Arandora Star, i nomi che il mare non ha cancellato
Il 2 luglio 1940 centinaia di italiani furono inghiottiti dall’Atlantico mentre venivano deportati in Canada. Oggi li ricordiamo come meritano: non come una cifra, ma uno per uno, pronunciando i nomi incisi nel memoriale della comunità italiana di Londra
di Emanuele Esposito
Ci sono tragedie che la storia riassume con una data, il nome di una nave e il numero dei morti.
Ma dietro ogni numero c’era un uomo.
Dietro ogni uomo c’erano una famiglia, una casa, un lavoro, una moglie rimasta ad aspettare, dei figli che non avrebbero più rivisto il padre. C’erano fotografie conservate nei cassetti, lettere spedite all’Italia, sacrifici affrontati lontano dal paese natale e sogni costruiti giorno dopo giorno nella terra d’emigrazione.
Per questo la tragedia dell’Arandora Star non può essere raccontata soltanto attraverso le statistiche.
Bisogna pronunciare i nomi.
Bisogna leggerli lentamente, uno dopo l’altro, perché ognuno di essi rappresenta una vita spezzata e una parte della grande storia degli italiani nel mondo.
Quel 2 luglio 1940
L’Arandora Star era stata una nave da crociera elegante e conosciuta. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale venne requisita e trasformata in nave da trasporto. Dopo la dichiarazione di guerra italiana alla Gran Bretagna, centinaia di cittadini italiani residenti nel Regno Unito furono arrestati e classificati come stranieri nemici, spesso senza una reale valutazione individuale della loro posizione.
Molti risiedevano in Gran Bretagna da decenni. Erano commercianti, camerieri, gelatai, ristoratori, sarti, operai, professionisti e padri di famiglia. Alcuni erano nati nel Regno Unito; altri avevano figli arruolati nelle forze armate britanniche. Vi erano persino antifascisti fuggiti o allontanatisi dall’Italia mussoliniana.
Eppure furono condotti a Liverpool e imbarcati per essere deportati in Canada.
La mattina del 2 luglio 1940, al largo dell’Irlanda, la nave fu colpita da un siluro lanciato dal sommergibile tedesco U-47. L’Arandora Star affondò rapidamente. Più di ottocento persone persero la vita e la maggioranza delle vittime civili era costituita da internati italiani. (nationalarchives.gov.uk)
Molti non ebbero neppure una tomba.
Il loro cimitero diventò l’Atlantico.
Il memoriale degli italiani di Londra
La lapide riprodotta nella fotografia conserva i nomi degli italiani legati alla comunità londinese che morirono nell’affondamento. Il memoriale dell’Arandora Star si trova nella chiesa italiana di San Pietro, a Clerkenwell, luogo storico e spirituale dell’emigrazione italiana nella capitale britannica. (Imperial War Museums)
Quella lapide non è soltanto una lastra di marmo.
È un libro aperto.
È una parete sulla quale l’Italia emigrata ha scritto il proprio dolore. È una casa simbolica per coloro ai quali il mare negò una sepoltura. È il luogo nel quale un figlio, un nipote o un pronipote può finalmente fermarsi davanti al nome della propria famiglia.
L’elenco che segue riproduce i 240 nomi associati al memoriale londinese, usando, dove disponibili, le forme complete riportate dall’elenco storico dell’Anglo Italian Family History Society. Alla fine compare anche Rocco Sinacola, giovane componente dell’equipaggio ricordato sulla lapide. (aifhs.org.uk)
I loro nomi, uno per uno
Non leggiamoli in fretta.
Dietro ciascuno di questi nomi c’era un volto. Ognuno aveva pronunciato almeno una volta la parola “Italia”. Ognuno aveva amato, lavorato, sperato e sofferto.
