Eike Schmidt: “Estate a Capodimonte tra porcellane e danza”
Naturalizzato italiano, Eike Schmidt è nato a Friburgo in Brisgovia dove le Carré pensionò George Smiley e gli fece confidare di avere lavorato sì con “spietatezza”, ma “per il bene dell’Europa”. Senza spietatezza, però da civis europaeus, Schmidt si è impegnato alla guida degli Uffizi poi a quella di Capodimonte: si fece fiorentino, s’è fatto napoletano, per dirigere i due musei “enciclopedici” d’Italia, perché ospitano collezioni rappresentative dell’intera cultura nazionale (a Brera, senza nulla togliere, difetta il Meridione). Sono tesori talvolta sconosciuti al pubblico nella loro interezza, come le porcellane di Capodimonte di cui da giugno scorso per la prima volta sono visibili oltre millecinquecento pezzi nelle sedici sale allestite dal venerando maestro Federico Forquet. E l’ultima iniziativa, inaugurata il 3 e 4 luglio con il Festival Movimentale di danza diretto da Antonello Tudisco, vede abbinare negli spazi museali le performance coreografiche a dodici capolavori delle collezioni, intrecciando le arti nel racconto del corpo (primi quadri scelti “La parabola dei ciechi” di Pieter Bruegel il Vecchio e “La Maddalena” di Tiziano).
Perché il Museo si apre alla danza?
È un connubio che ho già felicemente sperimentato agli Uffizi e replicato per le celebrazioni dei 2.500 anni di Napoli. Nell’arte figurativa il corpo umano si fa spesso portatore di significati che invitano all’espressione coreografica, tanto più a Capodimonte, dove nel Real Bosco affluiscono quotidianamente migliaia di persone per svolgere attività fisica poiché è il più grande spazio verde della città. Gli spettacoli serali di danza testimoniano anche l’interesse verso altre forme d’arte: è in corso non per caso la mostra di Emilio Isgrò ispirata alla canzone napoletana, che adesso è candidata a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Mi diverte quando i visitatori, davanti alle opere, intonano i brani su cui l’artista ha lavorato con le celebri “cancellature”.
È indelebile l’eredità di Raffaello Causa, che a Capodimonte nel 1978 mise a confronto Alberto Burri e Caravaggio.
Il rapporto con la contemporaneità ispira anche la Galleria delle Porcellane, perché l’opera del ceramista Diego Cibelli è messa in dialogo con il celeberrimo salottino rococò di Maria Amalia di Sassonia. Questa armonizzazione è fondamentale per trasferire l’arte alle nuove generazioni senza ridurla a semplice materia di studio per gli esami. Così abbiamo ospitato Mimmo Paladino e poi, con l’inaugurazione dell’impianto fotovoltaico sulla terrazza belvedere, abbiamo collocato il maxi disegno di Christiane Löhr che fa riferimento al bosco circostante. Ora il fabbisogno energetico del Museo è autoprodotto per oltre il 90 per cento grazie a un progetto di Engie, con una climatizzazione che rende gli ambienti confortevoli per i visitatori d’inverno e d’estate, ma soprattutto tutela le opere esposte.
Capodimonte può fare numeri maggiori?
Visitatori e introiti sono in crescita costante, ma occorre tempo per consolidare la fiducia del pubblico e attrarre le agenzie turistiche. Nel passato hanno pesato i prestiti delle opere più famose ad altri musei, la frammentazione delle collezioni, la carenza di personale che costrinse alla chiusura ultraventennale il gabinetto dei disegni e delle stampe, ora riaperto grazie al Ministero e su cui c’è già l’attenzione degli studiosi internazionali. La stessa collezione di porcellane lascia a bocca aperta anche i non appassionati.
Soffrite la concorrenza del Museo Archeologico Nazionale?
Non ci sentiamo concorrenti, ma compartecipi della realtà museale napoletana. Chi vuol capire l’arte antica visita il Mann, ma per il Settecento deve vedere Capodimonte. Voglio sfatare la leggenda che non sia facilmente raggiungibile. Non siamo all’epoca di Winckelmann che ci arrivò “con la lingua fuori”: metro e bus lo collegano comodamente, anche se l’offerta è sempre migliorabile.
Lei ci va in autobus?
Pure a piedi, se il tempo è buono e non ho urgenze.
La crescita del turismo ha acceso i riflettori sulla città, ma con diverse zone d’ombra.
Non bisogna subire i flussi ma gestirli. L’amministrazione comunale lo sta facendo. Il mio auspicio è che i visitatori si concentrino di meno sulla gastronomia e il folklore: va bene il murale di Maradona, purché non solo quello.
Tre luoghi irrinunciabili?
Nell’ordine il Mann, che per l’arte greco-romana è più importante del British Museum e del Louvre; il Museo di Capodimonte; la Cappella Sansevero con il Cristo Velato, che se compresa nella sua dimensione filosofica è un’esperienza unica.
È più difficile gestire gli Uffizi o Capodimonte?
Due sfide opposte. Gli Uffizi sottostanno a una grande pressione turistica e quando li ho lasciati producevano introiti straordinari. L’impegno in quel caso era portare l’arte ai cittadini, come feci con l’operazione “Uffizi Diffusi”. Chi invece viene a Capodimonte all’orario di apertura si trova quasi da solo con le opere d’arte. I numeri vanno sì incrementati ma in funzione anche di un ruolo civico del Museo, per esempio nei rapporti con le scuole. Sfatiamo poi l’altro luogo comune del biglietto: la gratuità non è di per sé un fattore di attrazione e i prezzi che si pagano in Italia sono molto più bassi rispetto a quelli di concerti o eventi sportivi. Non c’è barriera sociale, la vera questione è la rilevanza dei musei rispetto alla gente. Perciò l’unione con le arti performative serve divinamente a promuoverci presso un pubblico più ampio.
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