GRANDE BARRIERA CORALLINA, UNA REVISIONE MAI PUBBLICATA SOLLEVA ACCUSE DI RAZZISMO SISTEMICO E CARENZE GESTIONALI

29 Giugno 2026 - 23:27
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Una bozza commissionata dalla Great Barrier Reef Marine Park Authority descrive un ambiente di lavoro segnato da scarsa consapevolezza culturale, insufficiente sostegno al personale indigeno e problemi di capacità operativa. L’ente respinge le accuse di razzismo, considerate non dimostrate da un’indagine esterna, e difende il proprio ruolo nella tutela del più grande sistema corallino del mondo

di Redazione

Una revisione interna mai completata e mai resa pubblica ha sollevato interrogativi profondi sul funzionamento della Great Barrier Reef Marine Park Authority, l’ente federale australiano incaricato di proteggere e amministrare la Grande Barriera Corallina.

Il documento, commissionato nel 2022 alla società di consulenza 35 South, contiene valutazioni critiche sulla capacità operativa dell’organizzazione, sulla gestione delle risorse, sull’allineamento tra priorità istituzionali e attività effettivamente svolte e, soprattutto, sul trattamento riservato ad alcuni dipendenti indigeni.

Secondo la bozza della revisione, visionata dall’emittente pubblica ABC, alcuni lavoratori avrebbero descritto all’interno dell’ente una generale mancanza di consapevolezza culturale e situazioni percepite come espressione di razzismo sistemico. Particolare attenzione viene dedicata all’Indigenous Compliance Team, la squadra istituita per costruire rapporti con i Traditional Owners della barriera e gestire questioni connesse al diritto nativo, alla conformità e alla protezione del patrimonio indigeno.

La Great Barrier Reef Marine Park Authority, conosciuta con la sigla GBRMPA, ha contestato questa ricostruzione. Un portavoce ha dichiarato che le accuse sono state oggetto di un’indagine esterna indipendente e approfondita, che non avrebbe trovato elementi sufficienti per confermarle. L’ente sostiene inoltre di investire nella formazione culturale del personale, di valorizzare la propria forza lavoro indigena e di mantenere rapporti ampi e rispettosi con i popoli delle Prime Nazioni.

La vicenda presenta quindi due piani distinti. Da una parte vi sono le testimonianze e le valutazioni contenute nella bozza della revisione; dall’altra la posizione ufficiale dell’Autorità, secondo la quale quelle accuse non sono state dimostrate. Rimane però aperta la questione della trasparenza, perché il rapporto fu finanziato con denaro pubblico ma non venne completato né pubblicato, e le successive richieste di accesso agli atti furono respinte.

UN ENTE RESPONSABILE DI UN TERRITORIO PIÙ GRANDE DELLA NUOVA ZELANDA

La Great Barrier Reef Marine Park Authority impiega più di 250 persone ed è responsabile della gestione di un’area marina più estesa della Nuova Zelanda. Nel territorio della barriera vivono e operano circa settanta gruppi di Traditional Owners, le comunità aborigene e delle isole dello Stretto di Torres che mantengono legami culturali, spirituali ed economici con il mare e con le isole della regione.

L’Autorità svolge funzioni molto diverse. Regola le attività turistiche, rilascia permessi, coordina programmi scientifici, partecipa alla sorveglianza contro la pesca illegale e altre violazioni, gestisce piani di conservazione e collabora con il governo del Queensland e con le comunità indigene.

La barriera è iscritta nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è sottoposta a pressioni crescenti dovute al cambiamento climatico, agli episodi di sbiancamento dei coralli, all’inquinamento, al deterioramento della qualità delle acque, alla pesca illegale e alla proliferazione della stella corona di spine, un predatore naturale dei coralli.

Il ruolo dell’ente è quindi centrale non soltanto per l’ambiente, ma anche per il turismo, l’economia regionale, la ricerca scientifica e la reputazione internazionale dell’Australia.

La revisione del 2022 era nata con un obiettivo più limitato: analizzare il sistema di tariffe pagate dagli operatori turistici per la gestione del parco marino. In seguito, il mandato venne ampliato fino a comprendere l’efficienza e l’efficacia dell’intera organizzazione rispetto alle responsabilità previste dalla legge.