- Eraldo Giuseppe Abrardo
- Paolo Adami
- Riccardo Affaticati
- Mario Aglieri
- Constante Albertini
- Lorenzo Allera
- Publio Alliata
- Tullio Edouard Amodeo
- Giuseppe Andreassi
- Giuseppe Aniballi
- Decio Anzani
- Ercole Arnoldi
- Giovanni Avignone
- Italo Avignone-Rossa
- Fortunato Avondoglio
- Efisio Remo Vitale Azzario
- Lorenzo Babini
- Marco Baccanello
- Angelo Bagatta
- Armando Baldieri
- Roberto Ballerini
- Luigi Banino
- Francesco Barone
- Alessandro Baroni
- Cesare Basilico
- Pietro Bellini
- Giuseppe Benini
- Antonio Berigliano
- Claudio Giacomo Berra
- Carlo Bersani
- Antonio Bertin
- Pietro Bertoncini
- Siro Celestino Bertucci
- Anselmo Beschizza
- Raffaele Beschizza
- Clemente Bich
- Mansueto Bigi
- Giuseppe Bigogna
- Carlo Bissolotti
- Altilio Boccassini
- Andrea Luigi Bonaldi
- Pietro Bongiovanni
- Luigi Bono
- Carlo Borgo
- Federico Borrelli
- Magno Boccasso
- Pietro Bragoli
- Ilario Bragoni
- Francesco Bravo
- Vittorio Broggi
- Mario Maximilian Brugnoni
- Lorenzo Bucchioni
- Carlo Caldera
- Emilio Calderan
- Luigi Callegari
- Giuseppe Capella
- Carlo Capitelli
- Eduardo Capitelli
- Carlo Cardani
- Quirino Cardarelli
- Giovanni Cardellino
- Nello Cardosi
- Valesco Cardosi
- Giuseppe Casali
- Giovanni Castellotti
- Giacobbe Pietro Cattini
- Pietro Cattini
- Mario Federico Cattolico
- Pietro Cavaciutti
- Achille Cavadini
- Nicola Cavalli
- Antonio Ceresa
- Stefano Ceresa
- Giovanni Chiarcossi
- Emilio Ottavio Chietti
- Domenico Chiodi
- Salvatore Ciampa
- Armando Cini
- Pasquale Ciotti
- Vincenzo Colella
- Abramo Conti
- Giuseppe Cortesio
- Diamante Costa
- Ettore Cristofoli
- Renato Cristofoli
- Mario De Angeli
- Carlo De Gasperis
- Carlo De Rosa
- Carlo Delzi
- Armando Ermini
- Celestino Falco
- Ettore Fellini
- Ettore Innocente Feraboli
- Carlo Ferdenzi
- Giacomo Ferdenzi
- Giovanni Ferdenzi
- Giovanni Ferdenzi
- Bernardo Ferrero
- Annibale Finazzi
- Oreste Fisanotti
- Claudio Silvo Foglia
- Giuseppe Forte
- Matteo Fossaluzza
- Nicola Franciscono
- Alfeo Gabbani
- Vincenzo Gadeselli
- Battista Gagliardi
- Candido Gentile
- Giuseppe Gerla
- Alfredo Giannotti
- Ettore Giannotti
- Luigi Giovanelli
- Enrico Giraschi
- Francesco Gonella
- Luigi Gonzaga
- Alfeo Gorgone
- Davide Gras
- Antonio Guarnori
- Lino Guerri
- Ercole Gussoni
- Curt Sigmar Gutkind
- Pietro Iardella
- Rinaldo Incerti
- Giuseppe Jordaney
- Ugo Lanzi
- Reino Lepora
- Raffaele Luise
- Tommaso Angelo Lusardi
- Elpidio Maccariello
- Marco Carlo Maddalena
- Cesare Maggi
- Guido Maiuri
- Umberto Mancini
- Vittorio Mancini
- Cesare Manini
- Charles Domenico Marchesi
- Ugo Marchetto
- Eugenio Marello
- Luigi Marenghi
- Amleto Mariani
- Pietro Mariani
- Luigi Marini
- Fulgenzio Mariotti
- Orazio Martis
- Francesco Mattei
- Leopoldo Matteoda
- Gioacchino Menozzi
- Mario Meriggi
- Filippo Luigi Miglio
- Luigi Milani
- Giulio Montagna
- Luigi Morelli
- Pietro Moruzzi
- Lorenzo Musetti
- Pietro Musetti
- Enrico Muzio
- Giulio Nichini
- Lorenzo Notafalchi
- Vincenzo Novelli
- Giuseppe Orsi
- Pietro Orsi
- Gioacchino Palumbo
