Ecosistemi degradati e biodiversità a rischio, in Italia altro che ripristino della natura

21 Maggio 2026 - 17:16
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Ecosistemi degradati e biodiversità a rischio, in Italia altro che ripristino della natura

Rigenerare zone umide, paludi e dune, rinaturalizzare i corsi d’acqua, ripristinare pascoli d’alta quota ed ecosistemi forestali degradati, portare tetti verdi, rain gardens e corridoi ecologici dentro le città. Se l’Italia vuole provare a recuperare il ritardo accumulato nella tutela della biodiversità, la strada passa sempre più dalle Nature-Based Solutions, interventi fondati sui processi naturali capaci di produrre benefici insieme per ecosistemi, comunità e adattamento alla crisi climatica.

È il messaggio che Legambiente rilancia in occasione della Giornata mondiale della biodiversità e della Giornata europea dei parchi, presentando il nuovo report Biodiversità a rischio 2026. Il quadro di partenza è quello di un Paese ancora troppo lontano dai target della Strategia Ue al 2030, con le Nature-Based Solutions (Nbs) che dovrebbero arrivare al cuore del Piano nazionale di ripristino che l’Italia è chiamata a costruire.

Nei boschi e nelle foreste significa adottare una gestione capace di tenere insieme materia prima di origine forestale, complessità strutturale e habitat per impollinatori e fauna, attraverso la rinaturalizzazione delle piantagioni monofitiche, la ricostituzione di siepi, fasce ecotonali e radure, la gestione del legno morto e degli alberi habitat, il contenimento della frammentazione infrastrutturale e il rafforzamento della continuità tra foreste, pascoli e sistemi agricoli estensivi.

Nelle zone umide l’urgenza è ripristinare paludi, lagune, piane alluvionali, dune, estuari e ambienti salmastri, che non sono solo serbatoi di biodiversità ma anche difese naturali contro alluvioni ed erosione. Nel contesto costiero e marino, la rigenerazione di praterie sommerse, sistemi dunali, fasce retrodunali, aree umide costiere e zone di transizione può proteggere servizi ecosistemici vitali per pesca artigianale, turismo e molluschicoltura sostenibile.

Anche l’agricoltura è chiamata a cambiare modello, puntando sull’agroecologia: siepi e filari, fasce tampone, inerbimenti, rotazioni complesse, agroforestazione, recupero di zone umide aziendali, suoli ricchi di sostanza organica, tutela degli impollinatori e riduzione degli input chimici possono trasformare i terreni agricoli in ecosistemi più resilienti, capaci di garantire insieme biodiversità e produttività. Nelle città, invece, infrastrutture verdi e blu, boschi urbani, tetti e pareti vegetate, cortili permeabili, alberature e rain gardens diventano strumenti per ombreggiare, infiltrare le piogge, creare rifugi climatici e riportare biodiversità negli spazi pubblici.

«Al giro di boa della Strategia UE per la biodiversità al 2030, l’Italia rischia di far rimanere i target lettera morta – dichiara Stefano Raimondi, responsabile biodiversità di Legambiente – Mentre i conflitti mondiali distolgono l'attenzione dal declino degli ecosistemi, dobbiamo invertire la rotta, puntando sul ripristino ambientale mediante le Nbs».

Per Raimondi si tratta di «un atto politico e culturale, che nasce dall’ascolto e la co-progettazione con le comunità locali», coerente col tema scelto per celebrare la Giornata mondiale della biodiversità 2026, “Agire localmente per un impatto globale”. Il legame tra partecipazione e risultati, aggiunge, «è concreto: una zona umida protetta difende dalle alluvioni e genera ecoturismo, così come un bosco è più resiliente se gestito da chi vive l’area interna. Coinvolgere i territori garantisce manutenzione diffusa, monitoraggio civico e accettabilità sociale. Le Nbs sono infatti efficaci solo quando fanno convergere conservazione e giustizia territoriale».

Alcune buone pratiche sono già in corso. Il progetto europeo Buzz Life, coordinato da Legambiente, coinvolge città come Roma, Siena, Varese e Campobasso per contrastare il declino degli insetti impollinatori attraverso corridoi ecologici, giardini specifici, aree rifugio, monitoraggio scientifico e nuove linee guida per il verde pubblico. La rinaturazione del Po in Emilia-Romagna, con 350 milioni del Pnrr coordinati da Aipo, prevede entro il 2026 il ripristino di 37 chilometri di tratti fluviali e il rimboschimento di centinaia di ettari di aree golenali. A Siena, il Piano del verde integra la tutela della biodiversità nella gestione degli spazi urbani. Il progetto Life TerrAmare punta invece a migliorare la conservazione degli habitat costieri, con interventi su 648 ettari di Posidonia e 160 ettari di habitat dunali in Italia, oltre a 247 ettari in Grecia.

Nel report entra anche il ruolo della fauna come parte essenziale delle soluzioni basate sulla natura. Grandi predatori come il lupo sono regolatori ecosistemici, perché controllano le popolazioni di erbivori, riducono il pascolamento eccessivo e aiutano a contenere il degrado di suoli e habitat. L’orso è una specie ombrello: tutelarlo significa proteggere interi ecosistemi montani. Il camoscio è sentinella degli equilibri della macrofauna alpina e appenninica, mentre nei corsi d’acqua la trota nativa è indicatore biologico della salute dei fiumi. In mare, squali e coralli contribuiscono a mantenere equilibrio e habitat vitali.

Per questo Legambiente avverte che declassare la protezione di specie come il lupo non significherebbe soltanto indebolire una tutela simbolica, ma compromettere funzioni ecologiche gratuite che rendono gli ecosistemi vivi, più stabili e resilienti. In altre parole, meno biodiversità significa meno capacità naturale di difendersi dagli impatti della crisi climatica.

Domani, 22 maggio, l’associazione porterà queste riflessioni al cuore delle Alpi Apuane, con il convegno in programma a Forte dei Marmi, in provincia di Lucca: Alpi Apuane. A dieci anni dagli Stati Generali di Pietrasanta: superare il modello estrattivista per un'economia basata sulla natura e sul lavoro della comunità. L’obiettivo è celebrare il decennale del Manifesto per le Alpi Apuane e fare il punto sullo stato di avanzamento di un modello alternativo alla monocoltura del marmo, fondato sulla tutela degli ecosistemi e su un rilancio economico del territorio che parta dalla natura, non dalla sua progressiva erosione.

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