Dalla cascata di Louis Vuitton alle sfilate anticipate al mattino, fino ai vestiti "ventilati": i brand provano a resistere al caldo, ma sui social è polemica

30 Giugno 2026 - 18:00
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Dalla cascata di Louis Vuitton alle sfilate anticipate al mattino, fino ai vestiti "ventilati": i brand provano a resistere al caldo, ma sui social è polemica

Cappotti in passerella mentre si muore di caldo. Letteralmente. La Paris Fashion Week Primavera/Estate 2027 verrà ricordata per la tremenda ondata di calore che, proprio negli stessi giorni, attanagliava l’Europa. In Francia le alte temperature hanno causato decine di morti, black-out e disagi alle attività quotidiane. Strutture come il Louvre e la Torre Eiffel sono rimaste chiuse, così come le scuole, la sfilata del Pride è stata rimandata, ma le sfilate no: sono andate avanti, ricevendo più critiche che elogi.

Pharrel: alla sfilata di Louis Vuitton moglie e figli in coordinato

Le critiche alle sfilate

Anche Milano ha dovuto fare i conti con le temperature in aumento, ma a Parigi l’ondata di caldo record ha coinciso esattamente con il calendario degli show. La maggior parte delle sfilate si teneva all’aperto, con temperature che a Parigi hanno toccato (e superato) i 40 gradi. I brand hanno cercato di adattarsi fornendo ombrelli, pad rinfrescanti e bottigliette d’acqua agli ospiti. Rick Owens e Dior hanno modificato il calendario all’ultimo minuto, anticipando gli show al mattino. Saint Laurent ha fatto sfilare i modelli tra nuvole di vapore. Louis Vuitton invece ha provato a portare “il mare” a Parigi.

Il designer Pharrell Williams ha trasformato il campus Cité Internationale Universitaire in una spiaggia, con una gigantesca cascata artificiale alle spalle dei modelli e una passerella di sabbia. Per alcuni è stata una mossa spettacolare, per altri distopica, e sui social, molte persone accusano il del mondo del lusso di essere «scollegato dalla realtà».

La cascata artificiale della sfilata Primavera/Estate 2027 di Louis Vuitton

Molte passerelle poi hanno presentato abiti pesanti e stratificati – in alcuni casi prestati anche ai vip in prima fila – aumentando il senso di straniamento. I modelli hanno camminato sotto al sole cocente con cappotti, pullover, tute in neoprene e bomber in pelle. Diet Prada, celebre account satirico dedicato alla moda, ha scritto che “il caldo record in Europa ha esposto le contraddizioni della Fashion Week”. Il sistema moda, infatti, non è esente da responsabilità: è uno dei settori più inquinanti, e non è un problema che riguarda solo le aziende di fast fashion.

La moda è preparata ad affrontare il caldo record?

Il cambiamento climatico non è un’emergenza futura, ma una realtà presente, con cui tutti dobbiamo fare i conti. Non si tratta più di gestire l’emergenza estiva, ma di ripensare ogni aspetto della vita, dall’urbanistica al calendario scolastico, dagli spazi lavorativi al verde pubblico. La moda non può sottrarsi al dibattito sull’iperproduzione, sulle emissioni generate e sull’impatto delle Fashion Week che spostano ogni anno, quattro volte all’anno, jet pieni di persone da una parte all’altra del pianeta.

Parlando con i giornalisti, lo stilista di Dior Jonathan Anderson ha detto che «il calendario non ha alcun senso». Non si riferiva soltanto alle sfilate di giugno, che ormai registra le stesse temperature di agosto. Il punto sono le esigenze di mercato e i cicli di consegna: il calendario della moda non coincide più con le condizioni meteorologiche reali o con le modalità di vendita.

Ventagli e bottigliette d’acqua sono stati protagonisti della Fashion Week di Parigi

Rivolgendosi a una platea internazionale, i brand non presentano solo abiti estivi – quindi leggeri – nelle collezioni Primavera/Estate, come sarebbe logico pensare. L’obiettivo è immettere continuamente novità, anticipare le tendenze, dare ai clienti di ogni latitudine qualcosa da indossare negli chalet, sugli yacht, negli attici iper-condizionati: un maglione di lana o un paio di pantaloni di pelle a giugno sembrano una contraddizione, ma sono una strategia commerciale ormai consolidata.

Alcuni designer hanno provato a offrire risposte diverse. Issey Miyake ha proposto tessuti in filo di bambù, traspirante e sostenibile, intrecciati con cotone biologico e nylon leggero. Rick Owens ha fatto sfilare abiti con sistemi di ventilazione interna, in un’atmosfera cupa da fine del mondo.

La settimana della moda è diventata la metafora di un problema più ampio: la crisi climatica riguarda tutti, ma non colpisce tutti allo stesso modo. Rende evidenti le disparità economiche tra chi può lavorare in stanze climatizzate e fuggire in climi più miti, e chi no. Ma per quanto a lungo si potrà ignorare il problema, anziché lavorare per risolverlo?

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