- Giuseppe Parmigiani
- Enrico Pastecchi
- Domenico Pellegrini
- Francesco Pelucco
- Luigi Peretti
- Annino Piancastelli
- Carlo Picozzi
- Battista Piloni
- Antonio Cesare Pino
- Giacomo Piovano
- Giovanni Piscina
- Andrea Plescia
- Baldassare Plescia
- Francesco Pololi
- Giacinto Pozzo
- Lodovico Previdi
- Camillo Prister
- Marcello Puchoz
- Pietro Pusinelli
- Domenico Quaranta
- Carlo Raffetti
- Luigi Raggi
- Carlo Ravetto
- Cristoforo Ravina
- Giuseppe Ravina
- Alessandro Angelo Ricaldone
- Patrocco Rivaldi
- Ernesto Roffo
- Guglielmo Rosi
- Luigi Rosi
- Ferdinando Rossetto
- Mario Rossi
- Vitale Rossi
- Carlo Rossotti
- Carlo Rota
- Giovanni Battista Ruffoni
- Carmine Russo
- Oreste Rustioni
- Vilfrido Sagramati
- Pietro Salerni
- Luigi Salsano
- Gianetto Sangalli
- Ferruccio Santarello
- Luigi Sartori
- Angelo Mario Scarabelli
- Luigi Sidoli
- Olimpio Siliprandi
- Luigi Antonio Mario Silva
- Giovanni Silvestrini
- Francesco Simeone
- Carlo Federico Sola
- Federico Solari
- Edmondo Sottocornola
- Giovanni Jean Sovrani
- Ermete Speroni
- Giuseppe Storto
- Giacomo Stratta
- Benedetto Taglioni
- Giuseppe Tempia
- Riccardo Tramontin
- Italo Vittorio Traversa
- Severino Trematore
- Pietro Trombetta
- Cesare Vairo
- Giovanni Valli
- Elio Valmaggia
- Enrico Valvona
- Emilio Giacomo Vercelli
- Antonio Viccari
- Giulio Viccari
- Pietro Viccari
- Giovanni Battista Virno
- Luigi Zambellini
- Italo Zangiacomi
- Guido Zani
- Silvio Zanolli
- Ettore Zavattoni
- Luigi Zazzi
E con loro, un giovane dell’equipaggio
Rocco Sinacola, 23 anni, componente della Marina mercantile e addetto alla sala macchine dell’Arandora Star.
Era figlio di Ferdinando e Maria Sinacola, residenti a Vauxhall, Londra. Il destino volle che un giovane di origine italiana facesse parte dell’equipaggio incaricato di trasportare verso il Canada centinaia di uomini che condividevano le radici della sua famiglia. Morì con loro nelle acque dell’Atlantico. (Uboat.net)
Non erano nemici
Leggere tutti questi nomi significa sottrarli all’anonimato.
Non erano una massa indistinta di stranieri. Non erano semplicemente “enemy aliens”, come furono definiti dalla burocrazia del tempo.
Erano uomini.
Erano lavoratori italiani che avevano portato nelle strade di Londra e delle altre città britanniche la propria capacità, le proprie tradizioni e la dignità di chi sapeva guadagnarsi il pane con il sacrificio.
Alcuni erano partiti dalle montagne emiliane e toscane. Altri dalle campagne piemontesi, dalle città del Nord, dai paesi del Centro e del Mezzogiorno. Avevano lasciato Bardi, Pontremoli, Borgotaro, Bollengo, Picinisco, Morfasso, Fubine, Napoli, Palermo e decine di altri comuni.
Avevano attraversato frontiere e mari per costruire un futuro.
La loro colpa non fu un crimine commesso.
La loro colpa, agli occhi di uno Stato impaurito dalla guerra, fu quella di essere nati italiani.
Il dolore delle famiglie
Molti furono arrestati senza poter salutare i propri cari. Le mogli rimasero senza informazioni. I figli non sapevano dove fossero stati condotti i loro padri.
