Pace a chi? A Israele non sfiora l'idea di lasciare i territori occupati nel sud del Libano

Abbiamo aspettato con crescente trepidazione venisse firmato l’accordo tra Iran e Usa, abbiamo esultato all’annuncio della sua formalizzazione che, finalmente, avrebbe sbloccato la gravissima situazione di stallo venutasi a creare col blocco dello Stretto di Hormuz. Speriamo ora di non doverci ricredere ma, purtroppo, i segnali che giungono da Tel Aviv lasciano poco margine di credibilità all'entrata in vigore dell'accordo. Tant’è che sono rinviati a data da destinarsi i colloqui che avrebbero dovuto iniziare oggi a Ginevra per porre fine alla guerra in Medio Oriente.
Fonti diplomatiche di Washington fanno sapere che Israele sta conducendo ancora negoziati aventi ad oggetto il permesso dell’Amministrazione a stelle e strisce a mantenere il dispiegamento delle sue truppe nei territori occupati nel sud del Libano. L'Idf ha pubblicato una mappa che riporta le sue attuali posizioni nei territosi occupati, dalla quale si evince che l’esercito israeliano è penetrato di quasi dieci chilometri nel territorio libanese. Il portavoce militare dell’Idf ha aggiunto che “i soldati sono di stanza nell'area di operazioni designata nel sud del Libano e continueranno a rimuovere le minacce". Più chiaro di così non poteva essere, con buona pace di Trump.
Fa sorridere (amaramente) l'art. 1 del memorandum of under standing (Mou) quando prevede la "cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano". Israele però non ha firmato il Mou, e sembra non avere alcuna intenzione di ritirarsi senza colpo ferire; infatti, il ministro della Difesa, Israel Katz, ha confermato che le forze armate israeliane sarebbero rimaste nelle "zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza per un periodo illimitato".
All'interno di Israele si sono alzate altre e più critiche voci: l'ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha dichiarato che l'Iran ha mantenuto le sue capacità nucleari in parte a causa delle stesse "errate strategie" di Israele, e che il Mou ha lasciato il Paese in una posizione molto difficile. Di più e peggio, è riuscito a fare il deputato del Likud (il partito di Netanyahu) Moshe Saada, che ha esortato il primo ministro a dire a Trump che l’idf avrebbe continuato a colpire il Libano "ovunque, 24 ore su 24, con la massima forza e senza proporzionalità".
A questo punto poteva mancare la reazione di Hezbollah? Assolutamente no, e infatti ecco arrivare il loro proclama che afferma di non accettare una tregua che considera “a senso unico” e che continuerà a rispondere agli attacchi israeliani nel sud del Libano; ha già comunicato al governo libanese che non intende accettare il disarmo contenuto negli accordi sottoscritti.
Tutto questo avviene nel momento più delicato in cui l’accordo tra Iran e Stati uniti, dopo una lunga e faticosa attività negoziale che sembrava finalmente essere giunta alla fine. Tel Aviv risponde, blindando la linea militare nei paesi confinanti e in Palestina e conferma, in sprezzo a qualsiasi prassi diplomatica, d’infischiarsene delle guarentigie diplomatiche.
Ricordiamo che la zona di sicurezza, la cosiddetta “Linea Gialla” (la fascia che si estende per una decina di chilometri lungo il confine sud sud-est) in territorio libanese, venne stabilita dopo un finto cessate il fuoco il 17 aprile scorso, mai rispettato da Israele prima e da Hezbollah poi. Successivamente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato tutto il sud del Paese come zona di guerra, dal fiume Zahrani (a una quarantina di chilometri dal confine).
In conclusione, appare assai improbabile che il contenuto del primo dei 14 punti contenuti nel Mou, sottoscritto da Donald Trump e Masoud Pezeshkian, possa veramente attecchire; sarebbe una sonora sconfitta per tutta la diplomazia mondiale e la conclamata dimostrazione che le vie negoziali, pur lungamente ricercate con insistenza e determinazione, devono cedere il passo alle armi, alle morti e alle devastazioni, apparentemente rimaste l’unica lingua comprensibile alla maggior parte dell’umanità, con nostro grande sconforto.
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