Blind box, il gioco che somiglia al gioco d’azzardo: perché gli esperti mettono in guardia i genitori
Labubu, Pokémon, Ooshies e tante altre collezioni hanno trasformato le “scatole a sorpresa” in un fenomeno globale. Non sono considerate gioco d’azzardo dalla legge, ma psicologi e ricercatori australiani avvertono: il meccanismo della ricompensa casuale può assomigliare molto a quello delle slot machine. E per i bambini servono regole e limiti.
Sembrano semplici giocattoli: una scatola chiusa, una sorpresa all’interno e la curiosità di scoprire quale personaggio sia capitato.
Eppure dietro il successo mondiale delle cosiddette blind box si nasconde un meccanismo psicologico che, secondo diversi esperti australiani, presenta sorprendenti analogie con il gioco d’azzardo.
Le blind box sono confezioni sigillate il cui contenuto rimane sconosciuto fino al momento dell’apertura. Alcune collezioni prevedono personaggi comuni, altri più difficili da trovare e soprattutto pezzi “rari” o “segreti”, capaci di spingere molti consumatori a tentare ancora.
Il concetto non è nuovo. Per intere generazioni la sorpresa poteva essere quella contenuta in un Kinder Surprise o in altri giocattoli da collezione.
Ma oggi il fenomeno ha assunto dimensioni completamente diverse.
Dai Kinder Surprise ai Labubu
Secondo Anastasia Hronis, psicologa clinica e docente alla University of Technology Sydney, la diffusione dei social media ha contribuito enormemente all’esplosione delle blind box.
Video di “unboxing”, influencer, collezionisti e piattaforme social hanno trasformato l’apertura della confezione in uno spettacolo.
E anche i prezzi sono cambiati.
Una blind box può costare alcune decine di dollari, ma determinati pezzi particolarmente rari possono raggiungere sul mercato secondario cifre di centinaia o persino migliaia di dollari.
Il caso più evidente è quello dei Labubu, diventati negli ultimi anni un vero fenomeno internazionale.
Ed è proprio la presenza di oggetti rari a creare uno dei meccanismi più delicati.
La ricompensa imprevedibile
Le blind box non sono considerate gioco d’azzardo nella maggior parte delle definizioni legali.
La somiglianza, però, esiste.
Il consumatore paga senza sapere esattamente quale oggetto riceverà.
Secondo Hronis, il sistema sfrutta un principio conosciuto in psicologia come rinforzo a rapporto variabile: la ricompensa arriva in maniera imprevedibile.
È un meccanismo molto simile a quello utilizzato dalle poker machine.
Non si sa quando arriverà il premio desiderato.
Ed è proprio questa incertezza che può spingere una persona a tentare nuovamente.
Una scatola.
Poi un’altra.
E magari un’altra ancora, nella speranza che quella successiva contenga finalmente il personaggio raro.
Le stesse emozioni delle slot machine
Il ricercatore César Albarrán-Torres, professore associato alla Swinburne University of Technology, ha studiato il fenomeno.
Le sue ricerche indicano che le blind box possono generare una sequenza emotiva molto simile a quella osservata nel gioco d’azzardo: attesa, casualità, eccitazione, gioia occasionale e, molto spesso, delusione.
Sono dinamiche che gli studiosi definiscono vicine al cosiddetto gamble play.
La preoccupazione riguarda soprattutto i bambini.
Alcune ricerche preliminari suggeriscono infatti che l’esposizione precoce a giochi basati sulla casualità e sulla ricompensa, come alcune claw machine, possa essere associata a un maggiore rischio di problemi con il gioco d’azzardo nell’età adulta.
Questo non significa che ogni bambino che compra una blind box svilupperà un problema.
Gli esperti sottolineano però la necessità di riconoscere il meccanismo.
Un mercato da miliardi
Il fenomeno è ormai enorme.
Secondo le stime citate dai ricercatori, il mercato globale delle blind box potrebbe raggiungere 24,2 miliardi di dollari statunitensi di ricavi annuali entro il 2033, circa 34 miliardi di dollari australiani.
E soprattutto questi prodotti sono ormai ovunque.
Non soltanto nei negozi specializzati.
