Travis Norwell, pastore battista, promotore della leadership diffusa del movimento
Undicesima e penultima tappa del viaggio alla scoperta delle persone che stanno dando corpo e vita al movimento No Kings negli Stati Uniti. Si tratta di dodici ritratti di altrettanti punti di riferimento della società civile di Minneapolis e Saint Paul, le twin cities che, dalla rivolta anti Ice in avanti, stanno riscrivendo la storia dell’attivismo civile negli Usa. Gli articoli sono tratti dal numero di VITA magazine di aprile intitolato “Minneapolis, l’America dopo Trump”. Le interviste sono di Doriano Zurlo, le foto di Stefano Rosselli e Doriano Zurlo, inviati a Minneapolis per VITA. Qui i primi dieci ritratti: Andrew Schumacher Bethke, insegnante di storia e patroller, Amy Levad, teologa, mamma e volontaria in incognito; Jim Bear Jacobs: l’intellettuale anti trumpiano discendente dei Mohicani; Sharif Mohamed: imam e guida di un centro civico aperto a tutte le fedi; Brenda Lewis: dirigente scolastica, testimone e attivista digitale; Kevin Kenney: vescovo ausiliare, volontario e animatore di comunità; Mateo Myrvik: il volontario che ristruttura case e impacchetta cibo per le vittime di Ice; Bridgette Stewart: paladina dei diritti e voce della comunità nera; Craig Wymor, consulente, trainer, fischiatore e legal observer e Rhonda Miska, parrocchiana, promotrice culturale e scudo umano anti Ice
Chi partecipa a una funzione alla Judson Memorial Baptist Church, al 4101 di Harriet Avenue, nel sudest di Minneapolis, capisce che c’è qualcosa che non funziona nella rappresentazione che, in genere, i media restituiscono della religiosità americana. In Italia si pensa che essa assomigli a quella caricatura che ne fa la Casa Bianca quando i collaboratori più stretti di Trump si mettono in posa per la foto, con il volto intriso di compunzione, gli occhi chiusi in atteggiamento orante, le mani orientate benevolmente verso il presidente e un sottotesto che dice, tristemente: «Dio è con noi». Ma si tratta, per l’appunto, di una caricatura, di una mistificazione. Di una perversione della religiosità più autentica e profonda che attraversa le varie confessioni protestanti degli Stati Uniti.
Il pastore battista Travis Norwell è arrivato a Minneapolis nel 2012, e da allora non ha smesso di predicare il contenuto più autentico del Vangelo, che con le guerre di Trump non ha nulla a che fare.

Dove è nato e come si sta sviluppando il movimento No Kings? Quali sono i luoghi simbolo e le persone che definiscono e animano un movimento civico che promette di cambiare gli Stati Uniti ed espandersi al resto del mondo? Sul nuovo numero di VITA magazine un reportage tra i luoghi, le storie e i protagonisti di questo fenomeno.
Minneapolis, l’America dopo Trump
La Judson Memorial Baptist Church è stata molto attiva nei giorni dell’Ice. Cosa avete fatto?
Partecipavamo alle proteste. Davamo da mangiare alle persone. Accompagnavamo la gente al lavoro e la riportavamo a casa. Portavamo i bambini a scuola e li andavano a riprendere. Facevamo doposcuola per assicurarci che i ragazzi facessero i compiti. Pagavamo l’affitto per permettere alle persone di restare nelle loro case. Offrivano spazi di incontro. La chiesa ha una grande sala, molti gruppi della comunità si riunivano lì. In segreto: solo io e un’altra persona sapevamo che la riunione stava avvenendo.
Fate ancora queste cose?
Con meno intensità. Però sì, ancora. Questo periodo ha creato qualcosa tra le persone. Qualcosa che dura. Oggi una donna in chiesa diceva che la sua paura più grande è che le relazioni create in questo periodo non continuino. Che tutti tornino alla normalità. Si chiede: come facciamo a mantenere questo livello di attività e di connessione? Le persone vogliono mantenerlo. È un movimento sociale, dire politico equivale a ridurlo, è politico ma anche interpersonale.
In un’intervista ha detto: «Avevo paura che la città bruciasse di nuovo, come ai tempi di George Floyd, ma questa volta non è successo». Perché?
Dopo George Floyd si cominciavano a vedere pick-up, grandi camion con i vetri oscurati e senza targhe. C’erano persone che venivano da fuori città, e da stati vicini: Wisconsin, Iowa, North e South Dakota. Venivano qui e cercavano di agitare la gente. Accendevano incendi, rubavano cose, arrivavano alle proteste e spingevano le persone, cercavano di farle litigare, di provocarle. Eravamo preparati che ciò potesse succedere di nuovo. Curiosamente, non sembra che gli agitatori esterni si siano davvero presentati. Gli agitatori esterni, questa volta, erano gli agenti dell’Ice.
Chi guida le proteste oggi?
Se hai due o tre leader che tutti possono identificare, allora la polizia e il governo sanno chi perseguire. Qui siamo tutti leader. Quartiere per quartiere, isolato per isolato. I sindacati sono responsabili, i gruppi interreligiosi sono responsabili, gli insegnanti sono responsabili. I pensionati — invece di Antifa li chiamano Grand-Tifa — sono responsabili. Insomma, abbiamo creato un movimento pieno di leader invece che guidato da una o due persone.
Che cosa ha detto nel suo sermone, quando è stata uccisa Renée Nicole Good?
In chiesa ho posto una domanda impegnativa:« Sei disposto a morire per il tuo vicino?» Poi siamo andati alla marcia di protesta e, camminando, abbiamo visto molti palazzi pieni di rifugiati e immigrati. Tutti avevano le bandiere dei loro Paesi: Messico, Venezuela, Colombia. Una famiglia, credo colombiana, aveva le bandiere alzate. C’era una bambina di cinque o sei anni che ci guardava e ha fatto il gesto del cuore con le mani. Io ho iniziato a piangere. E ho visto che tutti quelli che passavano davanti a quella bambina piangevano. Per me quella è stata l’immagine di ciò per cui sarei disposto a morire. Non per una stupida guerra per il petrolio in Iran. Ma per quella bambina, perché possa avere una buona vita.
Travis Norwell è nato in West Virginia, a St. Albans. Si è laureato alla Marshall University di Huntington e alla Colgate Rochester Crozer Divinity School, dove studiò anche Martin Luther King Jr. (foto: Doriano Zurlo)
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