Elettrosmog, siamo davvero al sicuro?
Foto di Jay Heike su Unsplash
Foto di Jay Heike su UnsplashSiamo davvero sicuri che non vi siano rischi sanitari connessi all’elettrosmog? La popolazione tutta, nonostante il rispetto delle normative vigenti, è esposta quotidianamente e contemporaneamente a diversi campi elettromagnetici.
Per comprendere al meglio quali implicazioni rivesta la tematica elettrosmog, non solo per la salute umana, ma anche per l’ecosistema intero, occorre riferirci a quanto la scienza, sino ad oggi, ha verificato e oggettivato. Essa, a sua volta, ha tentato di rispondere a tre ulteriori quesiti.
Possono le radiazioni elettromagnetiche, sia di alta frequenza (come quelle emesse da stazioni radio base di telefonia, smartphone, cordless, wi-fi), sia di bassa frequenza (come quelle prodotte dalle linee elettriche di alta tensione o dalle cabine di trasformazione), indurre sulla popolazione esposta effetti biologico-sanitari nel breve e lungo periodo?
Se confermato, gli attuali limiti di esposizione, inclusi nella normativa vigente, tutelano la salute a sufficienza?
Chi e come ha definito a livello internazionale i limiti di esposizione?
Nel porsi queste cruciali domande, gli scienziati si muovono sulla scia di un’evidenza: la biofisica, conferma che, quando impatta la materia vivente, una radiazione elettromagnetica non ionizzante sia di alta sia di bassa frequenza – ovvero una radiazione che a differenza delle radiazioni ionizzanti come i raggi X e gamma non induce direttamente ma indirettamente una rottura dei legami molecolari come vedremo poco sotto – determina due tipi di effetti biologici: termico e non termico.
L’effetto biologico termico è legato all’aumento di temperatura ed è derivato dal fatto che parte dell’energia elettromagnetica una volta assorbita viene convertita in calore. Quello biologico non termico (o atermico), invece, non è correlato all’aumento di temperatura, bensì ad altri complessi e problematici meccanismi di azione che, sviluppandosi su valori di intensità di 1-2 ordini di grandezza inferiori rispetto a quelli termici, non significa, però, che non abbiano un impatto considerevole. Per capirci: l’esposizione massiccia e prolungata ai campi elettromagnetici induce effetti ben più preoccupanti dell’aumento di temperatura delle parti corporee più esposte alla radiazione.
Ma proviamo ad entrare in questo campo così delicato che, come si capirà, chiede urgentemente una maggiore consapevolezza della popolazione tutta e, soprattutto, l’adozione del principio di precauzione da parte delle autorità.

Effetti biologico-sanitari non termici
Sono ormai, letteralmente, migliaia gli articoli scientifici (www. bioinitiative.org) – con ricerche condotte in vitro, in vivo sull’animale, su volontari umani e in studi epidemiologici – che dimostrano in modo acclarato l’insorgenza di effetti biologico-sanitari non termici. Si tratta di induzione di specie reattive dell’ossigeno (Ros), stress ossidativo, apoptosi cellulare, danni al Dna, cancerogenicità, effetti neurologici, elettrosensibilità, alterazioni cardiovascolari, danni allo sperma, effetti sugli equilibri ormonali…
Un’importante pubblicazione del Parlamento europeo sui rischi connessi al 5G, l’European Parliamentary Research Service (EPRS) 2021, ha ammesso che le radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti sino a 6 GHz – incluso pertanto il segnale del 2-3-4-5G – sono probabilmente cancerogene per l’uomo e in grado di impattare significativamente sulla fertilità maschile, oltre che sullo sviluppo di embrioni, feti e neonati.
Tra le più importanti patologie causate dal bombardamento continuo dei campi elettromagnetici, vale la pena soffermarsi sull’elettrosensibilità, una sindrome a crescita costante causata da una sempre maggiore esposizione a radiazioni elettromagnetiche di natura non termica. Il 10% dei soggetti colpiti vive condizioni di disagio psico-fisico estremo, perché costretti a vivere ai margini della società. I principali sintomi dell’elettrosensibilità sono cefalea, emicrania, acufeni, vertigine, nausea, deficit della memoria-attenzione-concentrazione, disturbi del sonno, palpitazioni, rash cutanei, sensazione di formicolio/bruciare agli arti, stanchezza cronica, ecc. I valori di esposizione alle radiazioni che causano questi sintomi sono spesso dello 0,1-0,2-0,3 V/m.; dunque, abbondantemente al di sotto dei limiti di legge.
