Voce, silenzio e buio. Quando Beckett giocò con le convenzioni radio
C’è un modo molto semplice per misurare lo stato di salute di un classico: entrare in libreria e vedere se c’è. Da questo punto di vista Samuel Beckett ha conosciuto in Italia alti e bassi. Più bassi che alti, potremmo dire, con una formula che lui avrebbe apprezzato. Ma il 2026, anno del centoventesimo anniversario della nascita, sembra coincidere con una nuova fase di visibilità.
Einaudi ha appena mandato in libreria due volumi beckettiani. Il primo è "Molloy", nella collana Letture, con la traduzione di Aldo Tagliaferri e la postfazione di Paolo Bertinetti. Il secondo raccoglie invece i "Radiodrammi", nella traduzione e cura di Gabriele Frasca.
Molloy, primo movimento di quella “trilogia” (virgolette d’obbligo, perché Beckett non la considerò mai tale), che comprende anche Malone muore e L’innominabile, è il primo tentativo di decostruire la forma romanzo attraverso avanzamenti e smentite. La nuova edizione Einaudi è la riproposta della traduzione di Tagliaferri già uscita nel 1996, poi di nuovo nel 2005, accompagnata dalla stessa postfazione di Bertinetti. La vera novità, dunque, è il volume Radiodrammi, che va a integrare il Meridiano beckettiano che Mondadori ha dato alle stampe tre anni fa. Lì la produzione radiofonica era rappresentata soltanto da Parole e musica. Il volume Einaudi contiene invece tutti i testi che Beckett scrisse per la radio: Tutti quelli che cadono, Ceneri, Cascando, Parole e musica, Schizzo radiofonico, Pochade radiofonica.
Nel 1956 il sovrintendente al Terzo Programma della Bbc chiese a Beckett, ancora ammantato dal successo di Aspettando Godot, un testo da trasmettere. Nacque così Tutti quelli che cadono. Fu l’inizio di un rapporto incredibile tra autore e medium: nel giro di appena cinque anni (dal 1956 della prima pièce radiofonica al 1961 dell’ultima, Cascando) Beckett smontò il giocattolo parlante gettando via, una dopo l’altra, tutte le zavorre convenzionali. L’impianto realistico verrà abbandonato già in Braci, dove non è più certa la fisicità dei personaggi. Trama e climax faranno le valigie in Parole e musica, con Cascando la definizione di “sceneggiature radiofoniche” perderà qualunque significato. Sono lavori per la voce, per il silenzio, per il buio. Aggiunge Frasca nella postfazione: “La radio finì col rappresentare per Beckett la prima spinta per una nuova ampia parabola linguistica, che tornata inaspettatamente sulla lingua presunta materna, troverà la sua conclusione solo nel tedesco delle regie, a partire da quelle spericolate per la televisione”. Già, perché dopo aver smontato la convenzionalità della scrittura radiofonica, Beckett avrebbe cominciato a insidiare anche il medium televisivo, scrivendo vere e proprie partiture per telecamera. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano.
Lo stato di salute dei classici, si diceva invece. Beckett non sembra davvero uscito di scena, oggi. Il Meridiano Mondadori del 2023, con la sapiente cura di Gabriele Frasca, ha riportato in circolazione anche testi di difficile reperibilità. Nel 2024 la Cue Press di Imola ha avviato una serie di pubblicazioni preziose dal punto di vista critico: la nuova traduzione della biografia di James Knowlson, i saggi di Ruby Cohn e Alan Astro, il companion allestito da Frasca con il suo Dolce stil no. Ora Einaudi aggiunge due tasselli ulteriori.
Intanto Beckett continua a circolare anche fuori dai libri. A Islamabad, a gennaio, Aspettando Godot è stato messo in scena in urdu dalla compagnia Qissa Khwani Theatrics nella traduzione di Ahmad Umar Ayaz. Non si contano ormai le lingue parlate da quel personaggio che non arriva mai. A Venezia, in questi giorni, Palazzo Diedo ospita la prima rappresentazione internazionale della trasposizione teatrale di Come è realizzata da Gare St Lazare Ireland. Perfino il Beckett più ostico e fangoso trova la via della scena.
A tenere vivo questo movimento contribuisce anche la Samuel Beckett Society, che negli ultimi anni ha moltiplicato occasioni di studio capaci di sottrarre Beckett alla fissità del monumento. Natura, tecnologia, relazioni, ambiente, intertestualità, ruolo delle donne: i temi delle conferenze e delle pubblicazioni mostrano come la parola di Beckett, per quanto scarnificata, sia ancora in grado di intercettare ciò che cambia intorno a noi.
Nell’introduzione al Meridiano, Frasca scriveva che Beckett ha ormai “sfondato il muro di studi che sempre di più lo ha circondato, per diventare una vera e propria icona pop”. Purché l’icona pop non diventi un’icona sacra. Benvenute allora le edizioni che rimettono in circolo i testi, anche solo per confermare ciò che già c’era o per far ascoltare voci che si erano fatte flebili. Beckett, del resto, non ha mai chiesto molto di più: una voce, un buio, continuare anche quando non è più possibile farlo.
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