Si trovano nei centri commerciali, nei distributori automatici, nei negozi di giocattoli e persino in attività commerciali che normalmente non hanno nulla a che vedere con il settore.
La presenza di personaggi legati a marchi molto amati dai bambini — da Disney ai Pokémon — aumenta ulteriormente l’attrattiva.
Australia, servono nuove regole?
Alcuni Paesi hanno già cominciato a intervenire.
In Cina, dal 2023, la vendita di blind box ai bambini sotto gli otto anni è vietata.
Anche Singapore sta lavorando verso una regolamentazione più precisa.
Albarrán-Torres ritiene che anche l’Australia dovrebbe valutare misure simili.
Alcuni produttori già indicano sulla confezione le probabilità di trovare determinati oggetti oppure suggeriscono un’età minima.
Ma il problema, secondo gli esperti, è che queste indicazioni non sono uniformi.
In alcuni casi sono poco visibili.
In altri sono difficili da interpretare.
Manca soprattutto uno standard comune.
L’obiettivo, spiegano i ricercatori, non è vietare il divertimento ma creare regole più chiare e protezioni adeguate per i consumatori più giovani.
Come possono comportarsi i genitori
Le blind box non sono necessariamente negative.
Possono anche diventare un modo per insegnare ai bambini il valore della collezione, della pazienza e persino della gestione del denaro.
Il problema nasce quando l’attività smette di essere occasionale e diventa una continua ricerca del pezzo raro.
Gli esperti suggeriscono quindi alcune semplici strategie.
Prima di tutto stabilire un budget.
Il bambino può decidere, per esempio, di utilizzare soltanto una parte della propria paghetta per acquistare questi prodotti.
È utile anche stabilire una frequenza: una scatola ogni tanto, invece di acquisti ripetuti nello stesso giorno.
Un altro consiglio è quello di non utilizzare le blind box come premio emotivo.
Comprare una scatola ogni volta che il bambino è triste, deluso o stressato può infatti creare un’associazione tra emozione negativa e acquisto.
Non aprirla davanti al negozio
Un suggerimento particolarmente interessante riguarda il momento dell’apertura.
Secondo Hronis, sarebbe preferibile aspettare di arrivare a casa.
Aprire immediatamente la confezione fuori dal negozio può infatti creare una tentazione molto forte.
Se il bambino scopre di non aver trovato il personaggio desiderato, potrebbe voler rientrare immediatamente per comprarne un’altra.
E poi un’altra ancora.
Aspettare aiuta invece a spezzare quel meccanismo di impulso e ricompensa.
Anche la delusione può diventare educativa.
Non ottenere ciò che si desiderava permette ai bambini di imparare a gestire la frustrazione senza cercare immediatamente una nuova possibilità di “vincere”.
Collezionare non è necessariamente un problema
Gli esperti fanno anche una distinzione importante.
Non tutte le collezioni funzionano allo stesso modo.
Carte Pokémon, figurine sportive e altri prodotti possono comprendere elementi casuali, ma spesso sviluppano anche capacità differenti: conoscenza, scambio, strategia, socializzazione e appartenenza a una comunità.
Il confine da osservare è quindi quello tra collezionare e inseguire continuamente una ricompensa casuale.
Quando un interesse occasionale diventa un pensiero costante, quando il bambino chiede continuamente nuove scatole o reagisce in maniera eccessiva alla mancata conquista del pezzo raro, può essere il momento di interrompere gli acquisti e orientare l’attenzione verso altre attività.
Il problema non è la scatola, ma il meccanismo
Le blind box continueranno probabilmente a essere un enorme fenomeno commerciale.
Sono colorate, divertenti e costruite intorno a una delle emozioni più potenti per un bambino: la sorpresa.
Ma proprio per questo richiedono attenzione.
Il rischio non è che aprire una scatola trasformi automaticamente un bambino in un giocatore d’azzardo.
Il punto è insegnargli fin da piccolo che caso, probabilità e desiderio di “provare ancora una volta” sono meccanismi che vanno riconosciuti e controllati.
Perché dietro una piccola scatola da trenta dollari può esserci una lezione molto più grande: imparare che non sempre il prossimo tentativo porterà il premio che desideriamo.
E soprattutto che non siamo obbligati a provarci ancora.
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