Il filo russo che in Italia destabilizza destra e sinistra

13 Luglio 2026 - 09:25
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La lunga campagna elettorale che ci accompagnerà da qui al 2027 è già partita e si è accesa intorno a due fenomeni diversi, ma caratterizzati dallo stesso “filo russo” che li unisce. Da un lato, la crescita esponenziale del fenomeno Vannacci agita i sogni del centrodestra, dilaniato dal dilemma se tenere dentro il generale per raggiungere la soglia del premio di maggioranza o se tenerlo fuori dalla coalizione, mantenendo fermo il sostegno all’Ucraina che ha caratterizzato questi anni di governo Meloni. Dall’altro lato, il campo largo che pronti-via alla prima prova di piazza a Napoli si è spaccato intorno alle parole di Conte sulla (presunta) minaccia russa. Parole che hanno trasformato, come efficacemente detto da Pina Picierno, il campo largo in… campo Lavrov.

Il “filo russo” destabilizza entrambe le coalizioni, confermando quello che noi di Azione ormai diciamo da tempo: la politica europea oggi è politica interna, non estera, e il “patriottismo europeo” è l’unico discrimine valoriale su cui ha senso costruire una coalizione che possa avere l’ambizione di governare e non solo di vincere le elezioni. Ma c’è un elemento che sfugge alla comprensione del dibattito politico: l’instabilità delle coalizioni è un effetto volutamente ingenerato dal Cremlino.

Tendiamo a pensare che le ingerenze straniere, con particolare riguardo a quelle russe, siano una materia per addetti ai lavori o per chi, dentro il Copasir, si occupa di cose estremamente delicate coperte dal segreto, senza accorgerci di quanto la “guerra ibrida” abbia permeato l’opinione pubblica italiana. L’effetto indotto non è favorire direttamente un partito o una coalizione sull’altra, ma creare quel terreno di sfiducia in cui più aumenta l’instabilità politica dei paesi europei e più la democrazia diventa fragile come i valori su cui si fonda.

La consapevolezza dell’opinione pubblica non si costruisce allora con i (non) paper sulla “guerra cognitiva”, ma sul terreno delle prove e delle evidenze scientifiche che possono essere facilmente intellegibili per tutti.

A conclusione della prima fase dell’esame dell’affare assegnato sulle ingerenze straniere nei processi democratici degli stati membri dell’Unione europea e nei paesi candidati (atto n. 620 del Senato) siamo giunti quasi unanimemente (con l’astensione del M5s e le “fibrillazioni” del senatore Claudio Borghi della Lega) a ritenere che le ingerenze straniere costituiscono un problema esistenziale per le democrazie europee. Alcuni soggetti statali (tra cui Russia, Cina, Iran e Corea del Nord) e non statali (per esempio piattaforme social come X, Truth e TikTok), ricorrono sempre più spesso alla manipolazione delle informazioni e ad altre tattiche per interferire nei processi democratici degli stati membri e dei paesi candidati. Gli attacchi utilizzano tecniche per ingannare le persone e incidere sui loro comportamenti, anche e soprattutto nelle occasioni di voto. Tali metodi consistono nell’amplificare i dibattiti controversi, nel dividere, polarizzare e sfruttare le vulnerabilità delle società, nel promuovere l’incitamento all’odio, nell’alterare l’integrità delle elezioni democratiche e dei referendum, creando sfiducia nei confronti delle autorità pubbliche e dell’ordine democratico liberale, con l’obiettivo di destabilizzare le democrazie europee.

Sì, ma le prove? Il referendum del 2024 nella Repubblica di Moldova sulla prospettiva di adesione all’Ue è passato con il 50,46 per cento (circa 13.500 voti di scarto). Tutto questo è avvenuto nonostante 40 milioni di dollari provenienti dalla Russia, attraverso un articolato sistema finanziario di cripto-valute, siano arrivati direttamente sui conti correnti di 138 mila cittadini moldavi per indurli a votare contro. Questo cos’è: free speech o corruzione del voto?

Per non dire della Georgia dove il partito “Sogno georgiano” ha vinto il 28 ottobre 2024 nonostante i brogli elettorali contro i quali, da oltre 618 giorni, i georgiani pro europei scendono eroicamente in piazza, nonostante gli arresti e le repressioni, mentre autorevoli esponenti del governo Meloni (come il viceministro degli esteri, Edmondo Cirielli) accolgono i rappresentanti del governo della Georgia in tavoli istituzionali con il deliberato scopo di legittimare un regime illiberale.