Un recente articolo scientifico australiano include i dati di prevalenza di quanti soggetti americani, canadesi e australiani si dichiarano sensibili al wireless. Si tratta di una media del 12.6% della popolazione globale, per un totale di 26 milioni di persone. Mentre il Comitato sociale ed economico europeo nel rapporto intitolato Digitalizzazione sfide per l’Europa 2019, stima che tra il 3 e il 5 % della popolazione europea sarebbe elettrosensibile; si tratta, cioè, di 13 milioni di persone. Purtroppo, i medici a conoscenza della sindrome e in grado di riconoscerla ne stanno diagnosticando l’insorgenza sempre più precocemente, addirittura a partire dai 3 anni di età. L’accademia dei pediatri americani sottolinea il fatto che, siccome i bambini non sono piccoli adulti, a parità di esposizioni rispetto ad un soggetto adulto, essi assorbono molte più radiazioni, con impatto sul cervello, gli occhi, il midollo osseo, ecc.

Una delle principali cause di elettrosensibilità è rappresentata dall’esposizione alle radiazioni emesse dalle antenne di telefonia mobile oltre che al wi-fi, smartphone, cordless, ecc. Ancora una volta la letteratura scientifica riporta dei dati allarmanti: diversi studi attestano un incremento di sintomi di elettrosensibilità per chi vive nei dintorni delle antenne, mentre una recentissima pubblicazione svedese (Nilsson 2025) riporta una serie di casi di elettrosensibilità dopo l’installazione di antenne 5G sui tetti prospicienti o nelle vicinanze delle abitazioni, a distanze diversificate (a 0-20-40-60-125-200 metri ed oltre).
Non siamo manichini di plastica
In data 12 luglio 1999 il Consiglio dell’Unione Europea ha emanato la Raccomandazione n. 1999/519/CE, relativa alla limitazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici (Cem) da 0 Hz a 300 GHz. Essa si basa sulle linee guida proposte nel 1998 dalla Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), una Ong privata, facente capo all’Organizzazione mondiale della sanità, i cui membri, in prevalenza ingegneri e fisici, sono reclutati per cooptazione. L’Unione Europea, sulla base delle indicazioni Icnirp, ha pertanto raccomandato gli Stati membri di attenersi a quei limiti ma, siccome non c’è alcun obbligo di adeguamento, ha lasciato la facoltà di fornire livelli di protezione differenti, anche più cautelativi di quanto suggerito.
Tuttavia, i limiti indicati dall’Icnirp sono stati stabiliti, in modo arbitrario e, per di più, con il sospetto di un conflitto di interessi di alcuni suoi membri, come alcuni esperti hanno mostrato (Levis 2012; Hardell2017). E come l’Icnirp sarebbe arrivata a stabilire i limiti di emissione? La cosa è abbastanza clamorosa: irradiando dei manichini di plastica, riempiti di gel proteico, e calcolando a che valore di esposizione ad un determinato campo elettromagnetico si sarebbe determinato l’effetto termico, corrispondente ad un innalzamento della temperatura di 1° C del gel in circa 30 minuti. Tale valore corrisponde a un SAR di 1-4 W/kg, in un’esposizione di 30 minuti. Come se il corpo umano, con i suoi nervi, l’epidermide e gli organi interni, tutte realtà naturalmente interagenti con i campi elettromagnetici, fossero di plastica!
Pertanto, il gruppo di lavoro di Icnirp, avendo valutato un unico parametro per la definizione dei limiti di esposizione, basandosi sui soli effetti biologici termici, ha gravemente ignorato l’enorme letteratura scientifica sino ad allora disponibile che attestava l’insorgenza di effetti biologici non termici per valori di radiazione ben al di sotto di quelli termici e per tempi di esposizione molto più prolungati e di bassa intensità, che è ciò che avviene nella vita reale.

Ricercatori di livello internazionale, come Carpenter, Hardell, Moskowitz e Oberfeld, hanno chiesto alle Nazioni unite, all’Oms e a tutti i governi di non accettare le linee guida Icnirp, sostenendo che «non proteggono la salute, ma semmai rappresentano un grave rischio per la salute umana e per l’ambiente perché consentono un’esposizione dannosa per la popolazione mondiale, comprese le persone più vulnerabili, con il pretesto non scientifico di essere protettive» (EMF Call 2018).
Dal canto suo, l’Italia, con atteggiamento più cautelativo, essendo quelle di Icnirp delle raccomandazioni e non degli obblighi, nel 2003 aveva definito i valori di attenzione per esposizioni superiori alle 4 ore al giorno pari a 6V/m, calcolati come media in 6 minuti. Con la legge successiva n.221/2012, approvata nonostante il parere contrario del Ministero della Salute e del sistema delle agenzie ambientali (Arpa), quindi un vero e proprio colpo di mano per favorire la tecnologia 4G, i limiti di esposizione sono stati ulteriormente aumentati, poiché il valore di 6V/m non veniva più calcolato nella media dei 6 minuti ma delle 24 ore, con picchi massimi minimizzati nelle ore notturne.
