Iran, opposizione clandestina parla di rivolta imminente: «La prossima volta saremo armati»
Attivisti anti-regime descrivono un Paese vicino al punto di rottura tra esecuzioni pubbliche, crisi economica, carenze di acqua ed elettricità e cinque mesi di guerra. Le testimonianze non sono verificabili in modo indipendente, ma indicano il rischio concreto di una nuova e più violenta fase di protesta
L’Iran potrebbe trovarsi alla vigilia di una nuova sollevazione popolare, potenzialmente più violenta delle proteste represse nel gennaio scorso.
A sostenerlo sono due figure dell’opposizione clandestina di Teheran, contattate telefonicamente attraverso una rete privata virtuale e con l’assistenza di un interprete. Le loro identità non sono state rese pubbliche per ragioni di sicurezza e le affermazioni non possono essere verificate in modo indipendente.
Secondo un’organizzatrice delle proteste, il Paese sarebbe ormai vicino al punto di rottura.
«Una rivoluzione può scoppiare da un giorno all’altro. La gente vuole vendetta», ha dichiarato, riferendosi alla durissima repressione delle manifestazioni di gennaio.
Il numero delle vittime resta fortemente controverso. Il presidente statunitense Donald Trump ha parlato di 52.000 morti, ma una cifra di tali dimensioni non risulta confermata da fonti indipendenti.
«Stiamo studiando gli errori di gennaio»
Un giornalista indipendente attivo nella rete clandestina iraniana ha raccontato che gruppi di oppositori starebbero analizzando le proteste precedenti per prepararsi a una nuova mobilitazione.
Gli attivisti esaminerebbero mappe delle città, vie di accesso, luoghi più sicuri per radunarsi e zone nelle quali le forze di sicurezza potrebbero intervenire con maggiore facilità.
«Stiamo studiando quali tattiche abbiano funzionato e quali no», ha spiegato.
Secondo la sua testimonianza, in diverse aree del Paese sarebbero stati nascosti oggetti da utilizzare durante eventuali scontri o blocchi stradali, tra cui pietre, mattoni, bastoni, sedie e pneumatici.
Si tratta di affermazioni provenienti da fonti dichiaratamente ostili al governo iraniano e non sostenute, al momento, da riscontri pubblici.
Il rischio di manifestazioni armate
L’elemento più preoccupante riguarda la possibilità che le future proteste non siano più disarmate.
La leader anti-regime sostiene che piccoli gruppi clandestini starebbero cercando di procurarsi armi da fuoco, utilizzando depositi privati e canali di contrabbando dall’estero.
Non ha però precisato chi fornirebbe le armi né in quale quantità potrebbero essere disponibili.
«Quando siamo scesi in strada a gennaio eravamo come agnelli condotti al macello», ha raccontato, descrivendo una repressione condotta con armi da fuoco dalle forze Basij.
La donna ha quindi rivolto un messaggio diretto agli apparati del regime: «La prossima volta usciremo armati».
Una simile evoluzione trasformerebbe una nuova ondata di proteste in qualcosa di molto più vicino a un conflitto interno, con il rischio di un numero ancora maggiore di vittime tra manifestanti, forze di sicurezza e civili.
Il trauma della repressione
Secondo le due fonti, proprio il ricordo della repressione di gennaio avrebbe finora impedito la nascita di una mobilitazione nazionale.
Molte famiglie avrebbero perso parenti o conoscenti e il timore di una nuova risposta militare resterebbe profondamente radicato nella popolazione.
«Tutti hanno perso qualcuno», ha affermato l’attivista.
Il regime viene accusato anche di aver rafforzato il controllo interno attraverso combattenti e miliziani provenienti da Iraq, Afghanistan e Pakistan.
Il giornalista sostiene che questi uomini fermerebbero automobili, perquisirebbero persone e veicoli e pattuglierebbero alcune aree urbane.
Anche queste accuse non risultano confermate da fonti indipendenti.
L’accusa: adolescenti utilizzati nei pattugliamenti
La stessa fonte afferma che le autorità avrebbero iniziato ad armare anche adolescenti di 13 o 14 anni per svolgere compiti di controllo nei quartieri.
«È una tragedia pronta a esplodere», ha dichiarato.
Il coinvolgimento di minori, qualora confermato, mostrerebbe il livello di pressione esercitato sul sistema di sicurezza iraniano e il timore del governo di una nuova mobilitazione di massa.
