C’è l’accordo Usa-Iran, ma mentre sia Trump che Teheran cantano vittoria, una sola cosa è certa: le bollette non caleranno

Ora che durante il G7 in Francia è stato firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, ora che Donald Trump dice «Teheran non avrà la bomba atomica, ho fatto meglio di Obama», ora che dal ministero degli Esteri iraniano dicono «la guerra che ci è stata imposta non solo non ci ha piegati, ma ci ha reso più forti, sia sul piano militare sia su quello diplomatico» e, soprattutto, ora che le navi hanno ripreso ad attraversare le acque dello Stretto di Hormuz, solo una cosa è certa: la pace non ridurrà il costo delle bollette. Lo dice in un’intervista alla Stampa il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, sottolineando che anche con la fine dei blocchi navali ci vorrà comunque parecchio tempo prima di tornare alla normalità, «per il petrolio qualche mese, per il gas qualche anno», e che questa crisi innescata dalla guerra in Medio Oriente deve «servire da lezione» agli europei: «Bisogna accelerare con la transizione per ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili». Ma lo dice, seppur non con analogo riferimento diretto alle nostre bollette, anche l’Agenzia internazionale dell’energia (International energy agency, Iea) nel consueto report mensile sul mercato del petrolio, sottolineando che nonostante la discesa del prezzo del greggio registrata negli ultimi giorni, nel 2026 l’offerta globale scenderà di 3,9 milioni di barili al giorno perché nonostante la ripartenza dell’export nel Golfo persico, una ripresa totale e un ritorno alla situazione pre-crisi richiederà molto tempo a causa delle complesse operazioni di sminamento delle rotte marittime.
La speranza è ovviamente che la comunità internazionale acceleri tutte le operazioni necessarie senza che sorgano frizioni tra Stato e Stato, anche se il modo in cui Trump ha frenato sull’ipotesi di un contingente navale europeo nel Golfo non è un buon segnale di partenza. Ma, al di là di questo, gli esperti dell’Agenzia internazionale dell’energia sottolineano che sono ineludibili i tempi tecnici per riportare a livelli di normalità le operazioni di produzione e trasporto di gas e petrolio.
Solo per fare un esempio, abbiamo già segnalato appena avvenuto il fatto, che i bombardamenti sull’impianto di Ras Laffan (collegato al più grande giacimento di gas naturale al mondo, quello di North Field, South Pars nella parte gestita dall’Iran) che è stato attaccato da missili iraniani a metà marzo come risposta ai bombardamenti israeliani contro il giacimento offshore di South Pars, hanno provocato danni alle strutture che secondo gli esperti locali richiederanno anni (circa cinque) per essere riparate e tornare quindi ai livelli di produzione analoghi a quelli precedenti l’inizio della guerra.
Ecco perché ora Jørgensen dice di sperare che quanto avvenuto costituisca «un campanello d’allarme» che faccia comprendere che «il Green deal non è il problema e anzi rappresenta la soluzione» e anche una «lezione» che spinga ad accelerare sul programma di transizione energetica europeo. I dati forniti dall’Agenzia internazionale dell’energia dicono in sostanza la stessa cosa, pur ponendo l’accento sui livelli di import-export del greggio in questi mesi di conflitto. La Iea segnala che a causa della guerra, del blocco dello Stretto di Hormuz e dalla conseguente impennata dei prezzi, la domanda globale di petrolio per il 2026 è stata rivista ancora a maggio al ribasso di 700.000 barili al giorno rispetto al mese precedente, registrando una contrazione complessiva annua di 1,1 milioni di barili al giorno (con un picco negativo di ben -5 milioni nel secondo trimestre).
Ma al di là di questi dati specifici, è chiaro soprattutto un messaggio, per l’Unione europea nel suo complesso e per l’Italia in particolare: dipendere dalle importazioni di greggio e gas, essere esposti al rischio di una contrazione delle forniture e all’imposizione di prezzi elevati in caso di crisi, rappresenta una situazione di vulnerabilità che l’Europa e il nostro Paese non possono più permettersi. Non più, soprattutto, ora che la soluzione è già disponibile, a portata di mano, e ormai da tempo a prezzi vantaggiosi: l’energia da fonti rinnovabili. Fa sapere Jørgensen che come europei «abbiamo speso mediamente 645 milioni di euro in più al giorno in energia dall’inizio del conflitto». Per rimanere in Italia, solo il taglio delle accise per non far superare di molto i due euro al litro il prezzo alla pompa di benzina e gasolio è costato all’Italia botte di 500 milioni di euro a proroga. Ma c’è ancora chi finora ha frenato sull’elettrificazione. Il «campanello d’allarme» risuonato dall’Iran si spera abbia dato la sveglia a chi di dovere.
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