«Vigile, ma preoccupato»: il volontariato toscano deve ripensarsi

Aprile 29, 2026 - 18:30
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«Vigile, ma preoccupato»: il volontariato toscano deve ripensarsi

«Vigile» e «preoccupato». Sono gli aggettivi scelti da Cesvot. Centro Servizi Volontariato Toscana per definire il Terzo settore toscano alla luce della nuova indagine Identità in movimento. Il Terzo settore alla prova delle nuove sfide sociali e istituzionali, che ha evidenziato un mondo associativo sì vitale e popolato, ma alle prese con incertezze riguardanti la propria identità e il proprio futuro.

Curata dal dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa e da Simurg Research, l’indagine, condotta su un campione di 3.200 Ets- Enti terzo settore, racconta di un volontariato vivo. I volontari attivi raggiunti dalla rilevazione sono 101mila, di cui 64.600 sono impegnati nelle organizzazioni di volontariati (odv) e 35.800 nelle associazioni di promozione sociale (aps). A questi, vanno aggiunti altri 115.900 volontari occasionali e 5.500 dipendenti. In tutta la Toscana, la stima complessiva raggiunge le 430mila unità, cifra che si ottiene parametrando i risultati del campione dell’indagine a tutti gli enti del Terzo settore. I beneficiari raggiunti dalle attività di questa grande moltitudine sono in rapporti di oltre uno a due per ogni volontario, superando il milione di persone. In particolare, circa 840mila sono raggiunti dalle odv e quasi 170mila dalle aps. Quanto alla vitalità del Terzo settore, Cesvot segnala che negli ultimi otto anni sono nati 1.300 nuovi Ets.

Tuttavia, ci sono delle criticità strutturali che pongono seri interrogativi sulla tenuta di questo mondo. Il ricambio generazionale, infatti, sembra essersi frenato: quasi il 50% dei volontari ha più di 55 anni, ma solo la metà degli enti ha adottato delle strategie per attirare e coinvolgere nuove leve, specie tra i giovani. Inoltre, se i social sono una componente sempre più importante per reclutare nuovi volontari (strategia scelta dal 40% degli enti), oltre la metà degli Ets continua a puntare sull’affiancamento di volontari senior: un modus operandi, sottolinea Cesvot, che testimonia una scarsa capacità di innovare i modelli di accoglienza. Inoltre, l’indagine rileva un ritardo sul fronte della digitalizzazione e sul quello della formazione continua: solo il 34% degli Ets svolge attività formative regolari, concentrandosi però soprattutto su competenze tecniche finalizzate all’erogazione dei propri servizi e tralasciando altri aspetti come amministrazione condivisa, lavoro in rete e comunicazione verso l’esterno.

«I dati di questa ricerca ci consegnano un’immagine fedele di ciò che vediamo ogni giorno sul territorio: un volontariato toscano che non si è fermato, che continua a essere un presidio fondamentale per centinaia di migliaia di persone», commenta Luigi Paccosi, presidente di Cesvot, che però aggiunge: «Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla fotografia. Quello che emerge con chiarezza è che gli enti del Terzo settore hanno bisogno di essere accompagnati in questa fase di transizione, non solo sul piano burocratico e normativo, ma soprattutto su quello culturale».

Un esempio è dato dall’iscrizione al Registro unico degli enti del Terzo settore (Runts). La stragrande maggioranza degli Ets non ha dubbi sui benefici dell’iscrizione, ma la principale ragione per cui viene fatta è l’accesso a benefici economici e fiscali. Co-programmazione e co-progettazione, invece, sono citati come obiettivi espliciti solo dal 6,8% degli Ets. A oggi, appena il 44,1% degli Ets toscani ha all’attivo convenzioni con enti pubblici. «La collaborazione del Terzo settore con gli enti locali è in via di graduale consolidamento attraverso le esperienze di amministrazione condivisa, così come si sperimenta un più intenso protagonismo nell’animazione della società civile mediante iniziative di prossimità e di coinvolgimento della cittadinanza», analizza Andrea Salvini, professore di Sociologia generale dell’Università di Pisa e curatore dello studio insieme a Irene Psaroudakis.

Un «protagonismo» che, però, secondo Cesvot, non basta. Alla domanda sui progetti futuri, il 60% delle risposte indica un potenziamento di attività già esistenti, cosicché il rischio di lasciare scoperte alcune importanti sfide è concreto. Secondo i ricercatori, la soluzione passa da una trasformazione culturale, che permetta di superare la logica della singola organizzazione per abbracciare una dimensione di reti eterogenee, capaci di condividere risorse (non solo economiche). A oggi, solo il 46,7% degli Ets ha realizzato progetti in rete con altri.

In apertura: foto di Federico Barattini/Cesvot

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Redazione Redazione Eventi e News