Benvenuti dell’Universo Rito: così nasce una nuova idea di profumeria di ricerca di Davide Martini e Stefano Torreggiani

28 Settembre 2026 - 18:05
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Benvenuti dell’Universo Rito: così nasce una nuova idea di profumeria di ricerca di Davide Martini e Stefano Torreggiani

Ho conosciuto Davide Martini e Stefano Torreggiani di Rito tre anni fa, durante una presentazione da Zhor, dove mi aveva portata una collega che ci ha presentati. Da allora ci siamo incontrati svariate volte, e sempre in occasioni profumate. Preparare le domande per la loro intervista non è stato così facile. Non sono nuovi sulla scena, sono già stati intervistati più e più volte: cosa avrei potuto chiedere che non fosse la solita domanda per chi la legge? E, soprattutto, che noia sarebbe stata per loro rispondere ancora una volta alle stesse cose?

Davide Martini, co-founder di Rito.

Ho studiato e sono arrivata preparata con la mia scaletta. Peccato che, come spesso accade con le interviste migliori, sia diventata presto più un canovaccio. La prima domanda che avrei voluto fare è slittata in fondo e tutto è cominciato da Moon Club, l’ultima fragranza nata in casa Rito. Davide, appena arrivato al luogo dell’incontro e subito dopo i saluti, ha infatti estratto il sample. E a quel punto era abbastanza evidente da dove partire.

Intervista a Davide Martini e Stefano Torreggiani di Rito

L’intervista quindi, non può che partire dal profumo. Ma basta poco per capire che parlare di Rito significa entrare in un universo molto più ampio della semplice profumeria. Un universo costruito con idee, estetica, ricerca e una precisa filosofia distributiva, dove nulla sembra arrivare per caso e ogni elemento deve trovare il proprio posto. Un universo costruito con precisione quasi architettonica, ma senza avere fretta di riempirlo.

Stefano Torreggiani, co-founder di Rito.

Partiamo da Moon Club. Da dove nasce?
DM: «Moon Club nasce dall’idea contenuta già nel nome: il Club della Luna. È dedicato alle persone che rinunciano a qualche ora di sonno per realizzare i propri sogni, a chi continua a fare capriole con la testa pensando a quello che farà domani. È una fragranza che si apre con il bergamotto e un tocco di albicocca, armonizzati con un’ambra minerale. Nella base c’è la vaniglia, ma lontana dal mondo gourmand, più eterea e genderless. È una direzione che avevamo già esplorato con Golden Island e che ci interessa molto».

E chi sono, invece, le persone che stanno dietro a Rito? Quanto di voi finisce nelle fragranze?  
DM: «Praticamente passiamo 24 ore al giorno insieme, quindi parliamo di tutto e sviluppiamo insieme i concept e le formule. Partiamo dall’idea, costruiamo lo storytelling e poi lo portiamo ai nostri nasi. Da lì comincia il percorso fisico della fragranza».

Il 2026 è l’anno dei profumi vintage

ST: «Siamo diversi, ma proprio per questo ci completiamo. Davide vede cose che magari io non vedo e viceversa. Siamo abituati a mettere tutto sul tavolo, anche le idee più assurde, e poi a cercare quella che ha una coerenza. Forse la nostra forza è proprio questa: siamo due persone, ma spesso ragioniamo con una testa sola».

Moon Club Extrait de Parfum, Rito. Un touch di albicocca armonizzata con ambra minerale e, nella base, una vaniglia eterea, lontana dal mondo gourmand.

Rito sembra avere un’identità molto precisa. Che cosa rende riconoscibile una vostra fragranza, anche al di là del flacone?
DM: «La struttura, la stratificazione delle note e soprattutto la coerenza tra storytelling e profumo. Il packaging può essere visto come la nota di testa, poi lo scarti e arrivi a quello che c’è dentro. Blackout, per esempio, ha una personalità che lo rende immediatamente riconoscibile. Lo stesso vale per Gran Gala o Riserva 9, che racconta alcuni dei nostri luoghi del cuore, tra Sicilia e Lago di Garda».