I consulenti esaminarono i settori scientifici, le politiche strategiche, la gestione sul campo, il sistema dei permessi e l’allocazione dei fondi. Intervistarono dipendenti, dirigenti ed ex funzionari. La bozza che ne risultò contiene giudizi severi su diversi aspetti dell’ente.

Nonostante ciò, la revisione non venne formalmente finalizzata.

LE TESTIMONIANZE DEL PERSONALE INDIGENO

La parte più delicata del documento riguarda l’Indigenous Compliance Team.

Questa unità era stata istituita per rafforzare il rapporto tra l’Autorità e i Traditional Owners, sostenere i ranger indigeni, gestire casi connessi al Native Title e migliorare la capacità di intervento nelle questioni che coinvolgono le comunità delle Prime Nazioni.

Secondo la bozza, la squadra si sarebbe trovata a gestire una quantità di lavoro superiore alle proprie responsabilità formali. Le questioni sollevate dai Traditional Owners sarebbero state indirizzate automaticamente al gruppo indigeno, anche quando avrebbero potuto essere affrontate da altri settori dell’organizzazione.

Una persona intervistata dai consulenti ha riassunto questa esperienza con parole molto dirette, spiegando che, essendo nera, ci si aspettava che si occupasse di ogni telefonata proveniente da una persona nera.

La bozza riporta anche la percezione che le questioni riguardanti le comunità indigene dovessero essere gestite esclusivamente attraverso personale, strutture e finanziamenti separati. Questa impostazione avrebbe isolato il gruppo e creato l’aspettativa che qualunque problema relativo ai Traditional Owners fosse di sua esclusiva competenza.

Il rapporto cita il caso di due dugonghi rimasti intrappolati in una rete. I proprietari tradizionali presenti sul posto erano disponibili a fornire una testimonianza a qualunque funzionario, ma la questione sarebbe stata rinviata direttamente all’Indigenous Compliance Team. Il tempo di risposta avrebbe raggiunto le diciotto ore.

Secondo i consulenti, episodi di questo tipo avrebbero prodotto un accumulo di casi arretrati e un rischio per la reputazione dell’Autorità presso le comunità indigene.

La mancanza di sostegno alla squadra sarebbe stata giustificata da alcuni con il fatto che il gruppo riceveva finanziamenti esterni. La bozza osserva però che altri progetti finanziati in modo analogo non sarebbero stati trattati allo stesso modo e solleva quindi il dubbio che il mancato supporto potesse dipendere da motivazioni differenti.

Il documento parla espressamente di esperienze riferite come razzismo sistemico e della necessità di rafforzare la consapevolezza culturale all’interno dell’organizzazione.

«NON MI SENTIVO AL SICURO»

Una ex dipendente, indicata con il nome fittizio di Adrianne per proteggerne l’identità, ha raccontato che lavorare nell’Autorità era diventato progressivamente più difficile.

La donna, una Traditional Owner, ha dichiarato di essersi sentita insicura sia come persona indigena sia come donna. Secondo la sua testimonianza, il problema non sarebbe dipeso soltanto dal comportamento di singoli colleghi, ma dall’incapacità dell’organizzazione di intervenire in modo adeguato.

Ha raccontato che, negli ultimi tempi, ogni giornata di lavoro era diventata una sfida e che le conseguenze di quell’esperienza continuano ancora oggi.

Dopo la revisione, l’Indigenous Compliance Team fu trasferito fuori dal settore operativo del programma di gestione sul campo. Adrianne ha sostenuto che la decisione sarebbe stata presa senza valutare pienamente i rischi derivanti dalla perdita di informazioni, dalla riduzione della presenza sul territorio e dall’indebolimento dei rapporti costruiti con i Traditional Owners.

L’Autorità non ha fornito una risposta specifica sulle motivazioni di quel trasferimento, ma ha dichiarato di essere orgogliosa del proprio personale indigeno e del lavoro svolto con le comunità delle Prime Nazioni.

Ha inoltre affermato di investire con continuità nella formazione sulla consapevolezza culturale e di trattare con priorità le questioni sollevate individualmente o collettivamente dai dipendenti.

La divergenza resta significativa. La bozza descrive una squadra che si sentiva isolata e sovraccaricata; l’ente sostiene invece di avere affrontato le accuse attraverso un’indagine esterna che non le ha confermate.