Sì, ma sono fatti che avvengono fuori dall’Unione europea. E in Europa?

Le evidenze raccolte ci dicono che lo sconosciuto candidato rumeno Georgescu aveva vinto il primo turno delle presidenziali in Romania (poi annullate dalla Corte costituzionale sulla base delle prove dei servizi segreti rumeni) anche grazie alla manipolazione dell’algoritmo di TikTok dietro pagamento in rubli. Così come le ingerenze americane, seguendo la nuova dottrina Trump, hanno portato alla manipolazione dell’algoritmo di X per favorire l’ascesa di AfD nelle ultime elezioni in Germania. Per non parlare di paesi come l’Estonia, la Svezia, la Polonia che da anni ormai fanno scuola nello sviluppo di sistemi di difesa dalle ingerenze russe.

Si, ma in Italia? Nel nostro paese, il tema della “guerra cognitiva” si muove su un terreno molto esteso e pervasivo che collega reti telegram, spionaggio russo e personaggi pubblici che nei talk-show televisivi ripetono pedissequamente la propaganda del Cremlino. Nel 2022, secondo stime di intelligence, nel nostro paese operavano 87 spie di Mosca. Oggi, sui 200 rappresentanti diplomatici dell’ambasciata russa in Italia, quanti lavorano per conto dei servizi segreti del Cremlino? Il numero esatto di giardinieri impiegati presso l’Ambasciata della Federazione Russa a Roma non è un dato di pubblico dominio, ma pare vi siano oltre 50 giardinieri: un po’ troppi per la manutenzione del verde degli uffici diplomatici in via Gaeta. E quanti agenti/militari/ambasciatori italiani hanno corrotto? Si, non ci sono solo i due pesci piccoli presi dai Ros e della magistratura nei giorni scorsi. Ci sono anche figure apicali.

Ci siamo già dimenticati dell’inchiesta della Procura di Roma che due mesi fa ha arrestato per corruzione e favoreggiamento l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan e la sua segretaria russa che avevano concesso 95 passaporti falsi? A qualcuno interessa sapere quali siano le attività portate avanti in Italia da questi 95 “invisibili” russi con il passaporto uzbeko falso a piede libero nel nostro paese?

Se questo è il grado di pervasività delle ingerenze russe che cosa possiamo fare? Espellere due spie russe in Italia e consentire all’Ambasciata russa di continuare ad essere il fulcro delle ingerenze straniere nel nostro paese è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaio. Nessuno vuole la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche, ma l’Italia non può consentire che si usino le immunità diplomatiche per coprire attività di spionaggio sul nostro territorio.

Cosa fare allora? Dobbiamo avere il coraggio di sospendere le attività diplomatiche con la Russia fino alla fine del conflitto in Ucraina. Dobbiamo dare applicazione delle sanzioni previste dalla normativa europea contro la Russia, considerando che solo nel 2025 in Italia abbiamo avuto oltre 200 eventi promossi direttamente o indirettamente da enti illegali come Russia Today, di cui solo 25 sono stati effettivamente annullati.

Non applichiamo le sanzioni contro la Russia per motivi politici o economici?

Contrariamente a quanto sostiene la propaganda russa, secondo cui le sanzioni europee ci manderebbero al collasso se applicate rigorosamente, i dati Ispi dimostrano che la nostra dipendenza da Mosca era già marginale prima del conflitto, pesando appena l’1,5 per cento sull’export italiano. Grazie a una diversificazione avviata sin dal 2014, il nostro sistema economico ha già assorbito lo shock commerciale. Sul versante della politica energetica, pur avendo diversificato le rotte della nostra dipendenza energetica, il nostro mix energetico risulta ancora sbilanciato sui combustibili fossili, ed è per questo che dovremmo procedere senza indugi al disaccoppiamento del prezzo delle rinnovabili dal gas e procedere con più coraggio sulla via della produzione nucleare. I dati reali ci dicono che invece è l’economia di Mosca a subire un degrado industriale e finanziario strutturale, a causa delle sanzioni e dell’isolamento causato dal protrarsi del conflitto in Ucraina, a conferma di come la retorica del disastro occidentale sia solo l’ennesima arma di disinformazione.

