Friuli 50 anni dopo, oltre la memoria la visione di un mondo nuovo
L'omelia dell'Arcivescovo (foto Andrea Cherchi)«Ci sono ancora i visionari tra noi. Portiamo in questa Eucaristia lo strazio per i morti e l’ammirazione per la ricostruzione e ci sentiamo incaricati di essere ogni giorno costruttori di un mondo più bello». È un inno ai visionari, «che riconoscono in ogni lacrima un’invocazione, in ogni disastro uno strazio da condividere, in ogni distruzione una vocazione a ricostruire», quello con cui l’Arcivescovo si rivolge ai molti partecipanti alla Messa da lui presieduta nella chiesa di San Fedele, a 50 anni esatti dal devastante terremoto del Friuli, per fare memoria, ma anche per ricordare la generosità di coloro – i lombardi e i milanesi in prima linea – che si recarono ad aiutare le popolazioni colpite.

La celebrazione
A concelebrare il rito (di simili se ne svolgono in ogni parte d’Italia nelle stesse ore), alcuni sacerdoti friulani: padre Iuri Sandrin, parroco di San Fedele, il confratello gesuita padre Mario Picech, don Marco Lucca, presbitero diocesano, il padre del Pime Giuseppe Sedran e il Moderator Curiae monsignor Carlo Azzimonti, che nei giorni scorsi si è recato a Tarcento, gemellata con la diocesi di Milano, e ha partecipato alla Messa presieduta domenica 3 maggio dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei.
Immancabili e apprezzatissimi gli Alpini del Coro Orobica “Don Bruno Pontalto” diretto dal Maestro Alberto Penuti, che hanno animato la celebrazione. Presenti i volontari della Protezione civile (nata proprio a seguito del sisma del 1976), i cittadini con i gonfaloni e gli stendardi che raccontano di un orgoglio antico e della certezza di essersi rimboccati le maniche 50 anni fa per ricostruire la terra, le città e i borghi distrutti, con la paura – sussurra ancora qualcuno dei più anziani presenti – «che la nostra identità fosse perduta per sempre».

E, poi, le vesti tradizionali, i volti segnati dagli anni di quelli che c’erano e hanno visto, i friulani del Fogolâr Furlan, fondato nel 1946 a Milano – nella chiesa di san Fedele nel 1972 venne officiata la prima Messa nella lingua regionale -, i rappresentanti dell’Ente Friuli nel Mondo (che riunisce 160 Focolari nel mondo) e delle istituzioni, con Roberta Osculati che veste la fascia tricolore in rappresentanza del sindaco Giuseppe Sala.
I visionari
Tutti insieme per una commemorazione semplice, sentita e commossa, nella quale si prega anche in dialetto, e che, tuttavia, come nota l’Arcivescovo, va molto al di là della memoria di quelle interminabili scosse del 6 maggio e dell’11 e 15 settembre 1976 che causarono quasi 1000 morti, oltre 2500 feriti, 10 mila sfollati e 50 mila famiglie rimaste senza casa.
«I visionari vedono oltre il velo, la cronaca, oltre le chiacchiere e la banalità. Alcuni dicono che sono ingenui, ma loro, i visionari, sono sapienti di una sapienza che viene dall’alto, che imparano sulle vie misteriose del silenzio e della preghiera, inclini a sacrificare se stessi piuttosto che a chiedere sacrifici agli altri».
«La gente delle terre devastate dal terremoto, i volontari giunti da ogni parte d’Italia, l’esercito e le istituzioni sono stati animati da uomini e donne visionari: hanno visto le rovine, le case distrutte, le chiese crollate, le scuole, le fabbriche pericolanti, le strade impraticabili – suggerisce monsignor Delpini -, ma vedono oltre, vedono le promesse affidabili del Signore e credono che là dove c’è la morte può tornare la vita, là dove ci sono rovine possono sorgere mura più solide, capaci di resistere all’infierire delle forze scatenate della natura ostile. Vedono la città santa, la nuova Gerusalemme: là dove le famiglie sono state frantumate e le comunità sono state disperse, vedono primizie di fraternità e i desideri dei vivi di generare vita e di camminare nella speranza».

L’impresa di ricostruire il mondo
Per questo «si dedicano all’impresa di ricostruire il mondo, con fiducia, recuperando i frantumi pezzo per pezzo, perché la casa diventi famiglia, la città diventi comunità e la terra diventi un giardino». Così come fecero il vescovo Alfredo Battisti – che disse: «Ricostruire prima le fabbriche, le case, poi le Chiese» e riconsacrò o consacrò, nel tempo,200 luoghi di culto -, don Giovanni Nervo che inventò il metodo del gemellaggio di Caritas Italiana, il lombardo Giuseppe Zamberletti, prima guida della Protezione civile.
Nomi indimenticabili che l’Arcivescovo cita, aggiungendo: «Forse qualcuno è preso dal dubbio: adesso le persone sono smarrite, i giovani sono sfiduciati, la cronaca quotidiana è deprimente, ma io vi dico che tra noi ci sono visionari di ogni età, cultura e posizione che vivono l’incanto di una promessa, la responsabilità di una vocazione. E noi? Forse diamo l’impressione di essere una assemblea radunata per pregare per i morti, per commemorare l’impresa della ricostruzione o per ringraziare di una solidarietà incoraggiante. In verità, noi riceviamo la visione del nuovo cielo, quella dell’uomo nuovo che vede la storia e la gente con lo sguardo del Signore».
E, alla fine della celebrazione, c’è ancora tempo per qualche canto alpino e per lo scambio dei doni, tra cui alcune pubblicazioni e la riproduzione dell’Angelo del Castello di Udine, consegnati all’Arcivescovo da Vittorio Storti, rappresentante del Fogolâr di Milano, e da Luigi Papais, del Consiglio direttivo dell’Ente, che sottolinea come, dal 1976, la Messa in lingua friulana venga celebrata in Duomo ogni anno nell’imminenza del Natale. Celebrazione che, quest’anno nella VI domenica dell’Avvento ambrosiano, vedrà la presenza dell’arcivescovo metropolita di Udine, Riccardo Lamba.
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