L’INDAGINE ESTERNA E LA POSIZIONE DELL’AUTORITÀ

La revisione raccomandava un’indagine indipendente sulle accuse di razzismo e indicava che l’amministratore delegato Joshua Thomas era stato informato direttamente delle conclusioni relative all’Indigenous Compliance Team.

Thomas, prima di assumere la guida dell’Autorità, aveva lavorato con diversi ministri federali dell’Ambiente, tra cui Sussan Ley e Melissa Price.

Secondo il portavoce di GBRMPA, il direttore generale incontrò gli autori della revisione per assicurarsi che le accuse fossero affrontate correttamente e per informarli che era già in corso un’indagine esterna indipendente.

L’Autorità sostiene che le contestazioni siano state esaminate in modo esaustivo e che non siano risultate fondate.

Non sono stati però resi pubblici i dettagli completi dell’indagine esterna, i suoi termini di riferimento, le testimonianze raccolte o le ragioni analitiche che hanno portato alla conclusione finale.

Questo limita la possibilità di confrontare direttamente il contenuto della bozza con i risultati dell’accertamento successivo.

Il caso non consente quindi di affermare come fatto accertato che all’interno dell’ente esistesse razzismo sistemico. Permette tuttavia di documentare che alcuni dipendenti riferirono esperienze di quel tipo, che i consulenti considerarono il problema sufficientemente serio da raccomandare un’indagine indipendente e che l’Autorità, dopo un successivo accertamento, ha respinto le accuse come non dimostrate.

LE CARENZE OPERATIVE SEGNALATE DAI CONSULENTI

La revisione non si limitava alle questioni riguardanti il personale indigeno.

I consulenti individuarono problemi anche nel funzionamento generale dell’ente. La bozza parla di prestazioni complessivamente insoddisfacenti in alcuni settori operativi e di una mancanza di capacità o risorse in aree considerate essenziali.

Tra le persone intervistate figurava David Wachenfeld, allora chief scientist della Great Barrier Reef Marine Park Authority. Secondo la revisione, lo scienziato avrebbe indicato diverse debolezze nella capacità operativa dell’organizzazione.

Un settore esaminato fu quello relativo al programma di controllo della stella corona di spine. Questo animale si nutre dei coralli e, quando la popolazione aumenta in modo eccessivo, può provocare danni estesi alla barriera.

Il governo finanzia con milioni di dollari squadre incaricate di individuare e abbattere gli esemplari. Il programma era già stato oggetto di controversie, comprese accuse di conflitti d’interesse nella distribuzione dei fondi.

La revisione rilevò che continuavano a esistere problemi e confusione nella definizione delle priorità finanziarie.

Anche il settore della politica strategica, parzialmente responsabile del Reef 2050 Long-Term Sustainability Plan, venne descritto come carente in termini di capacità ed esperienza. Il piano rappresenta la principale strategia a lungo termine dei governi federale e del Queensland per migliorare la salute e la resilienza della barriera.

Carenze analoghe furono individuate nel gruppo responsabile dei permessi, il settore che deve bilanciare l’uso umano della barriera con la protezione dell’ambiente.

Secondo la bozza, il team aveva numerosi posti vacanti, pochi dipendenti esperti e tempi molto lunghi per assumere, formare e rendere pienamente operativo il nuovo personale.

RISORSE DESTINATE A PROGETTI NON PRIORITARI

Il rapporto affronta anche la gestione del bilancio.

Secondo i consulenti, parte dei fondi sarebbe stata assegnata a progetti non considerati prioritari, limitando la capacità dell’ente di raggiungere i propri obiettivi fondamentali.

La revisione afferma inoltre che gli indicatori utilizzati per misurare le prestazioni dell’organizzazione non erano sufficientemente allineati con le priorità e con le aree di maggiore rischio.

Il problema degli indicatori è particolarmente importante nelle amministrazioni pubbliche. Se le misure utilizzate per valutare il successo di un ente non corrispondono ai rischi reali, l’organizzazione può apparire efficiente senza affrontare adeguatamente i problemi più urgenti.

Nel caso della Grande Barriera Corallina, le priorità comprendono la protezione degli ecosistemi, la gestione del turismo, il rispetto della legislazione, la collaborazione con i Traditional Owners, la riduzione delle minacce e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

L’Autorità ha replicato affermando che continua a prendere decisioni strategiche sulla distribuzione del bilancio e delle risorse con l’obiettivo di massimizzare il valore dell’investimento pubblico.