Dunque il vulnus sulle sanzioni è l’assenza di volontà politica: come possiamo essere credibili sul piano delle sanzioni contro la Russia se non riusciamo nemmeno a mettere i sigilli nella Villa Matvienko di proprietà della Presidenza del Senato russo che viene impunemente utilizzata dai familiari del numero 3 di Putin e che si trova a Pesaro vicino ad un parco naturale?

Dobbiamo agire tempestivamente per adottare la legge sullo scudo democratico contro le ingerenze straniere, proposta insieme al senatore Carlo Calenda e attualmente insabbiata in Senato. Dobbiamo investire negli strumenti di contrasto alla guerra ibrida perché solo agendo sul piano della prevenzione possiamo rafforzare le nostre difese democratiche.

Qui si tratta di proteggere la democrazia nelle sue più profonde radici da chi la vuole destabilizzare attraverso mezzi che, in modo sempre più sofisticato ed efficace, creano e consolidano disinformazione.

La propaganda russa non ha soltanto obiettivi di breve-medio termine, come, condizionare il sostegno occidentale all’Ucraina, ma ha anche obiettivi di più lungo periodo, tra cui far adottare alle nostre opinioni pubbliche il punto di vista russo, con un impatto significativo sulla percezione della realtà e sulle opinioni dei giovani, influenzando anche la loro visione del mondo e le loro scelte future.

E’ fondamentale, quindi, che si adottino misure per contrastare tale tipo di propaganda e promuovere una visione più critica, equilibrata e informata della realtà. Abbiamo bisogno di formare “sentinelle democratiche” che possano fare monitoraggio e analisi per contrastare le disinformazioni e sterilizzare le ingerenze sul piano preventivo.

La legalità del processo elettorale, l’uguaglianza delle opportunità tra i concorrenti, la trasparenza del finanziamento della campagna elettorale sono princìpi che devono essere estesi anche ai servizi digitali per evitare la manipolazione del voto degli elettori, la distorsione della parità di opportunità, l’elusione della legislazione nazionale in materia di finanziamento o lo sfruttamento abusivo degli algoritmi delle piattaforme social, attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa.

La tutela dell’integrità del processo democratico non va più vista solo al momento del conteggio dei voti, ma va estesa anche a una fase antecedente rispetto al voto, ovvero al processo di formazione del consenso elettorale.

Per molto tempo ci siamo illusi che la globalizzazione avrebbe esportato la democrazia. Sta accadendo il contrario: le autocrazie hanno imparato ad esportare l’instabilità. E questo processo diventa ancora più insidioso con l’uso delle chatbot farm e l’intelligenza artificiale generativa. Le autocrazie oggi non occupano soltanto i territori: occupano il terreno del dibattito pubblico, inquinando le fonti di informazioni.

Per tutte queste premesse, lo scivolamento verso posizioni pro Putin tanto nella coalizione di destra, quanto nel campo largo, è pericoloso perché può portare a una deriva valoriale. L’antifascismo non è un valore che vive solo nella storia della Resistenza italiana contro il nazi-fascismo. L’antifascismo vive nel presente ogni qual volta si combatte per la libertà e la democrazia. Essere antifascisti oggi significa essere contro la Russia di Putin. Significa riconoscere la Resistenza di un popolo quando combatte contro la tirannia di un regime, in Ucraina, in Georgia, in Iran.

Il problema non è la Russia di Putin. Il problema è la fragilità delle democrazie liberali. Siamo noi che abbiamo continuato a pensare che la libertà di parola fosse sufficiente ad immunizzare la democrazia dalle ingerenze straniere, dalla disinformazione, dalla propaganda.

E’ questo il terreno decisivo della prossima sfida elettorale. Il “patriottismo europeo” non è solo uno slogan, ma il nuovo discrimine della politica italiana. Tra chi considera per convinzione la tutela delle libertà fondamentali, la difesa dello Stato di diritto, l’integrazione politica europea, il sostegno all’Ucraina, valori non negoziabili e chi, per convenienza o per calcolo elettorale, è disposto a relativizzarli. Pensare di farsi pervadere dalla corrosione valoriale delle ingerenze straniere solo per tenere unita una coalizione significa essere disposti a sacrificare la propria identità pur di vincere.

Un errore fatale che il nostro paese non può permettersi.

   

Marco Lombardo è senatore di Azione

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