Come Clara rompe il nostro immaginario sulle migrazioni
Una scena del film ClaraGeneralmente, con i film tratti dalla realtà e di dominio pubblico, il racconto della vicenda nel dettaglio non è considerato spoiler. Sono opere che non vivono nelle sorprese della sceneggiatura, ma nelle prospettive con cui ne esprimono la profondità psicologica.
Il caso di Clara, potente film diretto da Marta Bergman, risale a un fatto di cronaca avvenuto nel maggio 2018 in Belgio che ha dato origine a un movimento di protesta e di richiesta di una “politica migratoria più umana” al governo. A sostegno della campagna ci fu pure il regista Ken Loach, la cui citazione apre il lungometraggio.
La trama
Tutto quello che bisogna sapere è nella premessa. Sara e Adam viaggiano con la figlia Clara di due anni. Sono irregolarmente in Belgio e cercano di raggiungere l’Inghilterra. C’è un costante senso di pericolo che sembra preludere a un dramma imminente. Invece il “colpo di scena” (ovvero la ragione per cui questi fatti meritavano di diventare un film) che ci si aspetterebbe all’inizio in una sceneggiatura più classica, tarda ad arrivare.

Questo sbilanciamento narrativo permette che, mentre il tempo scorre, lo spettatore baratti la sua attesa con l’immersione nei personaggi. L’impressione che possa accadere qualcosa di drammatico da un momento all’altro, nel film, si sincronizza con la paura dei migranti che tutto possa andare storto improvvisamente, nella realtà.
Un nuovo punto di vista
Clara inizia e finisce in uno stato di quiete. In mezzo c’è di tutto. È invidiabile la capacità della regia di lavorare con poco per creare immagini nuove. L’incipit, ad esempio, mostra la famiglia protagonista immersa in un arancione da sogno.

Sembra una fiaba, interrotta dal rumore di una bomboletta che scrive dall’altro lato di quella parete opaca. Un campo largo rivela il luogo della scena: una tenda in un campo pieno di persone. Clara si propone, allo stesso modo della bomboletta, di squarciare il velo ingenuo ed edulcorato con cui ci raccontiamo la permanenza dei migranti in Europa, per far provare attraverso l’empatia del cinema, la durezza della realtà.
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