GARLASCO, L’IMPRONTA 33 È DAVVERO LA PISTOLA FUMANTE?
di Emanuele Esposito
C’è una mano su quel muro. Una mano che nel 2007 era lì, sulla parete destra della scala che scende verso la cantina della villetta di via Pascoli, a poca distanza dal punto in cui venne trovato il corpo di Chiara Poggi.
Per quasi diciannove anni quella mano non ha avuto un nome.
L’impronta venne rilevata il 29 agosto 2007 dai Ris di Parma, catalogata con il numero 33, trattata con la ninidrina, fotografata e poi conservata dopo il distacco dell’intonaco. Da allora, per anni, è rimasta uno dei tanti reperti di un caso già segnato da una condanna definitiva: quella di Alberto Stasi, riconosciuto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi e condannato in via definitiva a 16 anni.
Poi, nel 2025, quella traccia è tornata al centro dell’indagine.
La Procura di Pavia ha incaricato due consulenti tecnici, il tenente colonnello Giampaolo Juliano, comandante della sezione impronte del Ris di Roma, e il dottor Nicola Caprioli, dattiloscopista, criminalista e criminologo, di riesaminare le impronte non attribuite presenti sulla scena del crimine.
Il lavoro parte da zero, con le tecnologie di oggi.
Secondo quanto emerge dagli atti, i consulenti hanno analizzato 107 frammenti, di cui 78 mai identificati. Otto sono stati ritenuti utili per una possibile identificazione. Tra questi, l’impronta 33.
Il confronto con il palmo destro di Andrea Sempio avrebbe evidenziato, secondo i consulenti della Procura, 15 punti di corrispondenza dattiloscopica. La conclusione degli esperti è netta: quella traccia sarebbe stata lasciata dal palmo destro di Sempio.
È questo il cuore del nuovo fronte investigativo.
Andrea Sempio è oggi indagato nell’ambito di un procedimento ancora aperto. Non è condannato e resta pienamente valido il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma il dato tecnico sull’impronta 33 rappresenta uno degli elementi più discussi del nuovo fascicolo.
La difesa dell’indagato contesta l’attribuzione. Secondo il consulente Armando Palmeggiani, criminologo e criminalista, le 15 minuzie indicate dalla Procura non sarebbero sufficienti. Per la difesa, le corrispondenze realmente utili sarebbero soltanto cinque e, in ogni caso, servirebbero almeno 16 o 17 punti caratteristici per arrivare a una identificazione certa.
È qui che la vicenda entra in un terreno tecnico e giuridico molto delicato.
La difesa richiama orientamenti della Cassazione degli anni Cinquanta, secondo i quali sarebbe necessaria una soglia numerica minima. Ma la dattiloscopia, nel frattempo, è cambiata. Oggi molti esperti ritengono che l’identificazione non dipenda soltanto dalla quantità dei punti, ma soprattutto dalla loro qualità, dalla posizione e dal valore complessivo della traccia.
Anche la giurisprudenza più recente sembra muoversi in questa direzione. Nel 2011 la Cassazione ha riconosciuto il valore di un numero apprezzabile di corrispondenze dattiloscopiche, senza trasformare necessariamente la soglia numerica in un criterio rigido e assoluto.
Il problema, dunque, non è solo se le minuzie siano 15, 16 o 17. Il problema è capire se quelle corrispondenze siano davvero idonee, nel loro insieme, a identificare chi ha lasciato quella mano sul muro.
C’è poi un altro elemento che rende l’impronta 33 ancora più rilevante: la sua posizione.
La traccia si trova sulla parete destra della scala. Secondo una ricostruzione tecnica, chi l’ha lasciata potrebbe essersi trovato tra il primo e il secondo gradino, con il braccio destro esteso verso il muro, in una posizione di appoggio. Non un semplice sfioramento, ma una pressione decisa.
A circa venti centimetri più in basso si trova un’altra traccia, la numero 45: una macchia di sangue di Chiara Poggi. Secondo le analisi, quella macchia sarebbe stata prodotta dal movimento di un braccio sporco di sangue, dal quale si sarebbero staccate piccole gocce finite sulla parete.
Le due tracce non possono essere automaticamente attribuite alla stessa persona. Sarebbe un salto logico non consentito. Ma la loro vicinanza pone una domanda inevitabile: chi ha lasciato l’impronta 33? E perché quella mano si trovava proprio lì?
Un ulteriore fronte riguarda la possibile presenza di sangue sull’impronta.
Il dottor Oscar Ghizzoni, consulente chimico forense ed ex ufficiale del Ris, incaricato dalla difesa di Alberto Stasi, ha analizzato le immagini fotografiche dell’impronta 33 confrontandole con le tracce ematiche presenti sulla stessa parete. Al centro della valutazione c’è la reazione della ninidrina, il reagente utilizzato per evidenziare le impronte latenti su superfici porose come l’intonaco.
La ninidrina cambia colore a seconda del materiale biologico con cui entra in contatto. Una mano pulita può produrre un colore più tenue. Una mano sudata può generare tonalità diverse. Una mano sporca di sudore misto a sangue può invece produrre una colorazione più scura, violacea, compatibile con una maggiore concentrazione biologica.
Secondo Ghizzoni, la struttura cromatica dell’impronta 33 sarebbe più simile alle tracce ematiche 42 e 45 che non all’impronta 35, considerata invece pulita e priva di sangue. La 33 presenterebbe una struttura più complessa, stratificata, con zone più scure concentrate nell’area del palmo e piccole regioni puntiformi attorno al perimetro, interpretate come possibili microschizzi di materiale biologico fluido.
È un passaggio tecnico di grande peso, ma non ancora definitivo.
Nel 2007 sull’impronta 33 furono effettuati test biologici. Uno diede esito dubbio, l’altro negativo per la presenza di sangue umano. Secondo Ghizzoni, però, quei risultati potrebbero essere stati influenzati dall’intonaco della parete, che avrebbe potuto interferire con la lettura dei test.
Anche qui, dunque, siamo davanti a una questione aperta.
Se l’impronta 33 fosse definitivamente attribuita ad Andrea Sempio e se fosse accertata la presenza di sangue compatibile con la scena del delitto, l’elemento assumerebbe un valore probatorio molto rilevante. Sarebbe difficile, a quel punto, liquidarlo come una semplice presenza innocente.
Ma oggi quella certezza processuale ancora non c’è.
Ci sono consulenze, interpretazioni, dati tecnici e contestazioni. C’è una Procura che ritiene l’impronta un elemento importante. C’è una difesa che ne contesta l’attribuzione e il valore. E ci sarà, eventualmente, un giudice chiamato a stabilire se quella mano sul muro sia davvero un indizio pesante o la prova che mancava.
Il caso Garlasco, ancora una volta, dimostra quanto sia sottile il confine tra scienza, indagine e processo.
L’impronta 33 era lì dal 2007. È rimasta per anni dentro il fascicolo, silenziosa, quasi dimenticata. Oggi torna al centro della scena e riapre domande che sembravano sepolte.
È davvero la pistola fumante?
Al momento, la risposta più corretta è anche la più prudente: potrebbe esserlo, ma solo se le verifiche tecniche e il contraddittorio processuale confermeranno ciò che oggi appare come una delle tracce più importanti del nuovo capitolo investigativo su Garlasco.
Fino ad allora resta una mano su un muro. Una mano che chiede ancora di essere spiegata.
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