Antigone di Manni nel braccio penitenziario femminile delle Novate

Maggio 13, 2026 - 10:30
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Antigone di Manni nel braccio penitenziario femminile delle Novate


L’appuntamento giunto ormai al suo settimo anno di vita, vede il progetto teatrale sviluppato dal regista e attore Mino Francesco Manni, consolidarsi con successo, presso l’Istituto Penitenziario delle Novate di Piacenza, diretto da Andrea Romeo in carica da pochi mesi e succeduto a Maria Gabriella Lusi. E’ un progetto Territorio Emilia Romagna finanziato dalla Cassa delle Ammende.

Anche questa volta, grazie all’impegno della vice direttrice Dora Scudieri, dell’area educativa delle Novate coordinata da Roberta Cavaterra, dalla Polizia penitenziaria guidata da Maria Tersa Filippone e la garante dei diritti dei detenuti Maria Rosa Ponginibbi, un nutrito pubblico convenuto con le autorità militari presenti, dal Vescovo Mons. Adriano Cevolotto, e anche una rappresentanza dell’Associazione ANCT, hanno apprezzato l’operato delle attrici detenute, appassionate interpreti del testo senza tempo di Antigone, tragedia greca di Sofocle rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C.

Antigone, nata dall’incesto tra Edipo e sua madre Giocasta, discendente del fondatore di Tebe, (materia psicanalitica da cui si trae il concetto froidiano del complesso edipico) , soccombe ad un destino tragico, pur essendo un personaggio emancipato, che si oppone a delle leggi arcaiche fondate sull’onore in nome di un sentimento morale estremamente moderno
La sorellanza tra le attrici, nove in scena nell’affrontare il testo potente e sempre attuale, nei ruoli femminili e maschile dei personaggi, arrivano con voce diretta forte e chiara al pubblico convenuto, nell’assistere al consumarsi di una tragedia simile spesso alla cronaca contemporanea attuale.

Antigone, figlia di quattro fratelli, due maschi Eteocle e Polinice e due femmine con Ismene, si ribella, si oppone, e per questo condannata a morte dal sovrano, perché sorpresa a dare degna sepoltura al fratello Polinice. Un’opera che risalta il conflitto tra diritto naturale rappresentato da Antigone e la Legge di Stato rappresentata da Creonte.

Il personaggio di Antigone, incarna le parole che elogiano ‘il corpo poetico’, vulnerabile e fragile, solenne nella nascita come nella morte, a cui le interpreti restituiscono con le parole del testo, il proprio vissuto personale, accorciando le distanze tra i ruoli, tramite l’intenzione della comunicazione verbale, con cui la maschera dell’attore riesce a fare esprimere il carattere della personalità latente.

Non è un caso che proprio in questi giorni, in altro contesto professionale, la tragedia di Antigone ha avuto il suo trionfo a Siracusa, chiudendo la trilogia sofoclea del regista Robert Carsen premiato con l’Eschilo d’oro 2026.

L’iniziativa del teatro in carcere è radicata sul territorio nazionale ormai da molti anni, e il coordinamento Nazionale Teatro in Carcere CNTC, vuole essere uno strumento di aiuto, supporto, riscatto e riabilitazione, attraverso la rassegna nazionale ‘Destini Incrociati’, che promuove quest’arte mediante spettacoli in scena, seminari, testimonianze video, interscambi con altri Paesi, confermandosi un punto di riferimento per il teatro penitenziario in Italia.

La rassegna, di cui è Presidente del Coordinamento, il Professore Vito Minoia, dell’Università di Urbino, rappresenta un punto d’incontro fondamentale per operatori teatrali, detenuti, educatori, istituzioni e la cittadinanza, mettendo in luce l’esperienza umana e creativa vissuta all’interno degli Istituti di pena.
Una delle iniziative correlate in programma sul tema del teatro in carcere, dal titolo Liberamente Teatro ‘la cura che cura’ percorsi teatrali e universitari in carcere, si svolge a Parma e prevede workshop, spettacoli, incontri, aperto al pubblico e alla cittadinanza.

Abbiamo chiesto al regista Mino Francesco Manni, i cui esordi professionali pongono le radici di formazione presso la prestigiosa scuola della Bottega di Gassman, tanto teatro, passando dai ruoli nelle fiction televisive ai film di Bellocchio e Placido; quali sono stati i temi scelti proposti in questi anni all’interno del laboratorio teatrale in carcere?

“Il teatro greco per me è l’unica forma possibile in scena, che nonostante la millenaria scrittura dei testi, abbatte le barriere spazio temporali, rendendolo sempre attuale. Come dice Lavia, è sempre uno specchiarsi verso chi lo fa’ e chi lo dice. E’ partito il progetto a cavallo del lockdown, momento fragile e di costrizione per tutti, ancor più per chi è detenuto. In questi sette anni ho messo in scena con i detenuti, donne e uomini, i testi dell’Iliade, dell’Odissea, le Troiane e le Baccanti, con ambe due i reparti di media sicurezza e alta sicurezza e con una speciale autorizzazione dell’Amministrazione penitenziaria di Roma, ho portato in scena ben trenta attori, con l’impegno da parte loro, di portare a termine gli obiettivi”.

Antigone porta con sé il tema della ribellione, del conflitto, della condanna, e dell’epilogo, metafora stessa delle singole vite dell’umanità e del rispecchiamento possibile di chi è detenuto, come hanno reagito al testo, le nove attrici coinvolte?

“In primis, in qualità di attore e regista, sono piuttosto integralista, contrario alla riscrittura dei testi, come in questo caso i millenari della tragedia greca, che hanno già una potente capacità espressiva e trasparenza linguistica con cui confrontarsi per meglio imparare ad esprimersi, e qui la lettura del testo diventa fondamentale per un arricchimento personale e di articolazione in un contesto spesso medio basso culturale, quello del carcere, ove potersi migliorare, diventa un atto responsabile e resiliente”.

Quale meraviglia si compie, quale osmosi si crea tra regista e attrici/attori detenuti?

“Sicuramente per una volta, nel contesto della finzione teatrale, gli attori/detenuti possono dire quello che pensano dietro la maschera condividendone i pensieri e sentimenti dei personaggi, come Antigone suggerisce…Io non sono capace di odiare, ma solo di amare… . Non stigmatizzo, propongo a loro di trovare la forza di redimersi attraverso la storia del personaggio, con cui si può esternare tutto il vissuto personale di ogni uno di loro. Mi hanno dato tantissimo, anche nello scontro, anche quando l’aggressività verbale maschile è stata dura e irrispettosa, perché poi si è trasformata, in accoglienza, scuse stima e condivisione”.

di Emanuela Cassola Soldati

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