Gli ritirano la patente perché ubriaco, poi gliela restituiscono: “colpa” del suo corpo
La cronaca giudiziaria italiana regala a volte storie che sembrano uscire dalla penna di uno scrittore di fantascienza o da un manuale di medicina estrema. È il caso di un automobilista di 55 anni di Cremona, la cui vicenda, iniziata l’8 marzo 2022, si è conclusa solo il 4 luglio 2026 con una sentenza di assoluzione che ha dell’incredibile. L’uomo è stato scagionato dall’accusa di guida in stato di ebbrezza non perché i test fossero errati, ma perché il suo stesso corpo produceva alcol autonomamente.
L’incidente e l’accusa impossibile
Tutto ha inizio in una serata di quattro anni fa, quando l’uomo, di ritorno dal turno di lavoro serale, finisce con la propria auto in un fosso. La dinamica, raccontata dal protagonista, appare inizialmente come un banale, seppur sfortunato, incidente stradale: il conducente si era trovato di fronte a due nutrie e, nel tentativo di schivarle, una era finita sotto una ruota bloccandola, facendogli perdere il controllo del mezzo sulla fanghiglia stradale.
Tuttavia, la stranezza emerge in ospedale: nonostante l’uomo fosse astemio e non avesse toccato una goccia di alcol quella sera, gli esami del sangue rivelano un tasso alcolemico di 1,19 g/l, ben oltre il limite consentito di 0,5 g/l. Per le autorità la diagnosi è immediata: guida in stato di ebbrezza. Le conseguenze sono devastanti: ritiro e sospensione della patente per nove mesi e, soprattutto, la perdita del posto di lavoro, poiché l’auto era l’unico mezzo per raggiungere l’impiego notturno.
Il mistero della “Sindrome dell’Autobrewery”
L’uomo, conscio della propria innocenza, ha intrapreso un lungo e costoso iter diagnostico, costato circa 1.200 euro, per dimostrare l’impossibile. Grazie alla collaborazione tra l’ospedale di Cremona e il San Raffaele di Milano, è emersa la verità scientifica: il cinquantacinquenne soffre della sindrome della fermentazione intestinale, nota anche come sindrome dell’autobrewery.
Questa rarissima patologia, descritta per la prima volta in Giappone nel 1952, trasforma l’intestino in un vero e proprio “birrificio”. Alcuni microrganismi presenti nella flora intestinale, invece di digerire normalmente i nutrienti, avviano un processo di fermentazione dei carboidrati, trasformandoli in etanolo. La “scintilla” che quella sera aveva fatto schizzare il tasso alcolemico dell’uomo era stata una semplice pizza mangiata con il figlio prima di andare al lavoro. Per confermare la diagnosi, i medici hanno sottoposto il paziente a un test specifico: ingerire una soluzione ricca di carboidrati (pari a due forchettate di pasta) e monitorare la produzione spontanea di alcol nel sangue.
La sentenza: il fatto non sussiste
Durante il processo, la difesa ha puntato sulla natura stessa del reato previsto dall’articolo 186 del Codice della Strada, il quale presuppone che lo stato di ebbrezza sia la conseguenza dell’assunzione consapevole di bevande alcoliche. Nel caso dell’uomo di Cremona, non vi era stata alcuna ingestione di alcol, ma una reazione chimica interna e involontaria scatenata da un alimento comune.
Il giudice, accogliendo le evidenze mediche e legali, ha infine assolto l’automobilista con formula piena “perché il fatto non sussiste”. La storia, pur concludendosi positivamente sul piano legale, lascia riflettere sulle difficoltà di chi è affetto da patologie così rare e invisibili, che possono distruggere la reputazione e la carriera di una persona prima che la scienza e la giustizia riescano a fare il loro corso.
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