11 maggio 1946: la Scala, e Milano, rinasce con Toscanini
Arturo Toscanini all'inaugurazione della Scala ricostruita, l'11 maggio 1946Guardando la Scala, l’11 maggio 1946, 80 anni fa, poteva sembrare che il terribile bombardamento aereo di tre anni prima non l’avesse nemmeno sfiorata. In realtà, era stato devastante per il Teatro. E tutte le rovine attorno, con la Galleria Vittorio Emanuele ancora scoperchiata e il Duomo con le sue guglie offese, lo stavano a dimostrare.
Eppure la Scala era già pronta per la grande serata della rinascita, con Arturo Toscanini nuovamente a “casa”, dopo quindici anni di volontario esilio in America. Era stato il sindaco Greppi, all’indomani della Liberazione, a invitare il maestro. Gli aveva scritto pressapoco così: «Stiamo ricostruendo la Scala, soltanto lei può inaugurarla per la seconda volta. La aspettiamo». E Toscanini aveva accettato.

Otto giorni di prove intensissime, dal 3 al 10 maggio, con gli stessi musicisti che componevano l’orchestra del 1930 (l’ultima da lui diretta alla Scala), compresi quanti erano stati allontanati per sentimenti antifascisti e per motivi razziali. Il programma l’aveva scelto il Maestro in persona, ed era tutto «italiano», naturalmente: Rossini (La gazza ladra, Guglielmo Tell, La preghiera di Mosè), perché l’aveva sempre adorato; Puccini (Manon Lescaut), perché l’aveva conosciuto; e ovviamente Verdi (Nabucco, Vespri siciliani, Te Deum), perché al coro degli schiavi e alla «patria perduta» aveva continuamente pensato quando negli Stati Uniti dirigeva i concerti della Nbc.
Ma non mancarono gli imprevisti. Un caratteraccio, quello del settantanovenne Toscanini. Alla vigilia del grande concerto, il sindaco Greppi tentò ancora di convincere il maestro a lasciargli pronunciare un breve discorso in occasione della riapertura del Teatro. Toscanini rifiutò, minacciando di far saltare tutto: «Niente politica! Scala, musica, concerto e poi basta». Il sindaco, che pure aveva fatto molto per la ricostruzione della Scala, per protesta disertò l’indimenticabile serata.

L’inaugurazione con Toscanini
L’11 maggio 1946, dunque, la Scala sembra quella di sempre. Più bella, anzi, perché sfavillante negli ori, nei bianchi candidi degli stucchi, nei rossi dei velluti. L’ingegner Secchi, coordinando decine di operai e di volontari, ha fatto in soli dodici mesi un vero e proprio miracolo. Soprattutto per la parte più delicata e leggendaria del teatro milanese: l’acustica. «È come prima. Anzi, meglio di prima», aveva assicurato al colmo della soddisfazione lo stesso Toscanini appena arrivato a Milano, al termine della prima prova. E il maestro alla Scala aveva diretto per ben sedici anni, dal 1915 al 1931, quando gli insulti dei fascisti l’avevano convinto ad abbandonare l’Italia.
Alle venti in punto la Scala apre le sue grandi porte bianche filettate in oro. La gente entra emozionata, e istintivamente applaude, felice e quasi incredula di ritrovare intatto il suo teatro, l’amato tempio della lirica. Una folla mai vista, che continua per tutta la piazza, che ha invaso la Galleria e che si accalca anche attorno alla cattedrale. Milano è immobile, trepidante nell’attesa.
In sala è tutto un vociare eccitato, mentre gli accordi degli strumenti si mescolano confusamente tra loro. Poi le luci cominciano ad abbassarsi, secondo la liturgia scaligera, e un «silenzio sacro e tremendo» (come ricorderà il celebre soprano Renata Tebaldi, allora alla sua prima prova) precede l’entrata di Toscanini, che a piccoli passi si dirige verso il podio. Il maestro affronta benevolo l’esplosione di gioia di un pubblico in delirio, che grida ad una sol voce il suo nome. Abbozza imbarazzato un sorriso, mentre con lo sguardo passa in rassegna la platea, i palchi, il loggione, ringraziando tutti con un cenno del capo. S’inchina, alza la bacchetta dall’impugnatura tricolore, tenta di iniziare col rullo di tamburo della Gazza ladra. Niente da fare. Sei, sette volte deve sospendere l’attacco, perché l’applauso sembra non avere mai fine.
Una Milano redenta
È una Milano redenta quella che applaude fino a spellarsi le mani. È la Milano liberata dalla oppressione fascista, dalla ferocia nazista, dagli odi e dalle distruzioni della guerra.
Con il fazzoletto, Toscanini s’asciuga la fronte sudata. Poi, con gesto risoluto, impone l’ouverture rossiniana. Ma al termine d’ogni brano l’entusiasmo riesplode incontenibile, e con essa gli applausi lunghi e appassionati. Il coro intona il Va’ pensiero, e un brivido percorre la sala, propagandosi alla folla assiepata fuori dalla Scala, trafiggendo il cuore di tutti. Non si ha vergogna di piangere un pianto liberatorio. Le lacrime sussultano nell’ovazione, ma il Maestro tronca le grida con un segno imperioso. Eppure lo stesso Toscanini è incapace di resistere all’emozione del momento, anche lui canta «O mia patria sì bella e perduta…», e la Scala ricostruita pare sia lì lì per crollare un’altra volta.
Ottant’anni fa la Scala risorgeva. E con essa Milano tornava finalmente a vivere.
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