Aumentare le nostre capacità di difesa è un’opportunità storica. I democratici facciano la loro parte. Ci scrive Guerini
Al direttore - Il vertice Nato di Ankara, pur con tutte le difficoltà che lo hanno preceduto, ci consegna una verità che la politica italiana non può più aggirare con formule comode: la sicurezza non è un capitolo accessorio del bilancio pubblico, non è una fissazione degli apparati militari, non è una concessione agli americani. E’ una condizione della nostra libertà. Per questo è sbagliato discutere di spese per la Difesa come se fossero una deviazione dalla cultura democratica. La Difesa non è il contrario della pace. E’ ciò che rende credibile la pace quando attorno a noi tornano guerra, ricatti energetici, attacchi cyber, disinformazione e guerra ibrida. (segue a pagina quattro)
In questi anni ho provato a dire una cosa semplice: usciamo dal dibattito approssimativo su cifre e date. Gli impegni presi nelle alleanze a cui partecipiamo non sono capricci imposti dall’esterno, ma responsabilità assunte anche dal nostro paese perché la sicurezza collettiva funziona solo se ciascuno si assume la sua parte di responsabilità. Certo, bisogna farlo con gradualità, serietà, compatibilità finanziaria, senza slogan. Ma la gradualità non può diventare immobilismo e la prudenza non può trasformarsi in rimozione.
L’invasione russa dell’Ucraina ha prodotto un salto di consapevolezza in Europa. Oggi sappiamo infatti che sostenere la difesa di Kyiv, significa difendere una certa idea dell’Europa, del diritto internazionale, della democrazia liberale. E sappiamo che il sostegno all’Ucraina non è una parentesi, ma parte della nostra sicurezza. Per ricercare la pace. Una pace giusta, però, che non può essere in alcun modo una resa alle pretese illegittime e ingiustificate di Putin.
Per questo, quando si parla di aumentare le nostre capacità di difesa, io lo interpreto come l’opportunità storica per costruire finalmente una vera difesa europea, per colmare lacune militari che per troppo tempo abbiamo ignorato, per rendere il pilastro europeo della Nato più forte e più autonomo. E non c’è contraddizione tra un’Europa più forte e una Nato più forte, anche in questi momenti criticamente segnati dal trumpismo. Più capacità europee significano un’Alleanza più equilibrata, più credibile, più capace di deterrenza. Come ha ricordato l’ammiraglio Cavo Dragone, la Nato si adatta ai cambiamenti da decenni e il cuore della sua missione resta esercitare deterrenza, difendere libertà e democrazia, distribuire meglio i costi della difesa collettiva.
Raccogliere questa sfida, significa prendere atto che viviamo in un mondo nel quale la sicurezza non è gratuita e nel quale l’Europa non può limitarsi a invocare protezione chiedendo ad altri di pagarne il prezzo politico, militare e industriale. Significa investire in capacità, munizioni, difesa aerea, cyber, intelligence, infrastrutture critiche, industria europea della Difesa. Significa pensare a pianificazione e comando europei. Significa usare strumenti come Safe e Readiness 2030 non come bandierine ideologiche, ma come leve per costruire capacità comuni.
C’è una tentazione opportunistica che sta paralizzando le decisioni del governo in questo senso, stretto tra le pressioni interne della Lega e quelle esterne di Vannacci. Ma c’e anche una analoga tentazione, in questo caso più ideologica che opportunistica, che talvolta attraversa anche il campo progressista: presentare ogni euro per la Difesa come un euro sottratto alla società. Ma senza sicurezza non c’è libertà politica e non c’è sovranità democratica. La sicurezza è un bene pubblico.
E per i democratici europei oggi non vedo compito più decisivo che rendere l’Europa più sicura. Perché ciò significa renderla più forte e protagonista del nuovo ordine globale.
Lorenzo Guerini
presidente del Copasir, deputato del Pd, già ministro della Difesa
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