Guerra e pace, Mario Giro: “Il riarmo? Una grande illusione per sentirsi sicuri. La politica ritorni al compromesso”

07 Luglio 2026 - 12:55
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Guerra e pace, Mario Giro: “Il riarmo? Una grande illusione per sentirsi sicuri. La politica ritorni al compromesso”

“Pace in tempo di Guerra”: l’ultimo libro di Mario Giro è un invito al ritorno della diplomazia e del compromesso. L’intervista

Il ritorno della guerra in Europa e il moltiplicarsi dei conflitti globali rendono sempre più difficile, oggi, anche solo parlare di pace. Ma un tentativo non è solo lecito, ma necessario. Ad affrontare questo delicato quanto fragile binomio è, nel suo ultimo lavoro – “Pace in tempo di Guerra, Guerini e Associati – Mario Giro, mediatore della Comunità di Sant’Egidio, ex sottosegretario e viceministro degli Esteri, da anni impegnato in processi di riconciliazione in Africa, Medio Oriente, Balcani e America Latina.

“C’è un problema di mentalità che è cambiata. La guerra è stata sdoganata come strumento per risolvere crisi e contese. In precedenza, dopo il 1945, la mentalità era: ‘mai più la guerra’. Certo, ci sono state guerre anche in quegli anni, ma dominava comunque l’idea di una risoluzione pacifica dei conflitti”, racconta l’autore ad Affaritaliani. Oggi, però, qualcosa si è rotto: “Anche grazie alle grandi potenze, come la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, e a seguire le medie potenze, si è affermata l’idea che le crisi si risolvano con i conflitti. Ma nessuna guerra ha mai raggiunto i risultati che si era prefissata, nemmeno la migliore, nemmeno quella per l’esportazione della democrazia. Le guerre, tutte, sono obsolete: tendenzialmente peggiorano le situazioni, come dimostra quanto sta avvenendo in Medio Oriente”. “Bisogna arrendersi – sottolinea ancora l’autore – all’evidenza che laguerra è inutile, prima ancora che illegittima o immorale”.

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La via, spiega, è tornare al dialogo politico: “È un tema molto complesso, non significa ‘facciamo la pace’ in modo facile. Dobbiamo accettare la difficoltà del cammino e del percorso. Politica e diplomazia possono offrire soluzioni che la violenza e la guerra non possono dare: hanno molte più soluzioni a disposizione. Lo vediamo pragmaticamente: alla fine ci si deve sedere intorno a un tavolo e rinunciare a qualcosa”. Ed è proprio sul tema della rinuncia che Giro insiste di più: “Dialogare, trattare, negoziare vuol dire trovare un compromesso. Oggi il compromesso è considerato negativamente: in Italia usiamo persino il termine ‘inciucio’. Ma il compromesso è il sale della politica e della diplomazia. E questo fa male, perché bisogna rinunciare alle proprie ragioni. Ma la vita è più importante del volersi dare ragione. In qualunque conflitto, ognuno ha le sue ragioni, ma nessuno ha piena ragione”.

“Più armi ci sono, meno si è sicuri

Sul tema del riarmo, Giro esprime tutto il suo scetticismo: “Parliamo tanto di riarmo, ma non si capisce bene per cosa. Perché ci riarmiamo? Il tema viene presentato come un mantra: se ti riarmi sei più sicuro. Sono scettico sull’efficacia del riarmo, che tra l’altro nasconde interessi privati, quelli dei fabbricanti di armi, del comparto militare-industriale. Lo diceva già Eisenhower, che metteva in guardia da chi vuole riempire gli arsenali: più armi ci sono, meno si è sicuri”. L’autore sottolinea poi la retorica dilagante dell’insicurezza che riguarda tutto: l’insicurezza legata all’immigrazione, il girare per strada da soli, la guerra lontana o vicina. Tutto viene messo sotto il cappello dell’insicurezza, dalle questioni strategiche all’ordine pubblico. Ma questa è una semplificazione”. Diverso, per Giro, è il discorso sulle grandi guerre in corso: “Ucraina e Gaza hanno una caratteristica precisa: sono crisi lunghissime, non si risolvono, tendono a eternizzarsi. Ed è lì che deve intervenire la politica”.

Il linguaggio militarizzato

Un capitolo a parte, nella riflessione di Giro, riguarda le parole. “Lo sdoganamento della guerra a cui assistiamo è iniziato con il linguaggio. Abbiamo militarizzato il modo di parlare. Pensiamo alla polemica sull’immigrazione: usiamo termini militari per descrivere un fenomeno strutturale. Vale lo stesso discorso che facevo sulla sicurezza: usiamo parole di guerra per descrivere fenomeni completamente diversi”. E ancora: “Siamo arrivati all’assurdo di dover discutere su ‘come si definisce un bambino’, come se anche i bambini potessero essere ‘della guerra’. Questa è disumanizzazione del linguaggio. Dobbiamo ricordarci che ogni dittatura comincia disumanizzando il nemico, facendolo percepire come non umano, come un avversario, e abituando le persone a pensarlo”.

Insomma, si parla di pace, ma non si fa la pace. “Abbiamo abbandonato l’idea di diplomazia, e questo dipende dalla polarizzazione attuale. Oggi la politica è considerata uno scontro fra due parti che devono assolutamente contrapporsi, non trovare un compromesso, che anzi è visto come qualcosa da evitare. Ma la politica serve proprio a trovare compromessi, in una logica democratica. In fondo, l’estremizzazione del linguaggio e lo sdoganamento della guerra ci portano verso la morte della democrazia. La democrazia è parlare, dialogare anche duramente, e cercare una soluzione pragmatica e ragionevole, di compromesso, in cui ognuno rinuncia a una parte delle proprie ragioni per un bene comune”, conclude Giro.

L’autore

Mario Giro, mediatore della Comunità di Sant’Egidio, è stato sottosegretario agli Esteri nel governo Letta e viceministro degli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni, con la delega per la cooperazione internazionale. Ha partecipato a numerosi processi di riconciliazione in Africa, Medio Oriente, Balcani e America Latina. Ha insegnato Storia delle relazioni internazionali all’Università per stranieri di Perugia. È amministratore di Dante Lab. Ha pubblicato Algeria in ostaggio (1997, con Marco Impagliazzo), Gli occhi di un bambino ebreo (2005), Noi terroristi (2015), Global Africa (2019), Guerre nere (2020), Piano Mattei (2024).

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