Com’è ipocrita a sinistra dare del “fascista” al compagno che sbaglia
Gian Carlo Caselli è un importante magistrato italiano, oggi in pensione, e anche nella sua intensa seconda vita da saggista, da scrittore e da intellettuale ha continuato a mantenere uno status che, con una certa fatica e con una certa costanza, si era costruito durante la sua vita da procuratore di Palermo: un punto di riferimento fortissimo delle istanze di un pezzo del mondo progressista. Caselli, ieri, è stato intervistato dalla Stampa, nella sua doppia veste di intellettuale e magistrato, e, vista la sua sensibilità sui temi che riguardano la lotta contro il crimine, è intervenuto sui disordini di sabato scorso in Val di Susa. Dove sapete che cosa è successo. Durante la marcia No Tav partita da Venaus, piccolo comune della Val Cenischia, valle laterale della Val di Susa, centinaia di antagonisti incappucciati si sono staccati dal corteo principale e hanno assaltato i cantieri della Torino-Lione a San Didero e a Chiomonte.
Lo hanno fatto con i soliti metodi: hanno lanciato pietre, razzi, bombe carta e molotov, sono entrati nel cantiere, hanno incendiato mezzi dei carabinieri, hanno ferito oltre cento appartenenti alle forze dell’ordine negli scontri. Caselli è molto duro nel condannare la violenza dei No Tav. Ma sceglie di utilizzare una categoria del pensiero politico speciale e non casuale per inquadrare i violenti. Non li definisce fascisti e non sostiene che siano di destra: colloca però i loro metodi nella famiglia politica del fascismo. “Chi sceglie la violenza – dice Caselli – adotta metodi parafascisti. E così si pone fuori dalla Costituzione”. C’è stato un tempo in cui una parte della sinistra italiana, soprattutto extraparlamentare e intellettuale, nella sua stagione di ambiguità con il terrorismo brigatista, definiva i violenti rossi “compagni che sbagliano”. Caselli, naturalmente, non appartiene a quella storia: contro le Brigate rosse combatté in prima linea. E non dice che i No Tav siano fascisti, ma che adottino “metodi parafascisti”. Proprio qui sta il punto: i compagni che sbagliano, nel momento in cui sbagliano, vengono semanticamente ricollocati nella famiglia del fascismo.
La logica è chiara: se c’è un atto violento che matura all’interno di un mondo che in passato ha trovato sponde e indulgenze nel campo progressista, per risciacquarti la coscienza con il collutorio del politicamente corretto ti basta semplicemente dire che quella violenza, proprio perché violenza, appartiene in realtà alla famiglia politica del fascismo: è così estrema che, in fondo, non può che essere di destra. Dal punto di vista psicologico, è un approccio che si comprende bene: non ti responsabilizza, non ti colpevolizza, non ti impegna, non ti costringe a riflettere sugli istinti che hai accarezzato nel passato, non ti costringe a mettere in discussione la tua specchiata superiorità morale. Questa impostazione, in fondo, non è un unicum ma una costante che, a ben vedere, negli ultimi tempi si è ripetuta in più occasioni poco edificanti. C’è un giornale (la Stampa) che viene devastato da facinorosi vicini a un centro sociale? Nessun dubbio: squadristi. C’è un presidio pacifico, a Bologna, che si trasforma in un corteo diretto verso la prefettura e la questura e infine in ore di scontri contro le forze dell’ordine? Nessun dubbio: squadristi. C’è un professore aggredito all’università di Pisa che, in quanto “sionista”, viene preso a calci e pugni durante l’irruzione in aula di un collettivo pro-Palestina? Nessun dubbio: squadristi. C’è una stazione ferroviaria (Milano) che, durante un corteo per Gaza, si ritrova con vetrate sfondate, transenne e oggetti lanciati contro gli agenti, idranti della stazione utilizzati contro la polizia? Nessun dubbio: squadristi. C’è una guerriglia durante un corteo pro Palestina, a Roma, in cui alcuni manifestanti lanciano bottiglie e petardi contro gli agenti, usando cassonetti come barricate e incendiando automobili? Nessun dubbio: squadristi. C’è la sede torinese di Leonardo occupata da attivisti pro Palestina, con uffici imbrattati e danneggiati mentre è in corso un’importante riunione anche con personale della Difesa? Nessun dubbio: squadristi. C’è un tentativo di bloccare la seduta del pre-Senato di Ca’ Foscari perché l’organo accademico non assuma la posizione richiesta dai manifestanti pro Gaza? C’è la conferenza di un direttore (Molinari) cancellata alla Federico II di Napoli dopo proteste, tensioni e intimidazioni contro il relatore? C’è un giornalista (Parenzo) a cui viene impedito di parlare alla Sapienza da collettivi pro Palestina che gli gridano “fascista” e “sionista”? C’è un politico (Fiano) al quale viene impedito di parlare a Ca’ Foscari, a Venezia, da un collettivo che gli urla “fuori i sionisti dall’università”? Squadristi. La modalità autoassolutoria con cui un pezzo del mondo progressista sceglie in modo scientifico di non guardare dentro il proprio larghissimo campo politico per non fare i conti con le proprie ambiguità, con i propri silenzi, con le proprie contiguità, con i propri scheletri nell’armadio non è, come provano a sostenere molti irresponsabili a destra, la dimostrazione plastica dell’adesione generale della sinistra alle istanze dei violenti. Ma è la spia di un fenomeno diverso: l’incapacità di chiamare le cose con il loro nome, la volontà di non mettere in discussione la propria superiorità morale, il desiderio di non fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Se da sinistra ti allei con partiti che hanno flirtato con i peggiori istinti No Tav, non puoi non chiederti se le cinghie di trasmissione con quei movimenti non abbiano funzionato come avrebbero dovuto. Se da sinistra organizzi manifestazioni che si alimentano di odio contro le forze dell’ordine, non puoi non chiederti se tu abbia fatto davvero tutto il possibile per evitare di trasformare la polizia in un bersaglio fino a prova contraria.
Se da sinistra chiudi gli occhi di fronte al rischio che l’antisionismo diventi antisemitismo, non puoi non chiederti se le violenze degli estremisti che si fanno largo nelle piazze pro-Palestina non abbiano preso alla lettera il tuo desiderio di spazzare via gli ebrei dal fiume al mare. Se, di fronte a ogni braccio teso, chiedi giustamente alla destra di fare i conti con la propria storia, non puoi non chiederti se non ci sia un filo di inaccettabile ipocrisia nella grammatica assolutoria con cui, di fronte alle violenze figlie di una cultura estremista che viene da sinistra, altro non hai da dire se non che quelle violenze sono l’espressione di una violenza di destra e non di un problema a sinistra. E di fronte all’evocazione dello squadrismo dinanzi a una redazione assaltata, a una conferenza impedita, a un professore “sionista” aggredito, a una bomba carta contro la polizia e a un cantiere colpito, più che ragionare sulle frontiere del parafascismo varrebbe forse la pena, a sinistra, di riflettere con più modestia sulle nuove frontiere del paraculismo politico.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)