Di Livio a CM: "Le spaghettate notturne a casa di Vialli, Del Piero e Tacchinardi che non mi facevano dormire. Byron Moreno? Non era un arbitro"
Per vent'anni su e giù sulla fascia, oggi l'ex Soldatino guarda il calcio da fuori: "L'unico rimpianto è non aver vinto con la Nazionale"
'Prima il diluvio, poi Di Livio' gli dicevano quando era nella Primavera della Roma per evidenziare il fatto che - fin da ragazzino - era in grado di giocare su ogni campo. E quella parola ‘diluvio’ è diventata la sua immagine su Whatsapp. Oggi Angelo Di Livio guarda il calcio da lontano dopo aver giocato (e vinto) per vent’anni tra la metà degli Ottanta e i primi del Duemila, segue il figlio Lorenzo centrocampista del Campobasso (Serie C) ed è in tour con l’Italia Beach Soccer: “Ho 60 anni (li compirà tra un mese, ndr) inizio a essere stanco” ci ha raccontato nella nostra intervista. Più di mezz'ora di chiacchierata tra aneddoti sulle spaghettate notturne e gli occhi di Byron Moreno, la chiamata di Boniperti mentre era al mare e la Fiorentina in C2.
Chi ti ha dato il soprannome Soldatino?
"E' nato in allenamento alla Juventus, stavamo facendo delle ripetute e durante un allungo Baggio mi disse che correvo come un soldatino".
Ti ci chiamavano anche a casa?
"Sì, mia figlia Alessia quando era più piccola mi chiamava così".
Baggio, Del Piero o Zidane, e perché?
"Per rispetto scelgo Roby Baggio, emblema di quella generazione di numeri dieci. E' stato un maestro anche per Del Piero, e nonostante quel maledetto ginocchio ha fatto una carriera pazzesca".
Tanti anni insieme tra Padova e Juve, il primo ricordo di Alex?
"Quando arrivò a 16 anni a Padova io ero in prima squadra e durante gli allenamenti avevamo già visto che stava nascendo una grande stella".
E' il momento dell'aneddoto.
"Eravamo spesso in camera insieme, Tacchinardi veniva a giocare alla Play e andavano avanti fino all'1/1.30 di notte. Erano due ragazzini, io avevo 30 anni e per non sentirli dormivo con i tappi alle orecchie".
Ti ricordi il momento in cui ti hanno detto ‘ti vuole la Juve’?
"Ero a Jesolo con qualche amico del Padova, era mattina e mi arrivò la telefonata di Piero Aggradi (ex ds Padova, ndr): 'Vai a casa a fare la valigia, domani ti aspetta Boniperti'. Mi è preso un coccolone, volevo urlare ma non potevo perché ero in mezzo alla gente".
Che sensazioni hai avuto la prima volta che sei arrivato negli uffici della Juve?
"Sembrava di essere in un museo. Ricordo ancora l'ufficio di Boniperti, quei suoi occhi azzurri e buoni e le prime parole: 'sti capelli?!'. All'epoca avevo un taglio un po' coatto, gli dissi che il giorno successivo sarei andato a tagliarli. Altrimenti non mi avrebbe fatto firmare il contratto...".
Ricordi della Champions vinta nel 1996?
"Ci sentivamo forti. Anche se nessuno avrebbe pronosticato che saremmo arrivati in finale, dopo aver eliminato il Real Madrid abbiamo capito che avremmo potuto fare qualcosa d'importante. L'unico rammarico è stato non aver chiuso prima la partita contro l'Ajax, una sofferenza totale".
Che rapporto avevi con Marcello Lippi?
"Ottimo, come tutti. Era come un fratello maggiore, non voleva gente furba ma persone corrette che lavorassero".
La tua Juve è stata la più forte degli ultimi trent’anni?
"Per me sì, perché rispetto ai cicli successivi abbiamo vinto la Champions League. Anche se ogni generazione pensa che la sua sia la migliore, se parli con Marchisio, Bonucci e Chiellini ti dicono che la loro è stata la più forte".
Chi sono i tuoi amici nel mondo del calcio?
"Per fortuna ne ho tanti. Ho sempre avuto un rapporto straordinario anche con molti avversari: da Maldini a Costacurta passando per Aldair, una persona che ammiro e al quale sono molto legato".
Cosa ha lasciato Gianluca Vialli?
"Dico sempre che se n'è andato troppo presto, ed è così. Io credo che nel nostro cuore un posto per lui ci sarà sempre, è stato leader e un capitano straordinario. La persona che più di ogni altra ci ha preso per mano e ci ha condotto verso una mentalità vincente. Era forte, bravo e... brontolone".
Un ricordo insieme a lui?
"A Torino già intorno alle 10 di sera non c'è più nulla per mangiare. Noi tornavamo dalle trasferte europee alle 2 di notte affamati e lui ci ospitava a casa sua in 15/16 per una spaghettata".
Nel '99 vai alla Fiorentina, si dice che non eri molto d’accordo.
"Non è che non volessi andare a Firenze, mi dispiaceva lasciare la Juventus. Ma quando l'allenatore del cuore come Trapattoni mi ha chiesto di dargli una mano per fare il preliminare di Champions ho accettato".
Che personaggio era Luciano Moggi?
"Un gran direttore, l'hanno fatto passare per un mostro ma per me non era così. Mi dispiace che abbia finito la carriera in questo modo, non se lo meritava".
Un aneddoto con lui?
"Scherzavamo molto sia con lui che con Bettega e Giraudo. Quando andavamo a cena fuori gli mettevamo sempre le posate nella tasca della giacca, arrivava a casa e se le ritrovava lì".
Nel 2002, dopo il fallimento della Fiorentina, hai deciso di rimanere giocando in C2: ci racconti quei giorni?
"Ero in Nazionale, ma non me la sono sentita nel momento del bisogno di voltare le spalle a una piazza calorosa come quella di Firenze. Non ero più giovanissimo ma qualche proposta era arrivata, sono convinto che la scelta di rimanere sia stata la più giusta. Avevo ancora due anni di contratto, l'unico mio pensiero era quello di risalire".
Se ti dico Byron Moreno?
"Non è mai stato un professionista, si riteneva un arbitro ma non lo era. Lui con noi non parlava, ci guardava con quegli occhi grossi da pesce… Mi ha detto una sola cosa che neanche ho capito".
In carriera hai vinto di tutto, c’è il rammarico per essere rimasto a secco con la Nazionale?
"Sì, è l'unica cosa che mi è mancata. Anche perché in quel periodo anni avevamo creato un grande gruppo".
Anni fa avevi iniziato la carriera da allenatore partendo dai giovani e poi hai smesso, come mai?
"Mi sono stancato subito. La Roma mi aveva dato la possibilità di fare esperienza nel settore giovanile, ma poco dopo avevo capito che non faceva per me".
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