Ha inoltre sostenuto che i propri processi sono accompagnati da meccanismi di governance, controllo e verifica trasparenti.

«NESSUNO VOLEVA SCONTENTARE NESSUNO»

Tra le testimonianze raccolte figura quella di Leanne Fernandes, ex direttrice delle politiche dell’Autorità.

Fernandes possiede più di trent’anni di esperienza nella gestione marina e della biodiversità e lavorò nel settore delle politiche tra il 2020 e il 2024. In un precedente periodo trascorso presso l’ente aveva partecipato al processo che portò ad aumentare fino al 40 per cento la parte della barriera sottoposta a divieto di prelievo.

Era tornata nel 2020 convinta di poter contribuire a un lavoro importante per la protezione della barriera. Con il passare del tempo, tuttavia, avrebbe sviluppato una crescente disillusione.

Durante le interviste con i consulenti, Fernandes parlò di un disallineamento tra le responsabilità previste dalla legge e le attività effettivamente portate avanti dall’organizzazione.

Ha raccontato di avere lavorato a un rapporto destinato a mettere in relazione le principali minacce alla barriera con le azioni necessarie per affrontarle. Secondo la sua ricostruzione, il documento sarebbe stato successivamente bloccato dal gruppo dirigente.

Fernandes ritiene che il problema principale fosse la mancanza di volontà di assumere decisioni capaci di scontentare determinati settori.

Proteggere la barriera, ha osservato, può richiedere misure impopolari, restrizioni e una definizione più netta delle priorità. A suo giudizio, l’organizzazione non avrebbe avuto sufficiente disponibilità ad affrontare i conflitti con gruppi economici o altri portatori d’interesse.

La distanza tra il lavoro che riteneva necessario e quello che le veniva consentito di svolgere avrebbe avuto conseguenze anche sulla sua salute mentale. Alla fine decise di lasciare l’ente.

L’OPINIONE DI UN EX DIRETTORE

Jon Day, esperto di gestione della barriera ed ex direttore dell’Autorità, ha dichiarato di non considerare più GBRMPA un leader mondiale nella gestione delle aree marine protette.

Secondo Day, l’ente era stato in passato riconosciuto a livello internazionale per diversi aspetti del proprio lavoro, ma una parte di quella reputazione si sarebbe progressivamente indebolita.

L’Autorità respinge questa valutazione e continua a definirsi un punto di riferimento mondiale nella gestione dei parchi marini.

A sostegno della propria posizione ha citato il riscontro ricevuto durante un forum intersettoriale sulla barriera, svolto nell’ottobre 2025, oltre a ricerche indipendenti e ai commenti dei portatori d’interesse.

La divergenza tra l’ex dirigente e l’organizzazione riflette un dibattito più ampio sulla reale capacità dell’Australia di proteggere la Grande Barriera Corallina.

Negli ultimi anni il Paese ha investito centinaia di milioni di dollari in programmi di conservazione, ricerca, miglioramento della qualità dell’acqua e controllo delle minacce. Allo stesso tempo, gli episodi di sbiancamento e gli effetti del riscaldamento degli oceani hanno continuato a mettere sotto pressione l’ecosistema.

Day ha osservato che, se esistono aree nelle quali l’ente non funziona adeguatamente, esse dovrebbero essere riconosciute, affrontate e finanziate in modo appropriato.

IL RAPPORTO PAGATO MA NON PUBBLICATO

L’ABC aveva presentato nel novembre 2025 una richiesta di accesso alla Reef Authority Functional Efficiency Review attraverso la legge sulla libertà d’informazione.

L’Autorità rifiutò di consegnare il documento, sostenendo che non era mai stato finalizzato, che non era disponibile pubblicamente e che era trascorso molto tempo dalla raccolta delle informazioni. Aggiunse inoltre che esistevano materiali più aggiornati già accessibili al pubblico.

La corrispondenza ottenuta attraverso altre richieste di accesso mostra però che la revisione era stata pagata nel 2023. Un’email inviata dall’azienda di consulenza all’allora direttore generale Ian Walker suggerirebbe inoltre che, dal punto di vista della società incaricata, il lavoro fosse stato completato.

