Cannes 79 – Fjord, un film per parlare di (in)tolleranza religiosa

20 Maggio 2026 - 12:31
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Cannes 79 – Fjord, un film per parlare di (in)tolleranza religiosa
Una scena del film Fjord

Da dove derivano i lividi di Elia, figlia maggiore di una famiglia di rumeni evengelici? È un infortunio riportato durante le sessioni di lotta nelle ore di ginnastica o è frutto di violenze subite in casa? Si chiede questo Fjord, il nuovo film di Cristian Mungiu, regista già Palma D’Oro per il potente 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni.

La trama

Mihai Gheorghiu e sua moglie Lisbet si sono da poco trasferiti in Norvegia con i cinque figli. Le limitazioni del fiordo portano le poche case e i pochi abitanti a vivere a stretto contatto, con un’alta cordialità, ma anche con tanta osservazione reciproca. I metodi educativi dei genitori saltano subito all’occhio. I figli portano la loro religiosità nella scuola laica, all’interno della casa vige una necessaria – a detta del padre – disciplina, mentre con il suo lavoro da infermiera Lisbet accoglie e consola molti che soffrono, tentando però di convertirli.

Una scena del film

La società nordica, apparentemente ideale e tollerante, si ritrova in un nodo difficile da sciogliere di fronte ai lividi della ragazza. La rigidità dell’educazione evangelica porta a privazioni di strumenti come il cellulare, sculacciate punitive e una generale durezza.

Come conciliare l’indottrinamento religioso a cui sono sottoposti con la libertà di culto e il benessere dei minori?Inizia così un processo che chiama lo spettatore a leggere la vicenda con la propria sensibilità. Ma il punto di maggiore interesse sta nello stridore di queste due posizioni, entrambe accettabili eppure in contraddizione. Le rigidità della religione si scontrano con i pregiudizi sopiti anche nelle culture più “progredite”.

Interrogarci, per andare avanti

Fjord eccede un po’ nella durata ed è un po’ più statico di come ci ha abituato il più recente Mungiu. Gli attori Sebastian Stan e Renate Reinsve sono irriconoscibili, ma per capire se i genitori siano vittime di persecuzioni religiose o se su di essi ricada la reale colpa di violenza nell’educazione famigliare, bisognerà guardare i loro volti.

In questo film dove il campo lungo prevale (e dove tutti sembrano parte di un insieme più grande) emerge la voglia di mettere in crisi le idee di progresso, tutela e tolleranza. Non perché siano sbagliate, anzi, ma perché se non le si smuove, interrogandole, rischiano di diventare superficie senza sostanza nelle nostre comunità.

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