Così la “fast fashion” ostacola il recupero dei rifiuti tessili

14 Ottobre 2026 - 07:20
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Così la “fast fashion” ostacola il recupero dei rifiuti tessili

Un’altra camicetta? Massì, un nuovo modello, perfetto per la serata… Ancora un jeans? Lo so, il tessuto non è eccelso, ma il taglio è moderno… Ed entrambi costano un’inezia…

È la logica del cosiddetto fast fashion: la moda veloce, ovvero il comparto del settore abbigliamento che sforna decine di nuovi modelli ogni giorno e produce montagne di capi poco, o addirittura pochissimo costosi, ricorrendo a tessuti di scarsa qualità, destinati a deteriorarsi velocemente. Tutti conoscono i principali marchi globali del fast fashion, sospinti dagli acquisti online. Non tutti però sono consapevoli dell’inquietante impatto ambientale del fenomeno: notevole contributo all’emissione di gas serra; consumo e inquinamento delle acque; rilascio di microplastiche; accumulo di rifiuti.

Una tenaglia soffocante

I danni del fast fashion, peraltro, non sono esclusivamente ambientali. All’impronta ecologica del fenomeno, si sovrappone l’impronta sociale. Ne è una prova la difficoltà in cui continuano a versare molti soggetti impegnati nella raccolta, nella selezione e nell’avvio a recupero dei rifiuti tessili. I quali – come è noto – dal 1° gennaio 2022 in Italia sono soggetti a raccolta differenziata obbligatoria. L’introduzione dell’obbligo, congiunta al dilagare del fast fashion, ha armato una tenaglia sempre più soffocante, soprattutto per i tanti soggetti non profit gestori dei cassonetti gialli che da decenni sono parte integrante dei panorami urbani.

I dati

Vesti Solidale è la cooperativa sociale, promossa da Caritas Ambrosiana, che svuota e manutiene la maggior parte (959 su oltre 1.500) dei cassonetti contrassegnati dal marchio Dona Valore, diffusi nei territori della Diocesi di Milano, in spazi pubblici o parrocchiali. Il beneficio ambientale delle raccolte differenziate che conduce (oltre ai tessili, anche cartucce di toner e apparecchi elettrici ed elettronici) è rimarchevole: nel 2025 hanno evitato l’emissione in atmosfera di più di 36 mila tonnellate di anidride carbonica e il consumo di più di 45 milioni di litri d’acqua. Ma anche l’esito sociale è significativo: sempre l’anno scorso, ha dato lavoro, per gran parte full time e a tempo indeterminato, a 120 persone, 91 delle quali svantaggiate.

Il dato occupazionale, in verità, era stato più elevato nel 2024. Ma la flessione dipende dalla crescente difficoltà a garantire la sostenibilità operativa ed economica della raccolta dei tessili. Nel 2025, Vesti Solidale ha registrato un incremento della raccolta rispetto all’anno precedente (+7,6%), ma il valore di vendita del materiale avviato ai circuiti del riuso dei capi e del riciclo delle fibre ha registrato un vistoso calo (-21% dei proventi). La marea montante del fast fashion, infatti, impone che una porzione sempre più consistente di quanto viene raccolto sia avviata direttamente in inceneritore o alla discarica, con costi di smaltimento a carico dei raccoglitori e selezionatori.

Inversione di marcia

Così, per il secondo anno consecutivo, Vesti Solidale (e le altre cooperative della Rete Riuse, operanti anche nelle diocesi di Bergamo e Brescia) non avrà utili da destinare a finalità sociali indicate da Caritas. Inversione di marcia clamorosa e per certi versi drammatica: dal 1998 al 2024, grazie ai proventi dei cassonetti gialli, le cooperative di Riuse avevano staccato assegni per circa 5,7 milioni di euro complessivi a favore di 225 progetti e circa 9 mila beneficiari (persone fragili) nella sola diocesi di Milano.

Tenere botta

Si è chiuso il 4 ottobre il Tempo del Creato, indetto dalla Chiesa a partire dal 1° settembre. Ma per Vesti Solidale e per le altre cooperative ambrosiane non è tempo di chiudere i battenti (come purtroppo altre realtà hanno dovuto fare in altre parti d’Italia). «Con fatica, ma proviamo a tener botta, grazie alla dedizione dei nostri lavoratori, alla vicinanza di alcuni sostenitori, alla diversificazione dei servizi ambientali che forniamo a enti pubblici e aziende – assicura Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale –. In seguito a un appello della Regione, abbiamo stretto accordi con alcuni Comuni e aziende partecipate per alleviare i costi crescenti dello smaltimento dei materiali non avviabili né a riuso né a riciclo. E soprattutto aspettiamo che anche in Italia diventi operativo il regime di Responsabilità estesa del produttore».

La direttiva europea

Il nostro Paese deve ancora recepire una direttiva europea, che – in sintesi – impone ai produttori del comparto tessile e moda di creare strumenti finanziari per coprire gli oneri di raccolta e smaltimento dei rifiuti, come avviene in altre filiere industriali. «Un Decreto è stato approvato a fine luglio dalla Conferenza unificata Stato-Regioni. Ci è stato promesso dal Governo che sarà emanato e diventerà legge entro fine anno: ce lo auguriamo vivamente. È la condizione per garantire la tenuta della filiera e dei soggetti sociali che vi operano. Ma la battaglia – conclude Lovatti – a quel punto si sposterà sul versante culturale: noi lo facciamo con i nostri Corner Share, dedicati alla vendita di capi usati in buono stato, ma occorrerà che tutti ci educhiamo in modo sempre più convinto a forme di consumo davvero sostenibili».

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