Forte nei sondaggi, l’internazionale nera arranca nella realtà

13 Luglio 2026 - 09:25
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I nazionalisti certamente governeranno l’Europa, almeno così ci ripetono ogni giorno i trombettieri dell’apocalisse. Ma nell’attesa di vederli all’opera nelle principali cancellerie del nostro continente ci permettiamo di far notare che per quanto i nazionalisti possano apparire forti non c’è mai stato un momento più difficile nella storia recente della politica europea per declinare il nazionalismo, per avere delle sponde utili per farlo crescere, per avere degli alleati in giro per il mondo in grado di dimostrare che quella linea, la linea del nazionalismo, è quella che salverà il mondo. I nazionalisti, che certamente presto governeranno il pianeta, macinano da mesi consensi in molti stati europei. In Germania, l’AfD si trova fra il 24 e il 28 per cento, in Inghilterra il partito di Farage ha superato nei sondaggi la quota del 20 per cento, in Francia Marine Le Pen ha buone possibilità di essere competitiva in un ballottaggio, in Italia il fenomeno Roberto Vannacci ha un trend di crescita nei sondaggi che potrebbe aiutarlo ad avvicinarsi alla doppia cifra, e ci sarebbero sulla carta poche ragioni, per noi europeisti, per fare gli spiritosi o addirittura gli ottimisti.

Eppure. Eppure, per il nazionalismo, non c’è mai stato un momento più difficile di questo per imporre la propria visione del mondo. Eppure, per il nazionalismo, non c’è mai stato un momento più difficile della storia recente per imporre le proprie idee di fronte alla catastrofe politica di nome Trump. I nazionalisti europei, molti, non tutti, da tempo si esercitano in allegre acrobazie circensi per dimostrare di non avere nulla a che fare con il trumpismo, che altro non è che una forma di nazionalismo all’ennesima potenza. Eppure, la trottola impazzita del nazionalismo trumpiano è lì a ricordare in modo minaccioso che danni possa generare nel mondo la diffusione del virus nazionalista: guerre commerciali, protezionismo autolesionista, libertà minacciate, alleanza atlantica ridimensionata, democrazie illiberali rafforzate, industrie europee aggredite. I nazionalisti, da tempo, cercano in tutti i modi di dimostrare che Trump è un errore del sistema, è un bug nell’altrimenti perfetto algoritmo del nazionalismo, che altro non è, secondo la visione nazionalista, che uno strumento perfetto per tutelare l’interesse nazionale di un paese e quello dei cittadini. Eppure, Trump altro non è che l’essenza del nazionalismo in purezza: più il nazionalismo è forte più diventa una minaccia per gli interessi del mondo, compresi quelli dei nazionalisti. L’AfD, appena Trump diventa imbarazzante, finge di non conoscerlo. I lepenisti, in Francia, fingono di non avere nulla a che fare con il lessico trumpiano, che sulla Russia, sulla Nato, sull’Europa, sull’Ucraina, sul protezionismo è spesso lo specchio perfetto del populismo lepenista, ma il magrittismo in politica a volte fa miracoli: ceci n’est pas un nationaliste. Nel Regno Unito, Farage sta facendo di tutto per evitare di essere paragonato a Trump. E in Italia, quella che doveva essere la trumpista in chief, ovvero Giorgia Meloni, è diventata il simbolo della resistenza da destra a Trump, con meme al seguito. Il nazionalista collettivo, che certamente governerà l’Europa, ha difficoltà a mostrare gli altri nazionalismi che si trovano in giro per il mondo, un po’ perché fanno paura persino ai nazionalisti e un po’ perché semplicemente non stanno funzionando come si deve. I francesi potrebbero dire: non siamo soli, guardate, c’è il camerata Farage che vive e lotta insieme a noi, se non fosse però che Farage è stato costretto a una piroetta politica per allontanare da sé lo scrutinio su donazioni e benefit sospetti. Farage potrebbe dire guardate, facciamo come Marine Le Pen, se non fosse che Marine Le Pen potrebbe trovarsi a fare una campagna elettorale all’ombra del braccialetto elettronico alla caviglia (vedere i populisti che hanno fatto della rincorsa al moralismo un proprio cavallo di battaglia scoprire il garantismo per potersi difendere genera le stesse sensazioni di vedere un Ranucci che scopre il garantismo solo di fronte ai suoi amici, anche quelli accusati di avergli messo una bomba sotto casa).

Ci si potrebbe spostare sul fronte tedesco, ma la destra tedesca è così estrema da essere stata cacciata dall’allora gruppo Identità e Democrazia, il ceppo politico da cui poi sono nati i Patrioti, di cui fanno parte Le Pen e Salvini. E la stessa sensazione di eccitazione assoluta, per un futuro dominato certamente dal verbo sovranista, la si potrebbe perdere osservando i risultati ottenuti negli ultimi mesi in Europa dai nazionalisti trumpiani che, osservando lo specchio di nome Trump, si comportano come il famoso video fatto con AI in cui Erling Haaland, mentre mangia, vede se stesso riflesso nello specchio e si spaventa a morte. I sondaggi fanno paura, i sovranisti crescono, nonostante tutto, ma i risultati, negli ultimi mesi, sono quelli che sono. I populisti sono forti nei sondaggi, ma negli ultimi mesi hanno avuto molti risultati deludenti. La sconfitta di Viktor Orbán, ad aprile, arriva dopo la battuta d’arresto elettorale di Geert Wilders, nei Paesi Bassi, e dopo la sconfitta di André Ventura, candidato di Chega, al secondo turno delle presidenziali portoghesi. A questo si aggiungono il terzo posto ottenuto dall’AfD in Baden-Württemberg, il terzo posto ottenuto dall’AfD in Renania-Palatinato, la non vittoria di Reform UK nelle suppletive di giugno 2026, a Makerfield, e la sconfitta di Reform UK a Gorton and Denton, dove hanno vinto i Verdi. In Spagna Vox non ha vinto in Estremadura, non ha vinto in Aragona, non ha vinto in Andalusia: è cresciuta e in alcuni casi è diventata decisiva per il Partito popolare, ma resta una forza che condiziona più di quanto conquisti. Non vittorie che arrivano dopo un risultato più ambiguo del Rassemblement National alle municipali del 22 marzo in Francia: niente grandi scalpi, niente Marsiglia, niente Tolone, niente Nîmes, niente Parigi, ma consolidamento di alcune roccaforti e vittorie in città medie come Menton e Carcassonne. Il nazionalismo, negli ultimi tempi, pur andando forte nei sondaggi, ha dovuto fare i conti con realtà non sempre facili. Per governare, deve rinnegare il suo passato (Meloni). Per provare a governare deve fingere di non conoscere i suoi simili (AfD). Per non spaventare deve incipriarsi il più possibile camuffandosi senza pietà (chissà che non abbia ragione chi sosteneva che un Bardella, un Di Maio del Rassemblement, potesse avere più possibilità di vincere di una Le Pen). E la questione è semplice.

Dire America First significa dire Europa Last. Dire France First significa dire Italy Second. Dire prima gli italiani significa dire dopo tutti gli altri (e Meloni lo ha capito a tal punto che per proteggere gli interessi italiani ha capito di dover considerare l’abbraccio con Macron più importante di quello con Trump, con tanti saluti a chi da anni sostiene che il melonismo è sinonimo di lepenismo). L’internazionale nera funziona nelle convention, ma nella realtà la sua invincibilità e la sua inevitabilità sono ancora tutte da dimostrare.

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