Dopo l’affondamento cominciò l’attesa più terribile.
Le famiglie cercavano un nome nelle liste dei sopravvissuti. Aspettavano un telegramma, una telefonata, una lettera. Ogni rumore davanti alla porta poteva sembrare il ritorno tanto desiderato.
Per molti quel ritorno non arrivò mai.
I corpi di alcune vittime furono trascinati dalle correnti verso le coste irlandesi e scozzesi. Molti altri rimasero per sempre nel mare.
Senza una bara.
Senza una tomba.
Senza la possibilità, per una moglie o per un figlio, di posare un fiore.
Il dovere degli italiani nel mondo
Per noi italiani che viviamo lontano dalla madrepatria, questa storia possiede un significato particolare.
Conosciamo il dolore della partenza.
Conosciamo la nostalgia, il sacrificio, l’accento che ci accompagna e la necessità di dimostrare ogni giorno il nostro valore in un Paese diverso da quello nel quale siamo nati.
Sappiamo che si può amare profondamente la terra che ci accoglie senza smettere di amare l’Italia.
Gli uomini dell’Arandora Star avevano fatto esattamente questo. Avevano costruito la loro vita in Gran Bretagna, ma avevano conservato nel cuore la lingua, i ricordi, i sapori e i legami della terra d’origine.
La tragedia ci ricorda quanto rapidamente una comunità integrata possa essere trasformata in un bersaglio quando la paura, il pregiudizio e la propaganda prendono il posto della ragione.
Una memoria senza odio
Ricordare non significa accusare i figli per gli errori dei padri.
Non significa alimentare odio contro il popolo britannico o contro quello tedesco. La guerra travolse civili e militari di numerose nazionalità. Anche marinai britannici, internati tedeschi e austriaci persero la vita sull’Arandora Star.
Ricordare significa riconoscere gli errori.
Significa difendere il principio secondo cui nessun uomo può essere giudicato soltanto per la sua nazionalità, il suo cognome o il luogo della sua nascita.
Significa affermare che anche nei momenti più difficili la sicurezza non può cancellare la dignità umana.
Il numero delle vittime e la ricerca storica
Per decenni i memoriali e le commemorazioni hanno indicato 446 vittime italiane. Una ricerca archivistica pubblicata nel 2024 ha proposto un conteggio rivisto di 442 italiani morti, sulla base dell’incrocio tra elenchi d’imbarco, registri governativi e documentazione sui sopravvissuti. La differenza non diminuisce in alcun modo la dimensione della tragedia, ma testimonia quanto la confusione burocratica della guerra abbia continuato a pesare anche sulla ricostruzione dei nomi. (Cambridge University Press & Assessment)
Ogni nome corretto, ogni identità restituita, ogni storia recuperata è una vittoria contro l’oblio.
La loro lapide è la nostra memoria
Il mare ha inghiottito i loro corpi, ma non può cancellare i loro nomi.
Finché qualcuno leggerà quella lapide, quegli uomini continueranno a vivere.
Finché un giovane italiano all’estero conoscerà la loro storia, il loro sacrificio non sarà stato inutile.
Finché una famiglia pronuncerà il nome di un nonno o di un bisnonno perduto sull’Arandora Star, l’Atlantico non avrà avuto l’ultima parola.
A Eraldo, Paolo, Riccardo, Mario, Lorenzo, Giuseppe, Luigi, Pietro, Carlo, Antonio e a tutti gli altri uomini ricordati in queste pagine diciamo:
non siete più soltanto nomi scolpiti nel marmo.
Siete i nostri emigrati.
Siete parte della storia d’Italia.
Siete padri, figli e fratelli della grande comunità italiana nel mondo.
Il vostro cimitero è il mare.
La vostra casa è la nostra memoria.
La vostra bandiera è il Tricolore che milioni di italiani continuano a portare nel cuore, ovunque vivano.
Non vi dimenticheremo.
Non permetteremo che il silenzio vi uccida una seconda volta.
Il 2 luglio, i vostri nomi torneranno a casa.
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