Walker ha successivamente lasciato l’organizzazione e non può discutere pubblicamente la vicenda a causa di un accordo di riservatezza.

L’Autorità ha spiegato che la decisione di non finalizzare il rapporto dipese da diversi fattori. Tra questi ha indicato gli effetti della pandemia sul settore del turismo marino e le preoccupazioni manifestate dal personale sulla qualità del documento, sul metodo di consultazione, sul confronto con altri enti e sulla presenza di analisi considerate soggettive.

Secondo GBRMPA, questi problemi avrebbero compromesso la fiducia nel materiale e la possibilità di utilizzarlo per portare avanti il lavoro.

Un’altra ragione indicata nel rifiuto dell’accesso fu l’assenza di un interesse pubblico sufficiente alla divulgazione.

GLI ESPERTI DI TRASPARENZA CONTESTANO IL RIFIUTO

Johan Lidberg, ricercatore della Monash University specializzato in libertà d’informazione, ha contestato duramente la decisione.

A suo giudizio, il rifiuto sarebbe contrario agli obiettivi della legge, nata proprio per facilitare l’accesso dei cittadini alle informazioni di interesse pubblico.

Una revisione pagata dai contribuenti, relativa all’efficienza di un ente che gestisce un patrimonio ambientale di rilevanza mondiale, rientrerebbe pienamente nelle informazioni che dovrebbero essere rese disponibili.

Lidberg ha inoltre sollevato il problema del cosiddetto “noting process”, il meccanismo attraverso il quale i vertici di un’organizzazione vengono informati dell’esistenza di richieste potenzialmente controverse.

Informare la dirigenza non è necessariamente improprio. Il problema, secondo il ricercatore, nasce qualora i responsabili intervengano per orientare gli uffici verso il rifiuto e chiedano di trovare una motivazione per non diffondere i documenti.

L’Autorità ha dichiarato di sostenere la decisione presa dai funzionari responsabili delle richieste di accesso.

Anche Jon Day ha espresso dubbi sulla mancata pubblicazione. Secondo l’ex direttore, la spiegazione più probabile è che il rapporto contenesse elementi dei quali l’organizzazione non era soddisfatta.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA PUBBLICA

La controversia non riguarda soltanto la gestione interna di un’agenzia federale.

La Grande Barriera Corallina è uno dei beni naturali più conosciuti al mondo e la sua protezione dipende dalla credibilità delle istituzioni responsabili. L’Autorità deve mantenere la fiducia del governo, degli scienziati, degli operatori turistici, delle comunità costiere, dei Traditional Owners e dell’opinione pubblica.

Le accuse contenute nella bozza devono essere trattate con cautela, perché non costituiscono conclusioni definitive e l’ente afferma che l’indagine indipendente non ha trovato prove sufficienti a confermarle.

La stessa cautela dovrebbe però applicarsi alla decisione di archiviare il rapporto senza renderlo pubblico. L’assenza di trasparenza impedisce di valutare integralmente la qualità del lavoro dei consulenti, la fondatezza delle contestazioni e le eventuali misure adottate successivamente.

Rendere accessibile la revisione, insieme alla risposta dell’Autorità e ai risultati dell’indagine esterna, consentirebbe un esame più equilibrato.

La pubblicazione non implicherebbe automaticamente l’accettazione di tutte le conclusioni. Permetterebbe invece di comprenderne la metodologia, distinguere le opinioni dai fatti, verificare il peso delle testimonianze e valutare se le criticità operative siano state affrontate.

L’Autorità continua a sostenere di essere un leader mondiale nella gestione marina e di possedere sistemi adeguati di controllo e governance. Le testimonianze raccolte nella revisione descrivono però un’organizzazione alle prese con problemi di personale, capacità, priorità e rapporti interni.

Il confronto tra queste due rappresentazioni non può essere risolto soltanto attraverso dichiarazioni contrapposte.

Per un ente che amministra un patrimonio pubblico di importanza globale, la trasparenza non rappresenta un elemento accessorio. È parte della sua responsabilità istituzionale, soprattutto quando le questioni sollevate riguardano il trattamento del personale indigeno, l’impiego di risorse pubbliche e l’effettiva capacità di proteggere un ecosistema sottoposto a minacce senza precedenti.

Fonte: Bozza della Reef Authority Functional Efficiency Review commissionata alla società 35 South

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