Guerra nel Golfo, notte di fuoco tra Usa e Iran. Trump: “Li abbiamo riportati all’età della pietra”
Continua la guerra nel Golfo e la notte appena trascorsa segna un nuovo salto di livello nello scontro diretto tra Stati Uniti e Iran. A dare il via all’escalation è stato il presidente americano Donald Trump, che ha annunciato la ripresa delle operazioni militari contro Teheran, promettendo di colpire “tutte le loro capacità che hanno a che fare con lo Stretto di Hormuz” e indicando come possibile prossimo obiettivo anche il sito nucleare di Pickaxe Mountain. “Il nuovo conflitto sarà molto veloce”, ha assicurato il presidente, ribadendo però che “Teheran non avrà l’arma nucleare”.
Cosa è successo nella notte
Poche ore dopo l’annuncio, il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha reso noto di aver concluso una nuova offensiva durata circa cinque ore. Secondo Washington, gli attacchi hanno preso di mira sistemi missilistici, basi per droni, difese costiere e altre installazioni militari nelle aree di Bushehr, Bandar Abbas, Jask, Chabahar, Konarak e sull’isola di Abu Musa, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di minacciare il traffico navale nello Stretto di Hormuz.
Nelle stesse ore Trump ha rivendicato i risultati dell’offensiva americana, sostenendo che le forze Usa abbiano inflitto danni devastanti all’apparato militare iraniano. In un’intervista a Newsmax ha affermato che Teheran è stata riportata “in larga misura all’età della pietra”, sostenendo che dall’inizio della campagna militare siano state distrutte 159 imbarcazioni, circa 200 aerei, sistemi radar, difese antiaeree e l’84% della capacità di produzione di armamenti del Paese. “L’Iran è molto diverso da quello di quattro mesi fa”, ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo che gli Stati Uniti continueranno a “eliminare tutta la capacità offensiva” della Repubblica islamica, pur ribadendo che una soluzione negoziale “è ancora possibile”.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato il lancio di missili e droni contro infrastrutture e basi statunitensi in Bahrein, sostenendo di aver colpito la Quinta Flotta americana, depositi di carburante, radar Patriot e altre strutture militari. Successivamente hanno annunciato anche un attacco contro una base Usa in Giordania, mentre Amman ha comunicato di aver intercettato e abbattuto quattro missili iraniani entrati nel proprio spazio aereo senza provocare vittime.
Sul fronte marittimo si registra uno degli episodi più gravi della crisi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver colpito con due missili da crociera le petroliere emiratine Mombasa e Al Bahiyah mentre attraversavano lo Stretto di Hormuz nelle acque dell’Oman. L’attacco ha provocato la morte di un membro dell’equipaggio indiano e il ferimento di altre otto persone. Abu Dhabi ha definito l’azione “una grave e chiara violazione del diritto internazionale” e si è riservata “il pieno diritto di rispondere a questa escalation”. I Pasdaran hanno invece sostenuto che le due navi fossero state fatte transitare dagli Stati Uniti con i sistemi di navigazione spenti e di averle colpite dopo ripetuti avvertimenti ignorati.
Nel frattempo Washington ha smentito le notizie diffuse dai media iraniani su presunti attacchi contro installazioni militari americane in Kuwait, liquidandole come “bugie”. Intanto nei cieli del Golfo sono stati individuati numerosi velivoli militari statunitensi, tra cui aerocisterne, aerei radar e mezzi da ricognizione, segnale di un dispositivo militare sempre più imponente. Trump ha rivendicato che gli Stati Uniti stanno “eliminando tutta la capacità offensiva” dell’Iran e ha rilanciato la minaccia di colpire anche il sito nucleare del Monte Piccone: “Distruggeremo il Monte Piccone. Dite agli iraniani di tenersi pronti”. Il rischio di un ulteriore allargamento del conflitto appare ora più concreto che mai.
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