Chanel, a Hong Kong il processo sul furto di 724 articoli destinati alla distruzione

15 Luglio 2026 - 17:25
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Il sistema – poco conosciuto al grande pubblico – con cui Chanel distrugge la merce invenduta è finito sotto i riflettori a Hong Kong, dove sono a processo due ex dipendenti del magazzino della maison, accusati di aver tentato di sottrarre 724 tra borse e piccola pelletteria già destinate alla distruzione.

Come ricostruisce Wwd, il caso è approdato martedì davanti all’Alta Corte di Hong Kong: l’ex supervisore del magazzino Ng Yiu-lun e l’ex dipendente Cheung Ka-wai si sono dichiarati non colpevoli dell’accusa di cospirazione a fini di furto. Secondo l’accusa, i due avrebbero agito in collaborazione con altri due operatori del magazzino.

Come riporta la testata americana, Chanel Hong Kong distruggerebbe tra i 10mila e i 20mila prodotti fuori produzione ogni sei mesi, nell’ambito della propria strategia commerciale. Secondo quanto ricostruito dall’ufficio del procuratore, la merce da eliminare veniva imballata al 23esimo piano dello stabilimento Goodman Interlink, a Tsing Yi, per poi essere inviata al quinto piano ed essere triturata.

I sospetti sarebbero emersi alla fine del 2016, quando due addetti al magazzino, alle dipendenze di Ng, avrebbero iniziato a proporsi per turni di straordinario con una frequenza giudicata anomala dai responsabili. Le immagini delle telecamere di sorveglianza del 20 gennaio 2017, sempre secondo quanto riporta Wwd, mostrerebbero i due mentre imballavano segretamente della merce in scatole di cartone, nascondendole poi in un angolo buio del magazzino al 23esimo piano. Anziché intervenire immediatamente, Chanel avrebbe chiesto a un responsabile del magazzino di continuare a osservare la situazione. Il primo febbraio, le telecamere avrebbero ripreso le scatole nascoste mentre venivano sigillate.

Il giorno seguente, un uomo non identificato con berretto e mascherina – poi riconosciuto come Cheung – sarebbe stato visto utilizzare transpallet insieme a uno dei lavoratori per spostare 33 scatole su sei pallet, caricarle su un montacarichi e portarle in un’area di carico sotterranea, accessibile solo tramite password e chiave. Un assistente del responsabile di magazzino avrebbe fermato Cheung nei pressi di un camion, chiamando poi la polizia. Gli agenti, stando a quanto riferito, avrebbero trovato 123 portafogli e 601 borse all’interno delle scatole: merce che avrebbe dovuto essere già distrutta settimane prima.

La distruzione dell’invenduto è una pratica nota, seppur raramente discussa apertamente, nell’industria della moda, anche se la sua emersione pubblica genera puntualmente indignazione. Come ricorda Wwd, nel 2018 Burberry fu travolta dalle polemiche dopo aver rivelato di aver distrutto merce invenduta – tra abbigliamento e cosmetici – per un valore di 38 milioni di dollari, al fine di evitarne la rivendita sul mercato grigio. Il marchio britannico annunciò in seguito lo stop immediato alla pratica, impegnandosi a riutilizzare, riparare, donare o riciclare i prodotti non vendibili.

Sul fronte normativo, l’Unione europea ha reso noto quest’anno di voler procedere con il divieto di distruzione di capi di abbigliamento, calzature e accessori invenduti. La Commissione europea ha adottato nuove misure nell’ambito del regolamento Ecodesign for Sustainable Products (Espr), che introducono l’obbligo per le aziende di comunicare i volumi di beni di consumo invenduti smaltiti come rifiuti, chiarendo al contempo in quali circostanze la distruzione resti consentita, ad esempio per motivi di sicurezza. Il divieto, insieme agli atti delegati e di esecuzione collegati, si applicherà alle grandi imprese a partire da domenica, mentre le realtà di media dimensione dovranno adeguarsi dal 2030, anno in cui entreranno in vigore anche per queste ultime gli obblighi di trasparenza già previsti per le grandi aziende.

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