Con Trump il problema non è la sudditanza, ma la somiglianza

Il giochetto va avanti dal giorno in cui Donald Trump è rientrato alla Casa Bianca e ormai è diventato stucchevole. Quando le cose vanno bene, è la prova di quanto il grande rapporto politico e personale costruito negli anni da Giorgia Meloni col presidente americano sia un vantaggio per l’Italia; quando le cose vanno male, si fa la faccia stupita e si domanda: quale rapporto speciale? – con la stessa nonchalance con cui Marty Feldman domandava: «Quale gobba?» – per poi far notare che quello è il presidente degli Stati Uniti, come se Meloni facesse un enorme sforzo per andarci d’accordo, quasi che si sacrificasse per noi, come fanno tutti i leader europei quando si abbassano a lusingarlo in ogni modo per evitare conseguenze peggiori.
Del resto, si aggiunge, che altro dovrebbe fare la povera Giorgia: «Assaltare i McDonald’s, uscire dalla Nato, chiudere le basi americane?» (testuali parole della stessa Meloni in una conferenza stampa che oggi appare lontanissima, ma era solo sei mesi fa). Ovviamente Elly Schlein è riuscita anche in questa occasione a dire l’unica cosa che persino in simili circostanze suscita un moto di solidarietà e simpatia per la presidente del Consiglio, e cioè che dovrebbe «chiedere scusa per la subalternità». Una dichiarazione che sembra uscita da ChatGPT (ipotesi peraltro non da escludere). Ad ogni modo, per dirla nella forma prediletta dai testi prodotti dall’Intelligenza artificiale (non è x, bensì y), il problema non è la sudditanza, ma la somiglianza.
Paradossalmente, metterla sul terreno della subalternità finisce per fare il gioco di Meloni e della sua linea difensiva, secondo cui lei si sarebbe sacrificata per il bene della Nazione. Ma non si è sacrificata, non ha fatto buon viso a cattivo gioco, semplicemente perché lei gioca nella stessa squadra di Trump, da ben prima di diventare presidente del Consiglio. Non è stata vittima, ma complice.
Anzitutto nei vertici europei: anche davanti agli attacchi più insensati e inaccettabili del presidente americano, dai dazi alla Nato, Meloni ha sempre spinto per evitare qualsiasi reazione degna di questo nome, per lo stesso motivo per cui ha sempre coperto e difeso l’ungherese Viktor Orbán, cioè il principale cavallo di Troia putiniano in Europa. A dimostrazione del fatto che la scelta di sostenere l’Ucraina era per Meloni una scelta tattica e di pura convenienza, mentre l’adesione allo schieramento nazionalpopulista e illiberale è invece una questione di identità e di valori.
Quello che dovrebbe preoccupare liberali e democratici italiani non è dunque il fatto che Meloni possa avere cercato di ingraziarsi Trump in un momento o nell’altro, come hanno fatto, sbagliando, tanti leader occidentali, ma la certezza che, non appena ne avesse l’occasione, si comporterebbe proprio come lui (vedi i suoi commenti a caldo sull’assalto al congresso del 6 gennaio 2021). Ecco perché hanno tanta importanza le noiosissime discussioni su riforme istituzionali e cambiamento della legge elettorale.
Del resto anche con Trump, durante e dopo il suo primo mandato, tanti raffinati analisti ci avevano spiegato che l’allarmismo si era dimostrato ingiustificato, che il mondo non era crollato e che dunque non aveva senso «demonizzare» il presidente e il movimento Maga. Al punto che in vista del suo possibile secondo mandato si teorizzava non solo che non rappresentasse alcun pericolo per la democrazia, ma che anzi il suo arrivo alla Casa Bianca per noi europei sarebbe stato addirittura la cosa migliore, perché avrebbe portato la pace (come assicurava, tra gli altri, Marco Travaglio). Si è visto come è andata. Speriamo di non fare la stessa esperienza anche con il secondo mandato di Meloni.
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