Furto di fentanyl a Roma, SIAARTI: “Non confondiamo il mercato illegale con le cure ospedaliere”
Roma, 10 luglio 2026 – Il furto di ottanta fiale di fentanyl avvenuto nella farmacia dell’ospedale Israelitico di Roma ha acceso i riflettori su un farmaco che da oltre sessant’anni rappresenta uno dei pilastri dell’anestesia moderna e della terapia del dolore. SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) ritiene doveroso intervenire per offrire ai cittadini, ai pazienti e ai loro familiari un quadro chiaro e rassicurante, distinguendo nettamente l’episodio criminoso dall’uso terapeutico quotidiano del farmaco negli ospedali e nei percorsi di cura.
Le fiale sottratte sono formulazioni endovenose destinate all’ambito intraoperatorio, gestite secondo protocolli di custodia e tracciabilità specifici, ben diversi dalle formulazioni impiegate nella gestione del dolore cronico a domicilio.
“È fondamentale che l’opinione pubblica non faccia confusione tra due mondi completamente distinti – dichiara la Presidente della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (SIAARTI) Elena Bignami – All’interno dell’ospedale il fentanyl viene maneggiato in dosaggi minimi, calcolati al microgrammo, da personale specializzato che conosce esattamente cosa sta somministrando, in quale quantità e in quali condizioni cliniche. Il paziente è costantemente monitorato in un ambiente protetto. È proprio questa cornice di controllo a rendere il farmaco sicuro. Quando lo stesso principio attivo esce da questo perimetro e finisce in mano a chi non ha competenze né strumenti di monitoraggio, il rischio cambia completamente natura: non è più una questione legata alla molecola, ma alla totale assenza di controllo su dose, purezza ed eventuali sostanze di taglio”.
La Presidente Bignami ricorda inoltre che gli oppioidi restano tra i farmaci più sorvegliati dell’intera farmacopea, e che l’attenzione mediatica generata da un furto non deve tradursi in un ostacolo per chi ha reale bisogno di queste terapie. A destare maggiore preoccupazione tra gli specialisti è il rischio che l’episodio riaccenda un clima di diffidenza verso l’uso legittimo degli oppioidi, già in parte superato grazie ad anni di formazione e sensibilizzazione.
Non è la prima volta che il nome del fentanyl finisce associato alla cronaca nera, tra sequestri, furti o mercato illegale, e proprio questa ricorrente sovrapposizione tra il farmaco e il crimine rischia di produrre un cortocircuito nella percezione pubblica: un principio attivo utilizzato ogni giorno con sicurezza in migliaia di sale operatorie e ambulatori di terapia del dolore finisce per essere percepito, quasi automaticamente, come sinonimo di pericolo o illegalità.
È proprio questa associazione impropria, più che il farmaco in sé, ad alimentare l’oppiofobia e a generare nei pazienti un timore ingiustificato verso una terapia prescritta e monitorata da uno specialista.
“Ricordo bene il periodo in cui, in Italia, medici e pazienti guardavano a questi farmaci con un timore quasi ingiustificato – spiega Flaminia Coluzzi, responsabile della Sezione SIAARTI Dolore Oncologico e Cure Palliative – Da allora molta strada è stata fatta: oggi sappiamo gestire queste molecole con sicurezza e sappiamo accompagnare il paziente nella comprensione della propria terapia. Un fatto di cronaca, per quanto serio, non può farci tornare indietro. Chi convive con un dolore oncologico severo ha diritto, per legge oltre che per etica, a un adeguato controllo del sintomo, e il fentanyl, nelle sue formulazioni transdermiche o transmucosali prescritte dallo specialista, resta una delle opzioni più efficaci contro il dolore legato alla malattia”.
La specialista sottolinea come il timore, se lasciato crescere senza informazione corretta, rischi di tradursi in una rinuncia ingiustificata alla terapia, con conseguenze dirette sulla qualità di vita del paziente: dolore non controllato, isolamento, difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
Per questo, aggiunge, ogni percorso terapeutico con oppioidi va costruito insieme al paziente, con una valutazione individuale dei benefici e dei rischi, un monitoraggio nel tempo e un dialogo aperto su eventuali dubbi o effetti collaterali, senza interruzioni improvvise o decisioni univoche.
Sul piano più strettamente clinico, interviene Silvia Natoli, Responsabile dell’Area Culturale Medicina del Dolore e Cure Palliative SIAARTI, che invita a non generalizzare i rischi di dipendenza legati all’uso medico controllato. “Nella pratica clinica, quando il fentanyl viene prescritto per un dolore realmente presente, moderato o severo, e il paziente viene seguito nel tempo da uno specialista, l’insorgenza di una dipendenza patologica è un evento estremamente raro. Le vie di somministrazione che utilizziamo più frequentemente per il dolore cronico, come i cerotti a rilascio graduale, si prestano peraltro molto poco a un uso improprio, a differenza di altre formulazioni che infatti riserviamo a situazioni cliniche molto specifiche e sempre sotto stretto controllo medico”, afferma.
“Il problema della dipendenza e dell’abuso nasce quasi sempre altrove: nell’approvvigionamento fuori dai canali legali, dove non esiste alcuna garanzia sulla qualità del prodotto né sulla presenza di altre sostanze mescolate ad esso, e dove manca del tutto quella figura professionale che, invece, in ospedale e negli ambulatori di terapia del dolore, accompagna il paziente in ogni fase della cura”, aggiunge Natoli.
La specialista ribadisce come non sia la molecola in sé a dover essere stigmatizzata, né tantomeno le persone che la assumono per un reale bisogno clinico, ma vada invece rafforzata la capacità del sistema sanitario di riconoscere e sorvegliare i segnali di un utilizzo che si discosti dallo scopo terapeutico.
La sicurezza del fentanyl non risiede nella sua sola formula chimica, ma nel sistema di prescrizione, monitoraggio e accompagnamento che ne regola l’uso in ambito sanitario. Una valutazione individuale del paziente, un’attenta calibrazione della dose, il monitoraggio nel tempo dell’efficacia analgesica, della ripresa delle normali attività quotidiane, della tollerabilità e di eventuali comportamenti anomali nella ricerca del farmaco restano gli strumenti che permettono, da decenni, di utilizzare questa molecola in piena sicurezza in ospedale e sul territorio.
SIAARTI conferma il proprio pieno sostegno alle indagini in corso e alle misure di rafforzamento dei controlli sulla custodia e la tracciabilità del farmaco annunciate dalle istituzioni, ritenendole necessarie a contrastare la diversione illecita. Al tempo stesso, la Società invita pazienti, familiari e medici che non hanno dimestichezza quotidiana con l’uso di questi farmaci a non interrompere né modificare autonomamente le terapie in corso e a rivolgersi sempre al proprio specialista di riferimento in caso di dubbi, evitando che un fatto di cronaca criminale si trasformi in un ostacolo alla cura del dolore.
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