Ma aumenterebbe anche il rischio di incidenti, uso incontrollato delle armi e violenze tra giovani reclute e popolazione civile.
Proteste contro le esecuzioni pubbliche
Segnali di crescente tensione sarebbero già emersi a Isfahan.
Secondo il giornalista, fino a duemila persone avrebbero partecipato a una manifestazione contro l’esecuzione di due oppositori, Abolfazl Sepahi Badjani e Amir Hossein Safari Hosseinabadi.
Le proteste contro le impiccagioni potrebbero diventare uno dei principali catalizzatori del malcontento.
Le esecuzioni pubbliche non vengono percepite soltanto come una punizione nei confronti dei singoli condannati, ma come uno strumento di intimidazione rivolto all’intera popolazione.
Se dovessero continuare, sostengono le fonti, anche un singolo episodio potrebbe trasformarsi nella scintilla di una mobilitazione più ampia.
Inflazione, povertà e carenze energetiche
Alla repressione politica si sommano condizioni economiche sempre più difficili.
Gli attivisti descrivono un Paese nel quale l’inflazione ha ridotto drasticamente il potere d’acquisto e anche una parte della classe media sarebbe costretta a saltare uno o due pasti al giorno.
«Il cibo è presente sugli scaffali, ma la gente non può permetterselo», ha dichiarato il giornalista.
Nelle regioni meridionali si registrerebbero inoltre frequenti interruzioni dell’elettricità e problemi nell’approvvigionamento idrico.
La combinazione tra prezzi elevati, servizi essenziali insufficienti, guerra e repressione può trasformare il malcontento politico in una crisi sociale molto più vasta.
La protesta non riguarderebbe quindi soltanto la richiesta di maggiore libertà, ma anche l’impossibilità di sostenere il costo della vita.
Cinque mesi di guerra e un futuro incerto
L’Iran è inoltre coinvolto da oltre cinque mesi in un conflitto che ha aumentato l’insicurezza, danneggiato infrastrutture e reso ancora più fragile la situazione economica.
Gli stessi oppositori non sanno fino a che punto gli Stati Uniti siano disposti a spingersi negli attacchi contro il governo e le strutture militari iraniane.
Trump ha dichiarato di aver fermato una nuova operazione che, secondo le sue parole, sarebbe stata la più grande dalla Seconda guerra mondiale, dopo aver registrato progressi nei colloqui di pace.
Questa incertezza rende ancora più imprevedibile il quadro interno.
Un attacco esterno potrebbe indebolire il regime, ma anche rafforzarne la propaganda nazionalista e giustificare una repressione ancora più dura contro gli oppositori accusati di collaborare con potenze straniere.
La frattura tra società e regime
Le testimonianze raccolte descrivono un Paese nel quale il rapporto tra una parte della popolazione e le istituzioni sarebbe ormai vicino alla rottura definitiva.
Gli attivisti non indicano una data precisa per la prossima rivolta. Ritengono però che il proseguimento delle esecuzioni, della repressione e della crisi economica possa rendere sufficiente un solo episodio per provocare una nuova esplosione di piazza.
«Conosciamo la posta in gioco: o cade il regime oppure cadiamo noi», ha dichiarato la leader della protesta.
Sono parole che mostrano il livello di esasperazione, ma anche il rischio che la contrapposizione non lasci più spazio a soluzioni politiche o negoziali.
Una rivoluzione possibile, ma non ancora dimostrata
Parlare di una rivoluzione imminente richiede prudenza.
Le informazioni provengono da due fonti clandestine, ostili al governo e costrette a comunicare attraverso strumenti destinati a evitare la sorveglianza.
Non esistono, al momento, conferme indipendenti sull’effettiva disponibilità di armi, sulla capacità organizzativa dell’opposizione o sull’esistenza di un comando coordinato su scala nazionale.
Ciò che emerge con maggiore chiarezza è però il rischio di una nuova fase di instabilità.
Esecuzioni, povertà, guerra e repressione stanno creando un terreno nel quale una protesta locale potrebbe rapidamente assumere dimensioni nazionali.
La vera incognita non è soltanto se gli iraniani torneranno nelle strade.
È che cosa accadrà se, come affermano gli attivisti, questa volta non vi scenderanno più disarmati.
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