«Come si salvano 81 mila opere d’arte proibite dall’Unione Sovietica», Giulio Ravizza racconta l’incredibile vita di Igor Savitsky

A Nukus, la capitale del Karakalpakstan, nascosta nel cuore del deserto in Uzbekistan, esiste la seconda più grande collezione di opere d’arte d’avanguardia al mondo. È conservata all’interno del Museo nazionale d’arte ed esiste solo grazie a un uomo che ha deciso di sfidare la legge (che nell’Unione Sovietica degli anni ’60 voleva dire rischiare la vita) dedicando tutta la sua esistenza a salvare opere d’arte proibite di artisti che non si erano piegati alla repressione del regime sovietico.
Quell’uomo era Igor Vitalyevich Savitsky: artista, archeologo e collezionista che dal 1966 e fino alla sua morte nel 1984 ha trasportato clandestinamente circa 81 mila quadri vietati in questo angolo sperduto dell’Urss per metterli al sicuro. La sua storia, oggi rivive grazie a Giulio Ravizza e al suo romanzo storico Anche se proibito.
(La foto in copertina raffigura Igor Vitalyevich Savitsky nel deserto di kyzylkum e appartiene al Museo di Nukus)
Un libro nato per sbaglio 14 anni fa
Ravizza scoprì la vicenda di Savitsky per caso 14 anni fa durante un viaggio di lavoro, dopo aver perso una partita a “pari o dispari” con un suo collega ed essere così costretto a fare scalo a Nukus per un problema di overbooking.
Atterrato nella capitale circondata dal deserto e non sapendo cosa fare in attesa del prossimo volo, Ravizza chiese consigli su cosa visitare al concierge del modestissimo hotel che gli era stato assegnato. «Qui – spiegò il custode – abbiamo solo tre cose: un mare prosciugato (il Lago d’Aral), il più importante laboratorio di armi biologiche dell’Unione Sovietica (ora smantellato) e un’enorme collezione di quadri d’avanguardia». Ravizza scelse la terza opzione.
Accompagnato nel Museo statale d’Arte di Nukus dall’unica guida di turno – stupita dalla presenza di un visitatore – Ravizza si ritrovò di fronte a una raccolta sterminata di quadri, molti anche di qualità notevole. Uno spettacolo irreale, quasi quanto le parole della guida, «Tra le altre opere, conserviamo circa 10 mila quadri d’avanguardia. È la seconda collezione più grande al mondo».

Tornato a casa da quel viaggio, incredulo ma affascinato, Ravizza decise quindi di approfondire la storia di Igor Savitsky: una ricerca durata anni tra articoli, testimonianze e anche alcuni vecchi documenti del Kgb. Il risultato: una mappa della vita di Savitsky, dall’infanzia alla morte ricchissima di aneddoti su come questo uomo di piccola corporatura e dalla salute fragile fosse riuscito – da solo – a “truffare” uno dei regimi più potenti dell’epoca.
Usare lo Stato per salvare le opere vietate dallo Stato
Nato in una ricchissima famiglia nobile di Kiev, il giovane Igor fu costretto a trasferirsi a Mosca nel 1919 per sfuggire alle persecuzioni dei rivoluzionari e la famiglia abituata al lusso si trovò catapultata nella realtà di una vita proletaria. I genitori riuscirono comunque a pagare gli studi d’arte a Igor, formazione che gli permise di prendere parte a una spedizione archeologica nel deserto del Karakalpakstan.
Arrivato a Nukus nel 1957, Savitsky racimolò una nutrita collezione di reperti, capi d’abbigliamento e utensili per convincere le autorità della necessità di finanziare la fondazione di un museo del Karakalpakstan, ma i suoi veri obiettivi erano molto diversi. «Nei documenti che ne stabilivano ufficialmente l’istituzione, il Museo prevede tre sezioni: “archeologia”, “oggetti popolari del Karakalpakstan”, “altro”». Nessuno nei palazzi del partito si insospettì che proprio quest’ultima sezione sarebbe diventata un importantissimo santuario per l’arte proibita.
Nel corso degli anni, Savitsky visitò incessantemente case e collezioni gestite da mogli, vedove o parenti di artisti arrestati dal regime, acquistando le loro opere proibite con gli stessi soldi forniti dallo Stato. Per poi trasportarli di nascosto in treno al museo di Nukus. Ogni viaggio portava con sé il rischio di essere scoperto e fucilato.
Nascondere il dissenso in piena vista
Ma come riuscì Savitsky a salvare dalla censura opere vietate che – per quanto conservate in un luogo remoto – erano pur sempre esposte in un museo statale aperto al pubblico? Il trucco stava nelle didascalie, tutte fasulle.
Quadri realizzati secondo stili diversi dal realismo sovietico? Venivano retrodatati (le opere realizzate prima del 1934 non erano sottoposte a censura). Opere che descrivevano le durissime condizioni dei detenuti nei gulag? Erano raffigurazioni di Auschwitz. Il ritratto di Lenin nudo? Era semplicemente un membro del sindacato dei sosia che stava facendo il bagno.
Quella di Savitsky è stata una vita realmente capace di superare la fantasia. Come scherza Ravizza parlando del suo romanzo storico, «Le parti più incredibili del racconto sono realmente accadute, quelle normali sono inventate».
La presentazione a Comabbio
Giulio Ravizza è stato ospite a Comabbio in Sala Lucio Fontana per presentare Anche se proibito il pomeriggio di sabato 16 maggio. A moderare il dialogo col pubblico è stata Elena Chioatto, consigliera comunale e responsabile della biblioteca, che ha ringraziato l’associazione Il Borgo di Lucio Fontana per aver messo in contatto l’amministrazione comunale con l’autore.

«Anche se proibito – ha affermato Chioatto – è un libro che parla di sogni e di come si possono realizzare. Ravizza racconta la vicenda di Savitsky scavando in profondità ma lo fa con leggerezza, catturando la curiosità del lettore pagina dopo pagina».
Anche se proibito è disponibile per l’acquisto sulle principali piattaforme. L’autore sottolinea che il ricavato delle vendite verrà devoluto al Museo di Nukus.
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