Ebola, il ceppo senza vaccino corre tra RDC e Uganda. Amref presidia i confini per fermare il contagio

17 Giugno 2026 - 11:02
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Ebola, il ceppo senza vaccino corre tra RDC e Uganda. Amref presidia i confini per fermare il contagio

Epidemia di Ebola in RDC e Uganda: per il ceppo Bundibugyo non esistono vaccini o cure. Dal mercato transfrontaliero di Odramacaku alle aree in cui vivono i rifugiati – Amref: “La clinica non basta, la vera partita si gioca sui confini e sulla fiducia delle comunità”

Roma, 17 giugno 2026 – Un mese fa scattava l’allarme per la nuova epidemia di Ebola. Oggi i morti sono 196 nella Repubblica Democratica del Congo e 2 in Uganda, con un bilancio complessivo che ha ormai raggiunto i 837 casi confermati in RDC e 19 in Uganda per il raro ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o cure. Cresce il timore tra le comunità, dove all’emergenza medica si unisce la barriera della sfiducia.

“Dobbiamo rispondere alle sfide umane, non solo a quelle cliniche, con soluzioni che partano dal basso” dichiara Githinji Gitahi, Direttore Generale di Amref Health Africa. Intanto, lungo un confine attraversato ogni giorno da migliaia di persone, Amref presidia il fronte.

“Distribuiamo carburante per i mezzi di soccorso, i nostri operatori fanno lo screening dei viaggiatori, svolgiamo attività di sensibilizzazione nei mercati e in altre aree affollate e formiamo i leader comunitari, anche nei campi rifugiati – spiega il Project Manager di Amref Uganda Emmanuel Ebitu – Non possiamo abbassare la guardia: la prevenzione comunitaria è l’unica arma che abbiamo”.

L’epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e l’Uganda ha assunto le dimensioni del più grande focolaio mai registrato per il raro ceppo Bundibugyo. A rendere la situazione estremamente drammatica è il fatto che non esistono cure o vaccini approvati per questo specifico ceppo: la prevenzione, il tracciamento e l’isolamento dei casi sospetti sono gli unici strumenti disponibili per combatterlo. In questo scenario, l’altissima permeabilità delle zone di confine tra i due Paesi – un’area caratterizzata da continui flussi di persone, mercati transfrontalieri e legami familiari – accelera la pericolosità del virus nel travalicare le frontiere, trasformando un’emergenza locale in una minaccia sanitaria regionale difficile da contenere.

Accanto all’emergenza sanitaria, sul campo si sta consumando una crisi parallela: quella della sfiducia. In molte delle aree colpite, flagellate da anni di conflitti, l’arrivo dei team sanitari viene accolto con paura e sospetto. Circolano teorie del complotto secondo cui la malattia sia un’invenzione per controllare la popolazione, spingendo molte famiglie a nascondere i malati in casa e a rifiutare i ricoveri. A peggiorare il quadro si aggiunge la resistenza ad abbandonare i riti funebri tradizionali, che prevedono la manipolazione dei corpi dei defunti: momenti di altissimo valore spirituale, ma che oggi rappresentano uno dei principali veicoli di contagio.

A fotografare questa complessa realtà è Githinji Gitahi, Direttore Generale di Amref Health Africa, che ha dichiarato: “La sfiducia è uno dei più grandi ostacoli da superare. In una zona di crisi umanitaria il sistema ufficiale spesso non riscuote la fiducia della popolazione: per questo dobbiamo rispondere alle sfide umane, non solo a quelle mediche. La risposta deve partire dal basso, coinvolgendo la comunità”.

A spiegare come questo approccio si traduca in pratica sulla linea del fronte è Winnie Munduru, operatrice sanitaria di Amref Uganda: “Coinvolgere le comunità significa parlare con i leader locali ma soprattutto con le donne, che qui gestiscono la cura quotidiana. Per raggiungerle davvero, in quest’area di confine, dove si incrociano culture diverse e popolazioni di rifugiati, fare informazione in più lingue è cruciale. Non bastano le parole: dobbiamo usare immagini grafiche immediate, perché un poster illustrato può superare le barriere linguistiche e spiegare come proteggersi in modo immediato e culturalmente accettabile”.

Se la clinica cura i malati, è l’azione sul territorio che ferma l’epidemia. L’intervento di Amref si sviluppa coordinando con le autorità locali il monitoraggio in sei punti di frontiera strategici nelle aree di Arua City, Arua District e Koboko District. L’esempio perfetto di questa complessità è il mercato di Odramacaku, un nevralgico snodo di confine. Charles Caicocabo, operatore sanitario di Amref Uganda, spiega l’importanza di questo presidio: “Qui i confini esistono solo sulla carta. È un mercato transfrontaliero dove ogni giorno migliaia di persone si incrociano tra Uganda e RDC. Se un caso di Ebola entra qui, il rischio di una reazione a catena è altissimo. Presidiare Odramacaku significa avere una sentinella sanitaria nel cuore degli scambi, bloccando il virus prima che si disperda oltre frontiera”.

Un’emergenza che colpisce anche il tessuto sociale, come racconta G.A. , che a Odramacaku gestisce un banco commerciale: “Il nostro business risente pesantemente di questa situazione. Se si bloccano i movimenti o se la gente ha troppa paura di contagiarsi, per noi diventa impossibile sopravvivere. Questo mercato è la nostra unica fonte di reddito; la paura rischia di paralizzare l’intera economia delle nostre famiglie”.

La sfida è dunque logistica e culturale insieme. Emmanuel Ebitu, Project Manager di Amref Uganda, illustra i numeri di questo sforzo nel West Nile: “Operiamo in un’area transfrontaliera dove i punti sanitari e le comunità sono separati da distanze immense. Se la popolazione non capisce il pericolo o non si fida, nessuna risposta medica può funzionare. Per questo distribuiamo carburante per permettere agli operatori di raggiungere i villaggi più remoti e forniamo strumenti informativi come poster e volantini illustrati”.

“Ad oggi – prosegue Ebitu – abbiamo già distribuito 300 materiali informativi tradotti nelle lingue locali e fornito dispositivi di protezione a chi presidia i sei punti di ingresso monitorati in quattro distretti del West Nile. In questi stessi varchi, abbiamo supportato 16 operatori sanitari a condurre le attività di screening e isolamento dei viaggiatori sospetti, arrivando a sottoporre a screening oltre 500 camionisti e passeggeri solo nell’ultima settimana, oltre a supportare l’evacuazione dei casi ad alto rischio verso i centri di isolamento a livello distrettuale e nazionale”.

“Il cambiamento parte dal basso: abbiamo sensibilizzato più di 500 commercianti del mercato di Wandi ad Arua City e 20 mototassisti (bodaboda) al valico di Odramacaku, oltre a 27 leader comunitari a Ofua 6, e altri 40 referenti di rifugiati provenienti da DRC e Sud Sudan all’interno dell’insediamento di Rhino Camp nel distretto di Terego. Inoltre, offriamo supporto strategico e consulenza tecnica all’interno dei meccanismi di coordinamento nazionali e locali”, conclude Ebitu.

Ogni intervento pianificato da Amref riconosce il ruolo insostituibile delle comunità, degli operatori sanitari in prima linea e dei leader locali. Sono loro i veri protagonisti capaci di spezzare la trasmissione del virus, contrastare la disinformazione e garantire il rispetto delle misure di prevenzione.

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