Bandiera bianca tout court o no? Parla la vicepresidente della Toscana Mia Diop
Roma. Il mondo brucia e la parola “pace”, anche a sinistra, si riempie di sfaccettature lungo la linea del “se vuoi la pace devi mettere in conto di difenderti” (e cioè: se vuoi la pace, purtroppo devi mettere anche la guerra nel novero delle possibilità). Ma resiste, nel Pd schleiniano, l’approccio “pace senza se e senza ma”, a volte anche prioritario, presso la base, rispetto all’approccio “pace non vuol dire bandiera bianca sempre e comunque”: una parte del Pd, infatti, quello che fa capo allo zoccolo duro vicino alla segretaria Elly Schlein, è ontologicamente pacifista (con bandiera bianca tout court) e fa molta fatica ad adeguarsi allo spirito pragmatico del tempo, come invece la segretaria deve fare se vuole candidarsi a governare (e lo fa sia in Aula sia mostrandosi permeabile ai consigli di ex premier come Mario Draghi e Romano Prodi). Intanto, però, i pacifisti-pacifisti tra i dem, specie tra i giovani che al referendum hanno votato per il “No”, si muovono per affermare, anche in vista della stesura del programma di centrosinistra, le coordinate del proprio pensiero rispetto alla pace. In modo anche duro su Israele e Gaza, come l’assessore dem alprimo Municipio di Milano Lorenzo Pacini, ora candidato alle primarie per la corsa a sindaco di Milano, oppure in modo più morbido e altermondialista, come la vicepresidente del consiglio regionale toscano guidato da Eugenio Giani, Mia Diop, ventitreenne di origini senegalesi che ieri ha animato, a Chianciano Terme, dopo l’avvio a Empoli, il secondo incontro degli Stati generali della Cultura di Pace, subito ribattezzati “Stati generali della pace”. L’obiettivo, aveva spiegato Diop nel corso del primo incontro, era quello di un “percorso aperto e partecipativo”, motivato dalla convinzione che la pace si debba costruire con la comunità, la cultura e la consapevolezza e con politiche pubbliche che la sostengano”. E oggi Diop dice al Foglio che “l’idea degli Stati Generali nasce dalla constatazione che viviamo in un tempo in cui la guerra è tornata a essere considerata, anche nel dibattito pubblico, una risposta quasi inevitabile ai conflitti internazionali”. Di fronte a questo scenario, dice Diop, “abbiamo sentito il dovere di fare una scelta diversa e di dare attuazione concreta alla legge regionale toscana sulla cultura della pace”. La Toscana, spiega la vicepresidente della giunta, è la prima regione in Italia ad averla varata. Di che cosa si tratta esattamente? “Nella nostra regione esiste un patrimonio straordinario di associazioni, scuole, enti locali, università, organizzazioni del terzo settore e realtà della cooperazione che ogni giorno lavorano per promuovere il dialogo, la nonviolenza, l’educazione ai diritti umani e la cittadinanza globale. Spesso, però, queste esperienze procedono in modo frammentato. Gli Stati generali nascono proprio per metterle in rete, valorizzarle e costruire un luogo stabile di ascolto e confronto”. In Europa però c’è chi, a sinistra, ripensa alla potenziale dannosità di alcune passate impuntature con la bandiera arcobaleno in mano, per esempio rispetto a Vladimir Putin. Come si pongono gli Stati Generali rispetto a questo tipo di rischio – che un tempo si sarebbe chiamato rischio di appeasement? “Non volevamo organizzare un convegno sulla pace”, dice Diop, “ma avviare un processo. Per questo abbiamo scelto una formula itinerante, laboratoriale, attraversando i territori della Toscana e coinvolgendo direttamente chi ogni giorno costruisce pace nelle comunità. L’obiettivo è raccogliere idee, bisogni e proposte che possano tradursi in politiche regionali sempre più efficaci. Anche per le varie sfere che la pace tocca ovvero l’educazione, i diritti, l’inclusione, l’ambiente, la cooperazione internazionale e la qualità della nostra democrazia”.
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