Basta scudi per chi deruba i parenti: la Consulta mette sotto esame l’impunità per i reati in famiglia

In famiglia, a quanto pare, il furto può restare un affare privato. Almeno finché non interviene la Corte costituzionale. Ma quando la tutela del nucleo familiare finisce per proteggere chi approfitta del coniuge o di un parente fragile, rischia di trasformarsi in un alibi.
La Consulta riapre il caso dell’articolo 649 del codice penale, che esclude la punibilità per diversi reati contro il patrimonio commessi ai danni di familiari stretti.
Con l’ordinanza 162/2026, depositata il 6 ottobre, la Corte ha sollevato davanti a se stessa la questione di legittimità costituzionale dell’intera norma, in riferimento agli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione.
Il caso di Torino
La vicenda nasce da un procedimento per circonvenzione di incapace. La Corte d’appello di Torino deve giudicare un uomo già condannato in primo grado per aver approfittato della moglie, affetta da grave disabilità intellettiva.
Secondo l’orientamento prevalente della Cassazione, la causa di non punibilità prevista dall’articolo 649 può applicarsi anche in casi simili. L’eccezione prevista dal terzo comma riguarda infatti essenzialmente i reati commessi con violenza fisica.
Da qui la richiesta dei giudici torinesi: escludere la circonvenzione di incapace dal beneficio previsto dalla norma.
La Consulta mette in discussione l’intero articolo 649
La Corte costituzionale ha scelto però di allargare il campo e di verificare la compatibilità con la Costituzione dell’intero articolo 649.
Al centro c’è la concezione della famiglia sulla quale si fonda la norma. Una disciplina che sacrifica i diritti dei singoli in nome della coesione familiare deve essere valutata alla luce dell’attuale realtà sociale.
La Consulta richiama la propria giurisprudenza e ribadisce che la Costituzione non ammette una famiglia «nemica delle persone e dei loro diritti». Nel frattempo sono cambiati anche i rapporti economici tra coniugi e parenti, oggi sempre più fondati sull’autonomia individuale.
Il monito del 2015 rimasto inascoltato
Già nel 2015, con la sentenza 223, la Corte aveva chiesto al Parlamento un «indispensabile aggiornamento» della disciplina. Da allora, però, non è intervenuta alcuna riforma.
Dopo oltre dieci anni di inerzia legislativa, la Consulta ha deciso di verificare direttamente la compatibilità costituzionale della norma.
Il giudizio davanti alla Corte d’appello di Torino resta sospeso. Non c’è ancora una sentenza di merito, ma l’indicazione è netta: la famiglia non può essere un porto franco per chi deruba, manipola o danneggia un proprio congiunto, soprattutto quando la vittima è fragile e non ha la possibilità di difendersi.
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