«Giovani, fate della vostra vita una vocazione a servire la pace»
Un momento del rito (Agenzia Fotogramma)«La responsabilità di costruire la pace trova negli universitari interlocutori che devono sentire in modo particolare questa chiamata. Il rischio di impegnarsi per l’ambizione dei risultati, per la pressione delle aspettative logora le energie, mentre l’Università chiede di studiare molto per rispondere alla vocazione a essere uomini e donne di pace, qualunque siano la vostra competenza e la vostra professionalità. Bisogna imparare a pensare con la propria testa».

Il rito
Nella breve riflessione che conclude la recita corale del Rosario dedicata agli universitari, l’Arcivescovo richiama l’urgenza di farsi operatori di pace, mai come oggi evidente. Mentre fuori si anima la movida dell’Alzaia Grande, tra le navate della chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio – parte della Comunità pastorale Santa Maria Regina dei Martiri -, si prega con «nel cuore un desiderio di pace per noi, per le nostre famiglie, ma soprattutto per la Terrasanta», dice in apertura don Marco Cianci, responsabile della Sezione Università della Pastorale giovanile e cappellano della Statale. Sono presenti anche i cappellani degli altri Atenei milanesi, oltre al responsabile della Cp, don Antonio Costabile. «La pace non è solo un’assenza di conflitti, ma un cuore riconciliato, capace di perdono e di speranza. Ci affidiamo a Maria per diventare segni concreti di unità e di amore e chiediamo al Signore di trasformare i nostri cuori, rendendo ciascuno uno strumento della sua pace», sottolinea don Cianci.
Parole riprese dall’Arcivescovo dopo la recita dei cinque Misteri della gioia, per questo Rosario con gli studenti, tradizionale, ma quest’anno inserito nella proposta di pregare per le vocazioni durante il mese di maggio, come monsignor Delpini sta facendo nei santuari mariani della Diocesi, soprattutto per incoraggiare i ragazzi e i giovani.

«Non siate bloccati: la vita è vocazione»
«Dipenderà da voi – ha proseguito, infatti – se almeno quel pezzetto di mondo che abitate sarà un giardino di pace, oppure un luogo di prepotenza e di ambizione. Io credo che ci siano universitari che devono darsi una mossa, perché non sono più bambini che devono prendere bei voti, ma uomini e donne che riconoscono il cammino da compiere per fare della propria vita una vocazione a servire la pace».
Forse, suggerisce, «ci sono universitari che devono riconoscere di essere un poco bloccati, intimiditi, spaventati. Per questo io vorrei invitarvi a usare questa preghiera che ho scritto e che vi è stata distribuita, proprio con il desiderio di condividere – spiega citandone alcune frasi -. Vi consegno questo bisogno di rispondere a una vocazione».
Ma come? «La prima cosa fondamentale è che non siamo mai soli. Gesù non ci abbandona mai. Se sono nel vagabondaggio del capriccio – inizia a leggere l’Arcivescovo dall’immaginetta con la sua preghiera e l’allusiva e modernissima immagine del Cristo Re di Nicola Villa che rappresenta un Signore in abiti moderni, tratta dal Nuovo Evangeliario ambrosiano -, aiutami a trovare la mia strada; se sono nel parcheggio dell’incertezza, dammi il tuo spirito di sapienza che incoraggia la mia decisione; se sono nello spavento del futuro, insegnami a essere docile alla tua parola».
Poi un ulteriore approfondimento per rendere chiaro il concetto: «Il parcheggio dell’incertezza è quella condizione spirituale di coloro che si impegnano molto, ma, magari, non riescono a guardare lontano, non hanno voglia, hanno paura di fare una scelta, di orientare il proprio cammino. Lo spavento del futuro è quella forma ottusa di coscienza che permette di avere un’immagine del futuro costruita in base alle notizie che qualcuno sceglie di diffondere e come una dipendenza da un clima grigio».

La promessa del futuro
«Noi viviamo il futuro perché rispondiamo alla promessa di Gesù. Perciò lo spavento del futuro chiede di essere affrontato con la docilità al Signore e l’ascolto della sua parola più che di quella dei sapienti. E se sono nella sfiducia per la mia fragilità e miei peccati, insegnami ad avere stima di me stesso e gioia di vivere, perché certamente siamo peccatori, imperfetti, fragili, ma questa non è una buona ragione per perdere la stima di noi stessi, ma piuttosto per accogliere l’invito del Signore a conformarci a lui e a chiedere umilmente perdono. È abbastanza comprensibile che siamo dei peccatori, ma quello che non si capisce è perché noi non abbiamo fiducia nel perdono di Dio. Per questo possiamo pregare così: Signore Gesù tu sei il Signore che ha parole di vita eterna: ti lodo, ti ringrazio, ti ascolto, voglio stare con te».
Infine, la conclusione della preghiera, con i canti della Salve Regina e del Magnificat e tanti sorrisi dei ragazzi che salutano l’Arcivescovo.
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