Conte, Spalletti, Sarri, Allegri: perché il calcio italiano gira sempre intorno agli stessi nomi?

22 Maggio 2026 - 10:14
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Il nostro calcio non sceglie: ricicla e continua ostinatamente a specchiarsi nel proprio passato, come se il futuro fosse un dettaglio trascurabile.

“Nazionale, l’idea è Conte”. “Napoli, si pensa a Sarri”. E via così, si riparte, ancora una volta. L’ormai certo addio di Antonio Conte dalla panchina dei partenopei ha aperto, puntualissimo, il valzer allenatori che ogni estate tiene ormai banco in Serie A. Perché in assenza di idee, progettualità e soprattutto denari per andare a pescare profili interessanti, in Serie A si resta aggrappati alla figura del tecnico. A un qualcuno che, con un colpo di magia, metta a posto tutto. Una sorta di metafora del comune mortale che, giocando 6 numeri, spera di svoltare la proprio vita.


Eppure, non solo la Serie A cerca di aggrapparsi al mito del ‘genio della lampada’ - o in questo caso della panchina - per rimanere aggrappato a quella speranza di poter svoltare tutto, ma, curiosamente, da qualche tempo a questa parte lo fa cercando soluzione sempre attraverso il ricorso agli stessi nomi. Eh già, perché il dato che più di tanti altri racconta la crisi di immaginazione del calcio italiano non arriva dai bilanci, dagli stadi o dai settori giovanili - quelli, purtroppo, li conosciamo già - bensì dalle panchine. E racconta un sistema che continua ostinatamente a specchiarsi nel proprio passato, come se il futuro fosse un dettaglio trascurabile.


Negli ultimi quindici anni infatti, considerando soltanto le squadre arrivate almeno una volta tra le prime due in Serie A - dunque Juventus, Milan, Inter, Napoli, Roma e Lazio a cui aggiungiamo anche la panchina da commissario tecnico della Nazionale - alcuni allenatori sono tornati ciclicamente al centro del sistema con una frequenza impressionante.


I numeri sono questi:


Spalletti: 5 ingaggi

Conte: 4

Sarri: 4

Allegri: 4

Gattuso: 3

Pioli: 3


E no, non c’è errore nel conteggio: Sarri alla Lazio è stato contato due volte, perché due volte è rientrato nel giro dei ritorni e delle reiterazioni. Allo stesso modo Allegri è contato due volte, una per il Milan e una per la Juventus. Perché il punto non è il curriculum individuale, ma il movimento perpetuo delle stesse figure dentro le stesse stanze.


Il problema, infatti, non è di per se Antonio Conte. O Massimiliano Allegri. O Luciano Spalletti. Sarebbe persino ridicolo sostenerlo: parliamo di allenatori che hanno vinto scudetti, costruito cicli, dato identità forti alle loro squadre. Il problema è il riflesso automatico del sistema italiano, che davanti a ogni crisi reagisce sempre allo stesso modo: richiama qualcuno che conosce già.


È un calcio che non sceglie: ricicla.


Ogni estate sembra di assistere alla stessa recita. Cambiano le conferenze stampa, cambiano le sciarpe sul tavolo, ma i nomi restano invariati. Un grande club entra in difficoltà e immediatamente parte il casting dei soliti noti: Conte, Allegri, Sarri, Pioli, Spalletti. Se si vuole una figura “di carattere”, ecco Gattuso. Se serve “normalità”, ecco Pioli. Se si vuole “garanzia”, Allegri. Se serve “mentalità”, Conte. E via così. Cambiano le definizioni, ma il meccanismo resta identico.


Eppure il calcio italiano, nel frattempo, non è tornato dominante. Non ha colmato il gap economico con gli altri principali campionati. Non ha sviluppato una nuova scuola tattica riconoscibile. Non ha creato un ecosistema capace di produrre continuità internazionale. Anzi, l’opposto. Poi, certo, negli ultimi anni abbiamo visto anche le finali europee dell’Inter o il colpaccio dell’Atalanta di Gasperini, ma la sensazione generale - anche riflessa proprio nell’andamento disastro della Nazionale - è che il movimento, nel complesso, continui a vivere più di episodi - tipo l’Europeo vinto a Wembley - che di evoluzione strutturale.


Ecco, dunque, che la sensazione è che il calcio italiano abbia scambiato l’esperienza per innovazione. Due concetti profondamente diversi.

Anche negli altri grandi campionati infatti capita che i top club sbaglino - magari anche spesso. Ma almeno cercano. In Germania il Bayern ha affidato la squadra a Kompany dopo un’esperienza limitata ad altissimo livello. In Inghilterra emergono continuamente nuovi profili, anche ‘rischiosi’. In Spagna i club medi diventano laboratori di idee. In Italia, invece, l’idea stessa del rischio sembra proibita. E chi la attua magari viene anche schernito, come abbiamo visto fare ogni volta in questa stagione alle sconfitte dell’alieno Fabregas in quel di Como.


Si preferisce il conosciuto al promettente. Il curriculum all’idea. La comfort zone alla costruzione.


Ed allora ecco il paradosso: un Paese che per decenni è stato la culla dell’evoluzione tattica oggi appare uno dei sistemi più conservatori d’Europa proprio nella scelta degli allenatori. Come se il calcio italiano fosse diventato nostalgico di sé stesso.

Naturalmente non esiste una formula magica. Non basta assumere un allenatore giovane per diventare moderni, così come non è vero che i tecnici esperti siano automaticamente un limite. Carlo Ancelotti è la prova vivente del contrario. Il punto, però, è un altro: la mancanza di ricambio non è più un caso, è diventata una cultura. E le culture, alla lunga, producono immobilismo.


Quando gli stessi nomi - come stiamo evidentemente già vedendo in questi giorni di toto-allenatori - tornano continuamente sulle stesse panchine, il messaggio implicito è devastante: fuori da quel cerchio non esiste nessuno ritenuto davvero pronto. È una sfiducia sistemica verso il nuovo. E infatti ogni emergente italiano deve quasi sempre compiere un percorso infinitamente più lungo rispetto ai colleghi stranieri per ottenere credibilità; oppure andarsene all’estero - come ha dovuto fare il neocampione di Portogallo Francesco Farioli ad esempio; o in modo simile anche Roberto De Zerbi.

Nel frattempo, il calcio europeo accelera. Cambiano i ritmi, cambiano le metodologie, cambiano i linguaggi. E l’Italia resta spesso aggrappata all’idea che basti “uno che conosce l’ambiente”. E forse è proprio qui il nodo: l’ambiente italiano è diventato talmente autoreferenziale da non accorgersi più di girare in tondo, su sé stesso, come un cane che si morde la coda.


E allora sì, forse, è arrivato il momento di uscire da questo loop. Non per mancare di rispetto a chi ha già vinto, ma perché continuare a riavvolgere sempre lo stesso nastro non ci sta portando da nessuna parte. Il passato, certo, può essere una garanzia emotiva. Sempre più raramente, però, si sta dimostrando una strategia per il futuro.


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