ST: «È una domanda sulla quale abbiamo lavorato molto all’inizio. In un mondo in cui anche la nicchia rischia di fare la copia della copia della copia, volevamo creare profumi nei quali fosse difficile riconoscere qualcosa di già sentito. Non prodotti costruiti su cinque note facilmente leggibili, ma fragranze con una struttura complessa».

Blackout Extrait de Parfum, Rito. Una fragranza dark con medicando dry gin, pepe nero e chiodo di garofano. Nel cuore Bakoor, labdano, ambra, cuoio e balsamo del Perù e nella scia vetiver, ambra grigia, mandorla amara e vaniglia.

Quindi la complessità è parte della vostra idea di profumeria?
DM: «Sì. Essendo molto presenti nello sviluppo e nella formulazione, dentro le fragranze c’è molto del nostro carattere, della nostra storia e del nostro intento. Mi viene in mente la cucina stellata: entri in un ristorante, assaggi qualcosa e quasi non riesci a distinguere immediatamente da cosa sia composto. È quell’effetto che cerchiamo».

ST: «A volte in Rito è difficile distinguere le singole note, e per noi è un valore. Ci piace lasciare un po’ di mistero. Con Blackout, per esempio, abbiamo volutamente evitato di dichiarare subito tutte le componenti. Volevamo vedere se qualcuno sarebbe riuscito a riconoscerle».

Gran Gala Extrait de Parfum, Rito. Si basa sul contrasto tra le note fiorite della tuberosa e della gardenia dal sapore vintage con il tabacco. Il fondo è legnoso, un po’ animalico ma anche pulito, con un’aggiunta di vetiver.

E quanto conta la concentrazione?
ST: «Molto, ma concentrazione non significa invadere una stanza. Per noi significa permettere alle note di mescolarsi e creare un’atmosfera. Lavoriamo anche sulla macerazione e sulla maturazione delle fragranze, che controlliamo internamente. È un processo che contribuisce a rendere il risultato più personale».

Avete definito Rito profumeria di ricerca. Perché questa definizione, invece della più consueta profumeria di nicchia?
DM: «Non so se oggi parlerei ancora di distinzioni così nette. Siamo in un’epoca molto fluida e la profumeria viene declinata in tanti modi. Esiste la profumeria di nicchia, quella artistica, quella lifestyle e, secondo noi, una profumeria di ricerca. È quest’ultima che sentiamo più vicina a Rito. È il modo in cui ci riconosciamo e nel quale riconosciamo anche i nostri clienti».

Riserva IX Extrait de Parfum, Rito. L’apertura è luminosa ed effervescente grazie alle note di petitgrain e bergamotto in testa; il cuore è un fiorito caldo e speziato, con giglio tigrato e ylang ylang, mentre il fondo è vibrante e fumoso al tempo stesso, con note di oud del Laos, vaniglia, ambra e muschio bianco.

E come vedete il panorama della profumeria di nicchia oggi?
ST: «Secondo me sta succedendo qualcosa che ricorda quello che è accaduto trent’anni fa. All’epoca alcune profumerie hanno iniziato a distinguersi cercando marchi poco conosciuti e ottenendo esclusive. Oggi il mercato della nicchia è diventato molto più grande e, per vendere grandi numeri, anche questo mondo rischia di diventare molto affollato. Noi cerchiamo di anticipare questo passaggio e costruire un terzo livello. Non vogliamo essere ovunque. Vogliamo essere nei posti giusti, dove il brand viene capito e valorizzato. La distribuzione controllata per noi è fondamentale: la costanza paga più della velocità».

Quindi state costruendo Rito senza fretta?
ST: «Assolutamente. Stiamo costruendo una cosa piano piano, senza la necessità di conquistare il mondo subito. Anche la crescita commerciale deve essere accompagnata da una struttura forte. Ci sono tantissime cose che stiamo costruendo dietro al brand e che il consumatore non vede ancora».

