Accordo Usa-Iran: al G7 gli europei propongono una missione nello Stretto di Hormuz, Trump nega la necessità di aiuti

L’agenda del G7 di Évian-les-Bains, in Francia, è stata rivoluzionata dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che un memorandum preliminare d’intesa con l’Iran è stato firmato. Per quanto si tratti di una firma digitale, come è stato sempre comunicato, e dunque di una prassi che probabilmente non è del livello che si richiederebbe a un primo atto formale che dovrebbe mettere fine a tre mesi e mezzo di guerra nel Golfo Persico, la notizia ha finito per oscurare gran parte degli altri dossier che i capi di stato e di governo devono discutere a questo vertice G7. Nulla esclude che entro domani, giornata di chiusura dell’appuntamento nell’Alta Savoia, si approfondiscano tutti gli altri argomenti previsti originariamente, ma intanto i leader di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Giappone si sono confrontati soprattutto sul messaggio recapitato da Trump, ovvero il fatto che lo Stretto di Hormuz tornerà a essere completamente aperto e privo di restrizioni o pedaggi a partire da venerdì 19 giugno, in concomitanza con la firma formale e fisica dell’intesa tra Washington e Teheran che avverrà a Ginevra.
In base alle prime indiscrezioni riguardanti i contenuti dell’accordo, Teheran avrebbe accettato rigidi meccanismi di controllo internazionale per rinunciare allo sviluppo dell’arma nucleare, ottenendo in cambio da Washington lo sblocco di circa 25 miliardi di dollari di asset congelati e un graduale allentamento del regime sanzionatorio. Molti altri dettagli dell’accordo sono da chiarire da qui a venerdì, ma intanto una cosa è certa: questa mossa di Trump non è affatto piaciuta al leader israeliano Benjamin Netanyahu, che non ne vuol sapere di mettere fine all’offensiva bellica contro Iran e Libano.
I leader europei presenti al vertice G7 hanno invece accolto la notizia con sollievo, e Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta esprimendo la volontà di schierare una missione navale strettamente difensiva che si occupi di scortare i mercantili e bonificare le acque di Hormuz dalle mine. Su questo fronte, la premier italiana Giorgia Meloni ha confermato la piena disponibilità dell’Italia a inviare unità militari per il pattugliamento, previa autorizzazione del Parlamento. Bisognerà però vedere come si svilupperà questa iniziativa europea, anche e soprattutto perché intanto lo stesso Trump ha frenato questo attivismo degli alleati del Vecchio continente: «Mi piacerebbe davvero, ma non credo che si avrà bisogno di molto aiuto», ha detto il presidente statunitense sostenendo che «l’accordo stesso dice che lo Stretto si aprirà» e che il passaggio in quelle acque sarà «gratuito».
Si vedrà a breve se sarà effettivamente così, ma intanto un’altra cosa certa, oltre all’irritazione di Netanyahu, è che se le Borse mondiali hanno ripreso a correre, il prezzo del gas non sta affatto calando verso i livelli pre-crisi: ancora oggi, mentre al G7 si dà per scontata la pace fatta, il mercato di riferimento europeo (Ttf) viaggia su prezzi che sono di circa il 30% superiori rispetto alla vigilia dei bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran. E questo perché, come spiegano gli analisti di Montel, che è un’agenzia internazionale specializzata in tematiche riguardanti l’energia, le incognite geopolitiche residue sono ancora troppe e tutt’altro che di poco peso, a cominciare proprio dalla posizione contraria di Israele rispetto a questa intesa raggiunta da Washington e Teheran e anche dalle tensioni ancora altissime in Libano. Si tratta di due fattori che evidentemente non rassicurano gli operatori finanziari circa un ritorno a breve a una situazione di normalità nello scacchiere mediorientale.
E i timori per il futuro, nel breve e forse anche medio periodo, non sono limitati al mondo della finanza. Anche le Nazioni Unite accolgono con sollievo l’annuncio di Trump circa la sigla del memorandum preliminare e poi per venerdì l’accordo di fine ostilità vero e proprio. Però gli stessi vertici Onu non sembrano fidarsi del tutto delle parole del presidente Usa, secondo cui tra soli tre giorni Hormuz verrà riaperto e si tornerà alla normalità. Le Nazioni Unite lanciano infatti un appello affinché si apra immediatamente un corridoio di aiuti attraverso lo Stretto: il blocco navale imposto dall’Iran e poi lo stop quasi totale al traffico marittimo a cui hanno contribuito le navi americane hanno paralizzato non solo le rotte energetiche, ma anche le forniture di fertilizzanti e aiuti alimentari, minacciando di trascinare le economie più vulnerabili del mondo in una gravissima crisi alimentare globale. È questo l’allarme lanciato dall’Onu. Che ora guarda con un misto di speranza e apprensione a quello che non a caso viene definito dalle Nazioni Unite un accordo «fragile». Aggettivo a cui ricorre tra gli altri l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, sottolineando di fronte al Consiglio per i diritti umani che «in questo momento delicato, tutte le parti devono dare prova della massima moderazione e lavorare per consolidare il cessate il fuoco e tradurlo in un accordo di pace globale».
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