«Alcibiade è il mio uomo», la meraviglia nelle parole di Ilja Leonard Pfeijffer a Laveno

L’ultimo dialogo di questo “sabato delle meraviglie”, dal titolo La storia è finzione?, si chiude con lo scrittore e poeta olandese Ilja Leonard Pfeijffer.
Ilja – considerato una delle voci più potenti della letteratura nord-europea – apre con un’introduzione di sé decisamente ironica, di quelle che fanno scattare l’applauso quasi per riflesso. Gioca con il pubblico, ci entra subito in confidenza, racconta la sua vita come se fosse già un romanzo. E forse lo è. Svela, ad esempio, come per strani giochi del destino sia arrivato a Genova diciotto anni fa in bicicletta, per poi innamorarsene al punto da restarci.
Genova, racconta, non è solo uno sfondo: è un nodo. Una città di partenze e di arrivi. Dalle crociate alle migrazioni ottocentesche, fino a quelle contemporanee, tutto passa da lì. E quindi era inevitabile scriverne. Un romanzo sulla migrazione, anche perché – lo dice lui stesso con ironia – è pur sempre un immigrato. Solo che si è mosso da nord a sud, e non il contrario.
A guidare il dialogo è Frank Raes, che entra subito in un aspetto chiave della scrittura di Pfeijffer: il suo uso ricorrente della prima persona. Spesso i suoi romanzi raccontano di un personaggio che sta scrivendo proprio il libro che noi stiamo leggendo. Un cortocircuito narrativo. Perché?
La risposta è quasi disarmante nella sua semplicità: bisogna motivare il racconto. Anche nella vita quotidiana, osserva Ilja, dovremmo sempre chiederci perché qualcuno ci sta raccontando qualcosa – e perché noi dovremmo ascoltarla. Il coinvolgimento non è automatico, va costruito. E il lettore, quindi, non può restare passivo: deve entrare nella storia mentre questa prende forma.
Quello che emerge è l’importanza della consapevolezza geopolitica del lettore. La fiction non è mai solo fiction. E l’ironia – che Pfeijffer maneggia con estrema precisione – diventa uno strumento fondamentale per avvicinare anche i non addetti ai lavori a questioni complesse, spesso scomode.
Tutto questo si incarna perfettamente nel suo romanzo Alcibiade. Un personaggio che, a sentirlo parlare, è molto più di un semplice protagonista. È quasi una presenza personale. “Il mio uomo”, lo definisce, con una punta di gelosia che strappa una risata. Attraverso Alcibiade, Pfeijffer mette in dialogo la storia di Atene del V secolo a.C. con la Storia presente. Il ruolo di Alcibiade nel declino del sistema democratico ateniese diventa uno specchio delle fragilità contemporanee. Perché quel rischio, oggi, non sembra poi così lontano.
E qui entra in gioco la vera magia del romanzo storico: la possibilità di viaggiare nel tempo. La letteratura, dice Pfeijffer, ci permette di attraversarlo, anche se – aggiungo io – il tempo stesso resta un elemento instabile, sfuggente, quasi tirannico. I dettagli si confondono, il vero e il verosimile si intrecciano. La Storia si mescola alla narrazione. Ed è proprio lì che succede qualcosa. Certo, dietro c’è un lavoro rigoroso. Il background da classicista di Pfeiffer impone ricerca, precisione, immersione nel contesto. Ma alla fine resta fiction. Sempre. Inevitabilmente mediata dallo sguardo di chi racconta.
È questa, per me, la cosa più interessante che il dialogo lascia: la consapevolezza che ogni narrazione – che sia un romanzo, un film o un articolo giornalistico come questo – è sempre una mediazione. La responsabilità resta nostra (e vostra). Come lettori, ascoltatori, pubblico. Sta a noi (e a voi) decidere come stare dentro le storie e imparare a interpretarle considerandone il contesto.
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