Antidepressivi e salute del cuore, uno studio internazionale smentisce il rischio di aritmie
La ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, nasce da un’idea sviluppata all’Università di Verona nel 2010 e coinvolge il dipartimento di Medicina, la Cardiologia dell’Aoui e l’Università di Oxford
Verona, 16 ottobre 2026 – Un’analisi internazionale conferma che gli antidepressivi, quando prescritti alle dosi raccomandate e in relazione al quadro clinico del paziente, non aumentano il rischio di aritmie gravi, eventi cardiovascolari o morte cardiaca.
La ricerca, pubblicata a fine settembre sul British Medical Journal (Bmj), è nata da un’idea sviluppata all’Università di Verona nel 2010. Lo studio è il risultato della collaborazione tra il dipartimento di Medicina dell’Università di Verona, la Cardiologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona (Aoui), la Psichiatria del Warneford Hospital e l’Università di Oxford.
Il lavoro ha analizzato i dati individuali di 8.679 pazienti coinvolti in 35 studi e trattati con 10 diversi farmaci antidepressivi. Per tutti i pazienti erano disponibili dati clinici completi sul rischio cardiovascolare e accurate misurazioni elettrocardiografiche.
Alcuni farmaci, in particolare l’amitriptilina e l’escitalopram, possono allungare il tratto QT dell’elettrocardiogramma. In alcuni contesti clinici, questa alterazione può essere associata all’insorgenza di aritmie cardiache gravi. Nella popolazione analizzata, tuttavia, queste aritmie non si sono verificate.
Un’ulteriore analisi, condotta su oltre 52.000 pazienti, ha escluso un aumento degli eventi cardiovascolari o delle morti cardiache tra le persone trattate con questi farmaci rispetto a quelle che non li assumevano.
“I risultati mostrano che le alterazioni elettrocardiografiche provocate dagli antidepressivi, quando i farmaci vengono utilizzati alle dosi raccomandate, non si traducono in problemi cardiaci nella pratica clinica – dichiara Flavio Luciano Ribichini, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Verona e direttore della Clinica cardiologica dell’Aoui di Verona – La prescrizione risulta quindi sicura quando viene adeguata alle caratteristiche e al contesto clinico di ogni paziente”.
L’idea dello studio è nata il 17 settembre 2010, durante un incontro nazionale organizzato dalla Cattedra di Psichiatria dell’Università di Verona nella sede del Policlinico. Tra i temi discussi c’era il possibile rischio che i farmaci utilizzati per trattare la depressione e le psicosi potessero provocare aritmie cardiache gravi, anche potenzialmente fatali.
L’osservazione clinica quotidiana aveva però portato Ribichini e Andrea Cipriani, allora ricercatore dell’Università di Verona, a mettere in dubbio l’esistenza di una correlazione diretta tra le alterazioni elettrocardiografiche e le aritmie gravi. Da qui nacque il progetto per analizzare un ampio numero di pazienti e verificare il rapporto tra farmaci, modifiche dell’elettrocardiogramma ed eventi cardiaci.
Negli anni successivi, Cipriani si è trasferito in Inghilterra e ha proseguito le proprie attività di ricerca sulla farmacologia degli antidepressivi e degli antipsicotici. La collaborazione tra la Cattedra di Psichiatria dell’Università di Oxford e la Cardiologia di Verona ha permesso di integrare i dati clinici e gli elettrocardiogrammi di decine di migliaia di pazienti, portando alla conclusione del progetto.
“Questa pubblicazione mette a disposizione della comunità scientifica dati che possono rassicurare i medici chiamati a prescrivere antidepressivi – aggiunge Ribichini – Le anomalie elettrocardiografiche associate a questi farmaci non sembrano tradursi, alle dosi raccomandate, in conseguenze cliniche concrete. Il lavoro è nato dall’osservazione clinica e dall’analisi delle evidenze, ma anche da una collaborazione costruita nel tempo e sostenuta dalla perseveranza dei ricercatori di Verona e di Oxford”.
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