Si arriva poi al 2024 dove l’attuale governo in carica, ha innalzato ulteriormente i limiti dai 6V/m nelle 24 ore ai 15 V/m sempre nella media delle 24 ore, per favorire l’implementazione della tecnologia 5G. Il grave rischio di un progressivo processo di deregulation, non basato su dati scientifici, che possa portare fino al raggiungimento del prossimo obiettivo di innalzamento a 61V/m, come richiesto dai gestori di telefonia mobile per l’adeguamento alle discusse linee guida Icnirp, sempre per favorire il 5G nel supporto della intelligenza artificiale, del cloud edge, ecc., è ormai alle porte.
Una recentissima pubblicazione scientifica prodotta da un importante gruppo di ricerca internazionale (Icbe Emf 2026) afferma che già con gli attuali limiti di esposizione si corre un rischio maggiore di cancro e di tossicità riproduttiva. Pertanto, gli autori raccomandano vivamente una rivalutazione indipendente e non mossa da ingenti interessi di natura economica dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza, integrando i dati scientifici accumulati negli ultimi 30 anni e applicando metodologie rigorose a tutela della salute.
Il 5G è sicuro?
Il 5G utilizza una particolare tecnologia che è il beamforming, un’emissione di fasci di radiazione altamente bioattivi, fortemente variabili, impulsivi e polarizzati, mai studiata nel suo possibile impatto biologico prima dell’immissione sul mercato, come confermato da numerosi ricercatori tramite ben due richieste rivolte all’Unione Europea – 5G Appeal 2017 e Isde (Associazione medici per l’ambiente) International 2018 – e una al governo italiano – Isde Italia 2017 – per bloccare l’implementazione del 5G, finché non saranno disponibili risultati davvero attendibili riguardanti l’impatto sulla salute umana e sull’ambiente.
Gli studi ad oggi disponibili sugli animali (ratti) e sull’uomo, in base agli studi portati avanti dagli scienziati svedesi, confermano le preoccupazioni espresse dalla scienza indipendente.
Affermare che per la tecnologia 5G diminuisca l’esposizione media per la popolazione, cozza, pertanto, palesemente con la richiesta espressa dalle compagnie di settore di un aumento dei limiti di esposizione.
Il principio di precauzione e di prevenzione
Abbiamo compreso che gli attuali limiti di esposizione, seppure sotto un attento monitoraggio, non tutelerebbero in ogni caso la popolazione da eventuali effetti biologico-sanitari non termici, a breve e a lungo termine. I dati sperimentali ed epidemiologici attualmente a disposizione già lo attestano.
In ottemperanza al Principio di precauzione, i limiti di esposizione andrebbero progressivamente ridotti e definiti da commissioni indipendenti in base alle conoscenze scientifiche più avanzate e spinte da un atteggiamento prudenziale.

Anche i nostri comportamenti, allora, dovrebbero essere dettati dalla cautela nell’utilizzo delle tecnologie wireless: si consiglia, ad esempio, di utilizzare lo smartphone con gli auricolari provvisti di filo e non il Bluetooth, di non tenere il cellulare in carica sul comodino durante la notte, ma possibilmente spento o, comunque, distante dalle nostre teste, di preferire il telefono fisso al cordless, di spegnere il wi-fi durante le ore di sonno ed eventualmente di sostituirlo con la cablatura. Inoltre, si ricorda ai giovani di non tenere il cellulare in tasca, in quanto può causare infertilità, e alle mamme in attesa di tenerlo a distanza dal feto.
E che fare con le antenne di telefonia? Si può valutare se il proprio Comune abbia un regolamento ad hoc, come previsto dalla legge quadro del 2001, e un conseguente “piano antenne”. Le aree particolarmente sensibili (come le scuole di ogni ordine e grado, le aree giochi, gli ospedali, le RSA, ecc.), dovrebbero godere della maggiore tutela da impatti elettromagnetici. Ma anche un palazzo con numerose famiglie al suo interno è classificabile come un’area sensibile, per l’eventuale presenza, ad esempio, di donne incinte, neonati, bambini, adolescenti, malati cronici, oncologici ed elettrosensibili. Pensare a una collocazione delle stazioni radio base di telefonia e degli impianti radio-televisivi il più lontano possibile dai centri abitati, sarebbe la soluzione migliore. In ogni caso, l’applicazione del Principio di precauzione non è più derogabile!
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