DM: «È un po’ il concetto di Moon Club: ci sono rinunce che fai perché stai costruendo qualcosa. Noi perdiamo parecchie ore di sonno, perché anche quando siamo nella nostra vita privata la testa continua a essere lì. A un certo punto diventa la tua strada, diventa la tua vita».

Avete parlato più volte di esperienza. Rito sembra voler costruire qualcosa che va oltre il profumo.
ST: «Per noi il punto è proprio questo. Quando vai da qualche parte non ricordi soltanto cosa hai comprato, ma l’esperienza che hai vissuto. Se vado a prendere un Rito, l’esperienza comincia da quando mi preparo, salgo in macchina, arrivo nel negozio, incontro una persona che me lo racconta, lo faccio confezionare in un certo modo. Torno a casa e ho vissuto qualcosa. Non sono semplicemente andato a comprare un profumo».

DM: «È una necessità che i social hanno intercettato e che dopo la pandemia è diventata ancora più evidente: la voglia di vivere esperienze. La profumeria non si può vivere attraverso uno schermo, ma può entrare in questo mondo proprio perché coinvolge molti sensi».

È qui che nasce quello che possiamo chiamare l’Universo Rito?
ST: «Sì. Anche se per ora abbiamo principalmente fragranze, stiamo già creando un universo. È come un club: magari l’accesso non è immediato, ma quando entri trovi un mondo coerente. Per noi è importante che ogni elemento faccia parte della stessa esperienza».

DM: «Coinvolgere più sensi fa parte proprio della nostra idea. Alcune fragranze hanno già una colonna sonora su Spotify. Quando è uscito Love Supreme, per esempio, c’era anche una pralina che ne richiamava l’identità olfattiva. Non era più soltanto un profumo: diventava un’esperienza».

Qual è l’idea di lusso di Davide Martini e Stefano Torreggiani di Rito?
ST: «Per noi il lusso non è piacere a tutti. Per essere diversi bisogna anche accettare di non piacere a tutti».

DM: «È inevitabile (piacere a tutti, NdR) e, secondo me, non devi nemmeno volerlo. Un brand deve avere carattere, altrimenti diventa difficile riconoscerlo».

Forse è proprio questa la sensazione che dà Rito: non vuole inseguire chiunque, vuole trovare le persone che si riconoscono nel suo mondo.
ST: «Esatto. Abbiamo visto che in profumeria le persone tendono a toccare tutto. Davanti a Rito spesso esitano. Poi, quando glielo fanno provare, cambia qualcosa: vediamo gli occhi illuminarsi. È un po’ come avere davanti un gioiello».

DM: «E questa cosa ci piace. Perché significa che qualcuno si è riconosciuto in quello che abbiamo costruito».

Vi hanno già intervistato tante volte e sappiamo che Davide arriva dal mondo della nightlife e Stefano dalle supercar. Ecco perché vorrei che Davide Martini e Stefano Torreggiani di Rito si raccontassero a vicenda.
ST: «Da quando ci conosciamo, Davide è stato una guida per me. Mi ha insegnato tante cose. Ho imparato a vedere certe cose, anche ad esprimermi di più. Ecco, mi ha dato la possibilità di esprimermi. E sono diventato sempre più me stesso. Da quando sto con lui mi sento “in ferie” e il fatto di fare qualcosa insieme rende le giornate belle, piene».

DM: «Proprio come i nostri flaconi bianchi e neri, anche io e Stefano siamo molto diversi, ma ci completiamo. Vediamo cose che l’altro non vede. Stefano è una persona sicuramente complessa che quando ha un focus si impegna e finché non l’ha raggiunto con molta direzione e perseveranza non sta bene. Lui va, non ascolta, è come una supercar su un rettilineo. Questo è un pregio. Poi non ha pazienza, ma troviamo sempre il modo di confrontarci e ascoltarci e questo aiuta molto il nostro brand».

 

 

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