggi danno Futuro Nazionale avanti o appaiato al Carroccio, un sorpasso che la stampa internazionale descrive come una vera emergenza per Salvini. Ecco perché in tanti, nel partito, come scritto in diverse occasioni dal Foglio, sognano di arginare l'emorragia riportando il segretario al ministero dell'Interno, quello vero, quello con la scorta e le statistiche sugli sbarchi. Piantedosi, che lì sta seduto con la solidità di chi non ha alcuna intenzione di traslocare, e che al Foglio, con ironico understatement disse di essere “a disposizione”, è andato al Quirinale a fare una "chiacchierata di routine" con Mattarella, e si sa come funzionano a Roma le chiacchierate di routine: più sono routine, più qualcuno si agita. Salvini, va detto, smentisce tutto con la grazia un po' contraffatta di chi smentisce troppo. Non si limita a dire "non mi interessa il Viminale": no, tira fuori le case vuote da risistemare, il sopralluogo alla caserma Montello, l'amicizia sincera con Piantedosi, come un uomo che, accusato di aver mangiato la torta, non dice "non l'ho toccata" ma elenca con dovizia di particolari cosa stava facendo in cucina, a che ora, con quali posate. Excusatio non petita, dicevano i latini. Chissà. Così oggi i due Matteo si sederanno a parlare di cinture, controlli e campagne nei weekend estivi, e probabilmente lo faranno con la cura e la competenza che la materia richiede. Ma chiunque guarderà la foto del vertice, ammesso che ci sia una foto, cercherà, fra una statistica sugli incidenti e l'altra, il punto esatto in cui i loro sguardi si incrociano e si dicono, senza parole, la frase che conta davvero: il Viminale, per ora, resta tuo. Per ora.
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