Aldo Montano e il dramma delle allergie alimentari che comincia dalle parole

06 Luglio 2026 - 19:37
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Aldo Montano e il dramma delle allergie alimentari che comincia dalle parole

Aldo Montano e il dramma delle allergie alimentari che comincia dalle parole

Quanto può essere letale un’allergia alimentare? E quanto può essere invalidante vivere sapendo che il gesto più naturale del mondo, mangiare, potrebbe ucciderti? Avete letto bene, non ho scritto intolleranza, ma allergia.

Perché, ahimè, chi scrive conosce molto bene questa patologia: sono allergica alle proteine del latte, in forma grave, sin dalla nascita. E anche io sono ancora viva nonostante tutto, ma accolgo l’appello di Montano nella speranza di riuscire, anche dal mio punto di vista, a spiegare quanto non sia affatto semplice.

Fermiamoci un secondo a pensare a uno degli istinti più primordiali degli esseri viventi, un bisogno fisiologico universale che, al di là del senso di piacere che può rilasciare, è una condizione essenziale per la sopravvivenza.

Stiamo parlando del cibo e quindi anche del settore agroalimentare, ovvero una filiera che parte dal campo e arriva alla tavola del consumatore, includendo agricoltura, allevamento, industria alimentare, logistica, distribuzione e ristorazione – che genera oltre 676 miliardi di euro di fatturato annuo e contribuisce per circa il 15% del PIL nazionale, (come dichiarato nel Rapporto sull’Economia Agroalimentare 2025 di BPER Banca).

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So che è un esercizio difficile, ma immaginate di essere nati con questa malattia del sistema immunitario, un ostacolo davanti alla naturale necessità di doversi nutrire, oltre che – ma è secondario – non potersi sentire mai un normale consumatore dell’enorme mercato del food. In Italia si stima che nel 2025 le allergie alimentari interessino tra il 3% e il 4% della popolazione, pari a circa 2 milioni di persone per cui non esiste un vero mercato di riferimento. L’offerta disponibile è rivolta prevalentemente a intolleranze o a scelte alimentari, mentre manca un ecosistema di prodotti e servizi progettati per garantire la totale sicurezza delle persone allergiche.

Completando l’esercizio di immedesimazione, quindi, provate a pensare cosa voglia dire essere Aldo Montano, andare a cena in un ristorante, segnalare la propria allergia e ritrovarsi improvvisamente in ospedale a lottare contro uno shock anafilattico. Oppure pensate di essere me: avere 7 anni e di non venire mai invitati alle feste di compleanno dei vostri compagni di classe; averne 15 anni e avere paura di baciare qualcuno per la prima volta perché non sapete cosa possa aver mangiato poco prima.

E a ogni età, pensate che ogni volta che mettete piede fuori casa non potrete prendere parte alle circostanze sociali più comuni, come un gelato, una pizza, un aperitivo. Potete sentire gli odori, avere inevitabilmente l’acquolina in bocca, ma dovete salvarvi la vita e non toccare assolutamente nulla.

Tutto questo si ripercuote inevitabilmente sulle relazioni, sulla carriera, sulla psiche. Imparate prestissimo che, troppo spesso, agli altri non interessa. Al massimo rappresentate un problema e nessuno vi biasima se tendete a isolarvi. Oppure sottolineano la vostra estrema magrezza in modo denigratorio. Useranno sempre la parola “intolleranza”, perché la ritengono più familiare, e la parola “lattosio”, perché probabilmente è quella che conoscono meglio.

Intanto, la lista degli incompresi, purtroppo deceduti, si allunga e sono tutti giovanissimi. Federica Stiffi aveva appena 16 anni e, durante una serata in un bar di Roma, avrebbe segnalato al personale la sua grave allergia al latte. Uno shock anafilattico l’ha uccisa nel 2018. Nel 2023, Anna Bellisario aveva 20 anni. Aveva mangiato un tiramisù venduto come “vegano”.

È morta all’ospedale San Raffaele di Milano dopo essere entrata in shock anafilattico. In questo 2026, Sofia Di Vico, 15 anni, è morta a Roma dopo una cena al ristorante con la sua squadra di basket. La ragazza era gravemente allergica alle proteine del latte. Adriano D’Orsi, 16 anni, è deceduto a Casoria dopo aver mangiato un gelato. Anche lui era allergico alle proteine del latte.

Eppure, in Italia non esiste un Registro nazionale delle anafilassi. A denunciarlo è Vincenzo Patella, presidente della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica, che da tempo chiede l’istituzione di un sistema nazionale di raccolta dati presso l’Istituto Superiore di Sanità. Nonostante questa grave lacuna, gli allergologi stimano che nel nostro Paese si verifichino mediamente circa quattro decessi l’anno dovuti ad allergie alimentari, un numero che potrebbe essere persino sottostimato.

Lo sportivo Aldo Montano per fortuna si è salvato e ha scritto sui suoi social: “È ora che le allergie alimentari vengano trattate per quello che sono: un’emergenza potenziale, non un dettaglio da ignorare“. Forse gli allergici – e ripetiamolo un’ultima volta, non gli intolleranti, ma gli allergici – pretendono semplicemente di essere riconosciuti per quello che sono. Perché il riconoscimento passa anche dalle parole. Chiamare un’allergia “intolleranza” non è una semplificazione innocua.

Significa minimizzare una patologia che può uccidere. Essere chiamati con il nome giusto non è una questione di semantica. È il primo passo per essere compresi, riconosciuti e, forse, protetti. Perché quando continuiamo a sbagliare le parole, finiamo troppo spesso per sbagliare anche l’importanza che diamo alle persone, nella loro vita e anche nei confronti della loro morte. Una società che non riconosce fino in fondo una malattia, difficilmente riuscirà a proteggere chi ogni giorno è costretto a conviverci.

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