Ferreira Pinto: "Vendetti la macchina per comprare il biglietto per l'Italia, mollai il calcio per raccogliere arance e adesso gioco ancora a 46 anni"

20 Maggio 2026 - 11:06
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Il brasiliano ex Atalanta racconta la propria carriera.

Adriano Ferreira Pinto racconta la propria carriera.


L'esterno brasiliano (46 anni ex Atalanta e Lecce), in forza ai dilettanti dell'Almè, ha dichiarato in un'intervista a La Gazzetta dello Sport: "A un certo punto avevo bisogno di lavorare e raccogliendo le arance riuscivo a guadagnare. Il sogno del calcio sembrava svanito, poi per fortuna le cose sono cambiate".


"La mia infanzia in Brasile è stata dura, la mia famiglia era povera. Ogni tanto andavo con papà in campagna, portavo la sacca per raccogliere il cotone. Lui amava coltivare pomodori, fragole, verdure. Sperava di cambiare vita producendo quantità industriali. Nel weekend giocava a calcio e io andavo a vederlo: così mi innamorai del pallone. Papà, però, si ammalò a causa dei veleni che respirava nei campi. Penso che abbia retto fino a quando non fu convinto che io fossi pronto. Avevo 15 anni quando morì e cominciai a pensare alla famiglia. I miei fratelli cercarono lavoro in città, io restai in campagna a raccogliere arance e trovai un impiego pure in una fabbrica di mattoni. Giocavo il campionato dei quartieri di Porto Ferreira, una città non distante da San Paolo. Il mio rapporto con il calcio è iniziato così. Mai frequentato un settore giovanile, andavo per strada o in un campo di terra. Giocavo scalzo e quando iniziai a usare le scarpe, molto economiche, facevo una tremenda fatica perché la sensibilità era diversa".



ALL'UNIAO SAO JOAO

"Mi scoprirono nel torneo della città, in finale segnai due goal. Mi chiesero di fare un provino, ma io rifiutai perché avrei dovuto lasciare la ditta di mattoni. Il mio capo mi tranquillizzò: 'Vai. Se non ti prendono puoi tornare da me'. Il provino durò una settimana, avevo già 19 anni. Mi presero e il primo anno in Serie C feci 27 goal in 30 gare".


IN BELGIO

"Lo Standard Liegi mi notò e mi acquistò. Così partii per il Belgio. La mia avventura a Liegi durò appena 23 giorni. All'inizio sembrava tutto perfetto, poi l'interprete mi mollò e io andai in crisi. Non parlavo con nessuno, non capivo nulla, non mangiavo. In Belgio vedevo solo buio. Rescissi il contratto e tornai in Brasile, ma l'Uniao non mi volle più e restai senza squadra. Così tornai in campagna a raccogliere arance. Avevo già sofferto abbastanza: non ero disposto a barattare la mia felicità. E in mezzo alle arance guadagnavo poco, ma ero felice. Mamma Giulia, che adesso ha 65 anni, non condivise la scelta".


IN ITALIA

"Il calcio era tornato a essere un hobby, ma un giorno feci un provino a Paranà. Segnai 6 goal. Al campo c'era Adriano Mezavilla, un giocatore che conosceva qualcuno in Italia. Gli consegnai un dvd con alcuni miei goal. Poco tempo dopo mi chiamò Carlo Colacioppo, direttore sportivo del Lanciano. Per venire in Italia vendetti la macchina: mi servivano i soldi per il biglietto aereo. Il provino durò una settimana e mezzo. Il club non era convinto, ma si fecero male due attaccanti, io ero svincolato e potevano prendermi subito. Così iniziai a stagione quasi conclusa giocando i playoff di Serie C contro il Taranto di Riganò. Era il 2002 e non ho più lasciato l'Italia. Ringrazio Castori, che era mio allenatore a Lanciano e poi anche a Cesena e Varese. Mi cambiò ruolo trasformandomi da centravanti a esterno. All'inizio rosicai, perché mi piaceva segnare. Ma compresi in fretta che aveva ragione. Ho avuto un ottimo rapporto anche con Colantuono che mi ha guidato a Perugia e a Bergamo. Ma il tecnico che mi ha valorizzato di più è stato Delneri: mi insegnò a difendere, aiutandomi a svolgere bene le due fasi".


ALL'ATALANTA

"Bergamo è la città della mia vita. Sono stato benissimo, fin dal primo giorno. Con la maglia nerazzurra mi sono regalato la Serie A, cosa che avevo promesso a mia madre. Ho scommesso su me stesso, ho lavorato sodo pedalando forte e sono orgoglioso di quello che ho fatto. Sono sempre uscito con la maglia sudata e i tifosi mi hanno voluto bene anche per questo. E così ho deciso di restare a vivere a Bergamo: abbiamo grandissimi amici, siano innamorati della gente e della città".

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